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Punto a capo

Un'immagine sconfortante

07 gennaio 2019

Fine d’anno, tempo di resoconti, di riflessioni conclusive, di buoni propositi, ma anche di graduatorie e di «best of»: per rispondere ad alcuni bisogni umani combinati (ammirare, classificare, celebrare), i media rivaleggiano nella presentazione di palmarès, mantenendosi difficoltosamente in equilibrio tra l’informazione e l’esibizione.
Ad essere più frequentemente scandagliati sono i settori della cultura e dello sport, ma il caso mi ha messo tra le mani un repertorio che si prefigge di censire le cento personalità più importanti dell’economia svizzera, ripartite in dieci categorie tra le quali si annoverano non solo l’industria e la finanza, ma pure la ricerca e la gastronomia.
Sfogliare questo lussuoso «Who is who 2019» – che evita accuratamente di parlare di salari – è un’esperienza particolare: l’immagine del nostro Paese che ne potrebbe dedurre chi di esso ignora le realtà quotidiane è perlomeno singolare, e anche chi è risparmiato dal demone della sociologia non può che rimanere perplesso.
Cento ritratti, e solo dieci donne. Cento persone, e una sola di meno di trent’anni, due tra i trenta e i quarant’anni; i tre quarti dei manager segnalati hanno più di cinquant’anni, e quasi la metà tra di essi opera nella regione di Zurigo.
Questo sorvolo, per superficiale che sia, rivela un divario tra l’esperienza della popolazione attiva e le sfere presentate come le detentrici del potere decisionale nel campo economico. Basta riportarsi alle statistiche sulla percentuale di donne professionalmente attive, in costante aumento da oltre trent’anni, per sentirsi quasi a disagio, costatando che nell’inventario 2019 sono a malapena il 10%. E basta avere un occhio aperto sul mercato del lavoro per sapere che vi sono vari settori nei quali la situazione di coloro che hanno oltrepassato i cinquant’anni è alquanto fragile.
Se il quadro tracciato dal supplemento al quale facciamo allusione corrisponde alla realtà sul terreno, difficile dar torto a chi denuncia l’esistenza di un fossato sempre più profondo tra i lavoratori «comuni» e chi gravita in ambiti socialmente e finanziariamente privilegiati.
Sola altra spiegazione possibile: la cerchia dell’élite economica che ci viene proposta è il risultato di una sorta di proiezione dello staff di giornalisti che l’ha allestita, i cui criteri di selezione dovrebbero allora essere messi seriamente in dubbio. L’alternativa non ha nulla di consolante.