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PUNTO A CAPO

La cura del patrimonio

28 aprile 2019

L’incendio che ha parzialmente distrutto la cattedrale di Parigi occupa da settimane il pubblico, i giornalisti e la classe politica francese, non solo come fenomeno in sé, ma anche e soprattutto per via dei molteplici modi in cui è stato ricuperato e strumentalizzato, onde servire delle cause che con Notre-Dame hanno spesso poco a che vedere.

La mediatizzazione ha rinforzato l’impatto simbolico di quanto è paragonato ad una sciagura nazionale: decine di migliaia di persone hanno potuto seguire in diretta la progressione delle fiamme, e condividere l’emozione dei testimoni oculari.

«Il patrimonio costruito ci attornia, appartiene al nostro quotidiano»

 

Non è certo una novità in assoluto, ma è forse una delle prime volte che un evento del genere tocca un monumento con un tale significato patrimoniale. Ed è proprio la riflessione sulla relazione che abbiamo con questa dimensione che le ceneri di Notre-Dame possono alimentare.

L’enfasi dei discorsi che sorgono in circostanze estreme, promettendo ricostruzioni e solleticando la generosità di una pletora di donatori, non dovrebbe far scordare che il patrimonio costruito ci attornia, appartiene al nostro quotidiano e richiede cura ed impegno se si vuole che non vada in fumo.

Troppo spesso la tutela degli edifici che materializzano la storia è percepita come un lusso o un ostacolo, invocando i costi per definizione eccessivi che poi, in caso di catastrofe, diventano un elemento secondario.

Il sensazionalismo che caratterizza la vicenda di Notre-Dame tende purtroppo a fare, di quest’ultima, l’eccezione che conferma la regola: in generale, si procede come se la memoria collettiva e le sue tracce concrete potessero essere preservate senza sforzi particolari, né concettuali né materiali.

Prima ancora della loro salvaguardia, invece, la definizione stessa dei monumenti – che non sono solo le cattedrali gotiche o, a livello ticinese, i castelli di Bellinzona – è una missione centrale.

I poteri politici dovrebbero prestarle un’attenzione molto marcata, e la sua integrazione nei programmi di formazione sarebbe auspicabile, come strumento possibile, ed accessibile, di sensibilizzazione alla storia. E come salutare contrappeso all’onnipresenza delle realtà virtuali.