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PUNTO A CAPO

La memoria delle immagini

06 maggio 2019

L’effetto che certe immagini hanno su di noi è talvolta dirompente. Penso in particolare ai fotogrammi ripresi dopo un attentato, un incidente grave, una sciagura ferroviaria o aerea, un naufragio. Brandelli di stoffa intrisi di sangue, scarpe spaiate, oggetti personali. Pezzi strappati di vite interrotte bruscamente e con violenza.

Gli oggetti che colpiscono di più sono generalmente legati ai bambini, come ad esempio dei pupazzetti in peluche, che diventano il simbolo sacrificale di innocenti vittime. La deontologia mediatica impedisce fortunatamente di mostrare troppi dettagli crudi, anche per evitare di cadere in dinamiche di morboso voyeurismo. O, perlomeno, è quanto in teoria dovrebbe avvenire alle nostre latitudini.

«I resti dei pupazzetti diventano simbolo sacrificale di vittime innocenti».

Giosia Bullo

Ma gli scivoloni non mancano. Talvolta, infatti, durante i telegiornali capita di vedersi sbattere in faccia immagini truci di guerra o di corpi di kamikaze dilaniati e mostrati come se fossero trofei. E in questi casi ci si chiede se anche la stampa non sia, magari anche suo malgrado, complice di certe studiate propagande. Anche il timing scelto per certe pubblicazioni può essere facilmente interpretato come un messaggio politico.

Ma al di là di tanta “dietrologia mediatica” ci sono dei dettagli che rimangono impressi dopo un evento tragico e che servono anche a far immaginare mondi e storie fatte di speranze e voglia di vita. E che meritano di essere raccontanti, perché possono forse servire a ritrovare un po’ di umanità.

Uno di questi dettagli è stato reso noto al pubblico con una vignetta di Makkox qualche mese fa e portato alla luce dopo la pubblicazione di un libro, frutto di un lavoro certosino da parte di un team di medici legali, guidati dalla dottoressa Cristina Cattaneo. I medici hanno cercato di ricomporre e dare dignità ai resti umani di una delle peggiori sciagure in mare capitate in questo millennio, dove sono morti annegati quasi mille migranti su un barcone rovesciatosi nello stretto di Sicilia. Il dettaglio reso pubblico era quello appartenuto a un ragazzino quattordicenne del Mali: una pagella scolastica cucita addosso ai vestiti e ritrovata pressoché intatta malgrado la salsedine: era il suo unico documento di riconoscimento, il lasciapassare per essere accettato nella comunità di chi ha sete di conoscenza, la speranza che grazie alla cultura l’umanità migliori e si ritrovi. Un fotogramma, questo, che decisamente merita di essere ricordato.