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INTERVISTA
ZUCCHERO

«Basta Covid, voglio tornare a suonare»

Zucchero “Sugar” Fornaciari si confessa in una lunga intervista in esclusiva. Lo stop obbligato per la pandemia, la voglia di tornare sul palco, l’amore per il suo mestiere. Ma anche il legame agrodolce con l’Italia e il rapporto speciale con la Svizzera.

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Robert Ascroft
03 agosto 2020
Adelmo Fornaciari, alias Zucchero, classe 1955,  ha venduto oltre 60 milioni di dischi nel mondo.

Adelmo Fornaciari, alias Zucchero, classe 1955, ha venduto oltre 60 milioni di dischi nel mondo.

Anche un “animale da palcoscenico” come Zucchero “Sugar” Fornaciari è rimasto bloccato dall’emergenza pandemica. Il cantante italiano, oltre 60 milioni di dischi venduti nel mondo, ha infatti dovuto rinviare il suo lungo tour, che lo avrebbe dovuto portare il 5 dicembre all’Hallenstadion di Zurigo. La data verrà recuperata il 5 luglio 2021, preceduta dal live del 12 giugno al Sierre Blues Festival. Nel frattempo, ha partecipato a varie iniziative in streaming, ma non vede l’ora di tornare a far concerti. Come ci racconta in questa intervista a cuore aperto in esclusiva per Cooperazione. 

Zucchero, sembra una domanda banale, ma visti i tempi, non si sa mai. Insomma: come va?

Come salute va benissimo, grazie a Dio (ride). Certo il Covid-19 ci ha colto di sorpresa e siamo tutti un po’ sospesi. A quest’ora sarei dovuto già essere in tour e, invece, ho rimandato tutto. Riprogrammare circa 150 concerti non è facile, ma i più penalizzati sono quelli che lavorano nella filiera: tecnici, musicisti... Con me viaggiano oltre 80 persone, che ora sono ferme e devono pensare a come sbarcare il lunario. Purtroppo il governo italiano non sta facendo molto per i lavoratori dello spettacolo. Capisco ci siano delle priorità, ma mi sembra che la cultura sia vista un po’ come l’ultima ruota del carro.

E lei come ha vissuto il “lockdown”?

All’inizio non bene, perché io è da quando ho 13 anni che giro il mondo, è la mia vita. E stare fermo non mi piace. Per fortuna vivo in una fattoria, con ampi spazi, animali, e così il tempo passa. Ti ci abitui. Piano piano ho cominciato a scrivere, pensare, farmi venire delle idee. In attesa che si possa riprendere. 

Intanto è uscito un nuovo singolo, “Soul Mama”.

È tratto dal mio ultimo album, “D.O.C.”, un disco importante e innovativo per me, con suoni più elettronici, ma ben dosati. Mentre nei testi c’è una ricerca di spiritualità e redenzione: forse sarà la saggezza dell’età che avanza. Soul Mama, per esempio, parla del tempo che stiamo vivendo, di quel perbenismo che alla fine è solo di facciata. La gente oggi non è libera, il mondo va in una ­direzione di stereotipi e omologazione. E c’è sempre meno spontaneità, poca anima. 

Alle spalle ha una lunga carriera e tanti successi: cosa le rimane di quel ragazzino che sgattaiolava in chiesa per suonare l’organo? 

Credo mi sia rimasto molto. Anzi, io cerco di conservare dentro di me quel bambino. Sono ancora curioso, mi piace sperimentare, osare, giocare con le parole. Fare il birichino, un po’ insolente e un po’ guascone. Insomma, a me piace la gente, credo nella gente. Ma quella semplice e autentica. Per questo vivo in campagna, in un paese medievale, dove siamo in pochi e ci conosciamo tutti, si va al bar la domenica mattina, si fanno cene con gli amici. E questo spirito lo porto anche nel lavoro: il rapporto col mio pubblico è genuino e spontaneo, io non fingo per accattivarmi i fan, non mi sentirete mai dire “Grazie di esistere”. È il retaggio delle mie radici contadine, della mia famiglia, della mia educazione. Molto diretto e senza sviolinate. In questo sono rimasto tale e quale a prima.

Lei è una star mondiale, ma non ha mai dimenticato la sua italianità.

