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PUNTO A CAPO

Esami orali

24 giugno 2019

A giugno, quando si è insegnanti, si sa che, puntuali come i temporali stagionali o i maggiolini, arriveranno gli esami da far passare ad allievi e studenti, dalle medie in su. Da alcuni anni, catapultato esperto di maturità, mi ritrovo ad osservare, grazie alla distanza particolare dell’esaminatore, certi effetti non proprio salutari dei dispositivi della scuola sulla lettura dei testi letterari.

Chiaramente non sono, in merito, un prototipo di oggettività. Se da ormai quasi quarant’anni mi occupo di letteratura, è perché è radicata in me la convinzione che le opere degli scrittori ci parlano del mondo e di noi stessi come nessun altro discorso riesce a fare – svelandoci una forma di verità distinta da quelle proclamate dalla scienza o dalla filosofia, grazie ad una dimensione esistenziale che siamo invitati a condividere.

Viste queste premesse, non c’è da meravigliarsi che alcune interrogazioni d’esame mi facciano soffrire. Certi candidati e candidate si avvicinano ai testi – di cui peraltro conoscono la trama, il contesto, e molti altri dettagli che restituiscono più o meno diligentemente – come se si trattasse di una materia ostica, quasi astratta, e del tutto estranea alle loro preoccupazioni. In parte (ma non solo) perché hanno appreso la loro esistenza fra le quattro mura di un’aula, non percepiscono quanto l’idealismo di paccottiglia di Madame Bovary sia sempre d’attualità, nè come siano universali e vicine ad esperienze, che potrebbero essere le loro, la gelosia di Fedra, l’avarizia di Arpagone, l’ipocondria del malato immaginario. Quanto vale per i classici diventa ancora più evidente quando ci si trova di fronte a brani di Camus, di Ramuz o di Annie Ernaux; ma l’esercizio scolastico sembra agire come un dissolvente.

La magia delle opere di qualità, tuttavia, non svanisce completamente – per fortuna. E le maratone degli esami orali sono ritmate da piccoli miracoli senza i quali l’esperto finirebbe col gettare la spugna. Quest’anno, il merito è di quella ragazza che, dopo aver presentato una scena di Beckett, non nasconde la perplessità suscitata in lei dalla vana attesa dei due barboni che aspettano Godot, e che ci dice come quel vago disturbo sia sfociato in una presa di coscienza. Ha capito cosa significa leggere.