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PUNTO A CAPO

Battezzare le strade

19 agosto 2019

Fino a poco tempo fa, il paese in cui risiedo sovente in Ticino faceva ancora parte delle sempre più rare località le cui viuzze non avevano nomi «ufficiali». Ciò non significava però che gli abitanti mancassero di risorse nel campo della toponimia: piazza di végitt, cà brüsada, chignöl o campisc, ogni lembo del territorio ha come altrove la propria designazione, le cui radici, talvolta oscure, affondano negli usi agricoli o nella storia locale.

Il magnifico lavoro condotto durante decenni per allestire il «Repertorio toponomastico ticinese» e completare l’«Archivio dei nomi di luogo» costituisce in tal senso una fonte inesauribile ed appassionante.

Ovviamente è difficile, se non impossibile, utilizzare in modo ottimale le risorse tesaurizzate da linguisti ed etnologi per battezzare vicoli e piazzette innominate. Le appellazioni adottate hanno quindi fatalmente suscitato la perplessità di un certo numero di abitanti, che hanno l’impressione di abitare ora a un indirizzo che è stato loro imposto.

Si potrebbe discutere a lungo sul modo di procedere della commissione, sulle scelte che ha effettuato, sulla mancata sollecitazione dei principali interessati – ma ci si perderebbe in polemiche poco fruttuose.

Limitiamoci a riflettere sulla portata e sul peso simbolico di un gesto, quello di denominare i luoghi, le cui ricadute sono spesso sottovalutate. Battezzare una piazza o una strada non è un’azione neutra: attribuire un nome equivale a inserire un elemento geografico in una logica che lo iscrive in un nuovo ordine e in una continuità temporale il cui orizzonte, a lungo termine, è quello della storia.

Di conseguenza, si tratta di un atto che influisce in modo anche determinante sulla costruzione dell’identità collettiva: basti pensare, per convincersene, ai cambiamenti toponomastici intervenuti nell’ex blocco sovietico dopo la caduta del comunismo. Il quieto vivere amministrativo, le esigenze delle autorità cantonali, la necessità di disporre di recapiti fissi si annoverano tra le giustificazioni dei nostri battesimi di strécc, che certo sarebbe inopportuno paragonare a quelli, successivi, di San Pietroburgo.

Sul piano della memoria e se si considera ciò che si tramanda, sostituire i cortasc con, mettiamo, «via San Lorenzo», vuol dire tuttavia assumere un ruolo analogo nei confronti delle comunità locali – e portare una responsabilità che va ben oltre la semplice posa di una targhetta verde.