Io mi sono appassionato alla musica afroamericana, dal jazz al blues e al soul, ma non avrebbe avuto senso scimmiottare i maestri. Allora ho cercato di fondere quei suoni con la melodia mediterranea, cercando un linguaggio anche strano, ma che fosse mio. All’inizio ho fatto delle cose in inglese, ma grandi come Miles Davis ed Eric Clapton mi hanno detto “canta in italiano, quella è la tua forza, la tua originalità”. Avevano ragione. E così da allora canto sempre in italiano, anche in posti dove magari non capiscono una parola. Eppure, funziona. Perché la musica parla per sé e l’emozione arriva comunque.

A proposito, come vede l’Italia di oggi?

Mi sento un po’ tradito dal governo e dai politici. Mi sembra stiano facendo dei miscugli senza identità, tutti cercano di salvare la loro poltrona. C’è poca chiarezza: prima si mettono d’accordo, poi litigano, poi si rimettono d’accordo. Come molti italiani, ho un po’ smesso di credere nella politica. Mi spiace per il nostro Belpaese, che ha una storia gloriosa per arte e creatività, ma non vedo una crescita, è tutto fermo. Mi piacerebbe che i politici si riavvicinassero alla gente, così forse la gente tornerà a credere nella politica. E a fidarsi di più.

E che rapporto ha con la Svizzera? 

È il primo Paese estero che mi ha accolto. E non mi ha mai tradito: c’è un feeling buonissimo coi fan e coi media, una chimica naturale. Il pubblico svizzero è molto fedele: non segue le mode e, se gli piace qualcuno, lo coltiva e lo sostiene per sempre. Ho anche tanti amici: la mia compagna è di padre ginevrino, là ha ancora una casa e ogni tanto ci andiamo. E ci troviamo benissimo. 

Qualche ricordo particolare?

All’Hallenstadion di Zurigo, una volta, ho dovuto lasciare il palco dopo tre canzoni perché stavo male. La gente è sfollata con grande educazione e in tanti poi mi hanno fatto gli auguri di pronta guarigione, persino al telegiornale. In seguito abbiamo recuperato la data e mi hanno accolto con un boato di applausi. Sono cose che non dimentico, emozioni forti. Anche in Ticino ho suonato tante volte: a Lugano e sopratutto Locarno, nel bellissimo festival “Moon&Stars”. Insomma, cerco di accontentare tutti i cantoni!

Se tutto andrà bene, fra qualche mese ripartirà il suo tour: che spettacolo vedremo?

Ci sarà la mia solita band, molto corposa, 13 elementi da ogni parte del mondo. Italiani, americani, cubani. Non sono solo grandi professionisti, ma molto di più: una famiglia. Partirò coi pezzi dell’ultimo disco e poi i miei classici, debitamente riarrangiati. È un tour importante, sto aspettando che mi diano il via.

Cosa la spinge, dopo tanti anni, a fare musica?

Quando fai un mestiere che ti piace, perché fermarsi? Certo, è tutto molto impegnativo: per fare un disco ci metto un anno e il tour porta fatica, tensioni e ansie. Ma mi fa sentire vivo, in armonia. 

Qual è il suo sogno nel cassetto?

Ogni giorno mi alzo con delle idee, mi piacerebbe fare questo o quello. I sogni ti mantengono vivo. E, in genere, riesco a realizzarli. Come il concerto a Cuba: dicevano che era impossibile, invece ce l’ho fatta. Quindi, chissà. Magari un live sulla Muraglia Cinese, in un parco in Sudafrica o sui ghiacciai siberiani. 


Il ritratto

Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, nasce a Roncocesi (Reggio Emilia) il 25 settembre 1955. Debutta nel 1983 e ottiene il primo grande successo nel 1987 con Blue’s, seguito del bestseller Oro incenso & birra e molti altri pregevoli lavori. Ha venduto oltre 60 milioni di dischi e suonato in tutto il mondo, collaborando con Miles Davis, Eric Clapton, Bono, Sting e Luciano Pavarotti. Nel novembre 2019 pubblica il nuovo album D.O.C.: il tour, rinviato per la pandemia, arriverà in Svizzera nel 2021. 

www.zucchero.it