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PUNTO A CAPO

Metti una pausa

25 novembre 2019

Il tempo, apparentemente scorre imperturbabile. E così le giornate, le stagioni e gli anni, si susseguono senza dare tregua a noi che li rincorriamo nel mito dell’eterna giovinezza sgretolante tra le mani. In questa visione di fragile irrefrenabilità, trovo stridente il concetto di sospensione temporale espresso con il nome di “pausa“, che noi associamo in modo indelebile all’obbligo del lavoro.

La pausa è stata inventata dallo psicologo comportamentista americano John Watson, che alla fine del 19° secolo, dopo aver svolto studi sul comportamento emotivo legato a stimoli e gratificazioni negli animali, ha cercato di applicare le sue teorie agli uomini. In un tempo in cui il marketing era ancora sconosciuto, è stato sponsorizzato da una ditta di caffè per dimostrare la veridicità delle sue supposizioni.

L’esperimento sembrerebbe aver dato dei buoni risultati. Oggi a distanza di 120 anni, la pausa caffè è una delle poche costanti della vita lavorativa in quasi tutti i settori. La legge che regola il lavoro e le pause che devono interromperlo, parla delle stesse come necessarie per dare (cito testualmente) “ristoro e riposo“. Mi ricordo che all’asilo e alle elementari la parola pausa non esisteva, perché era in uso la ricreazione. Ho sempre adorato questo spazio concesso alla libertà, alla fantasia che dirompeva ogni giorno in una moltitudine di giochi e grida. Col passare degli anni, tutto ha invece assunto i toni più consoni e sbiaditi dell’abitudine, e il fermarsi è diventato un obbligo tra gli obblighi. Una volta si facevano almeno quattro chiacchiere coi colleghi, un caffè, una sigaretta. Oggi gli smartphone catturano le vertebre cervicali, e la maggior parte delle persone scruta lo schermo con il minutaggio tenuto costantemente sott’occhio.

Non sono mai stato amante delle pause, forse perché i cuochi le saltano spesso, o forse perché ritengo che la vera pausa non può essere obbligatoria o regolamentata. A volte ci si ferma per necessità, per prendere fiato. Ci si ferma per osservare, per riflettere al meglio cambiando prospettiva. In questa vita nella quale siamo sempre di corsa, la fermata volontaria appare come un gesto coraggioso e anticonformista. A volte poi, accadono delle soste forzate, quelle che non vorresti, quelle che la sorte ti sbatte sotto il grugno. E allora sì che si ferma tutto, e il tempo si cristallizza in pochi istanti che ti segnano dentro; e vorresti una pausa, ma non si può fare.

Per questo scrivo, per prendere delle pause, per insinuare tra le mie parole pensieri e speranze. Anche il punto è una pausa. Metti una pausa.