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INTERVISTA
MARCO BERNASCONI

«Berna faccia la sua parte»

Il nuovo accordo sui frontalieri tra Svizzera e Italia è a un vicolo cieco da anni. Secondo il professor Marco Bernasconi, esperto di diritto fiscale, la Confederazione dovrebbe intervenire in aiuto del Ticino, in nome della solidarietà confederale.

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SANDRO MAHLER
07 settembre 2020
Il professor Marco Bernasconi ricorda come, nel 1974, la Confederazione fosse interessata a tutelare  il segreto bancario.

Il professor Marco Bernasconi ricorda come, nel 1974, la Confederazione fosse interessata a tutelare il segreto bancario.

Professore, come nasce l’accordo del 1974?

Fu l’Italia a richiedere la regolamentazione dell’imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri. Fino ad allora, i redditi da lavoro dipendente dei frontalieri non erano tassati in Italia, ma solo in Svizzera. Da parte italiana vi fu l’interesse a chiedere al nostro paese un ristorno del 40 per cento.

Come reagì la Svizzera?

La Svizzera era innanzitutto interessata a mantenere dei buoni rapporti economici e diplomatici con l’Italia e a salvaguardare il segreto bancario.

E fu proprio per difendere il segreto bancario che si sono concessi i ristorni all’Italia…

Sì, anche per questo. L’Italia chiedeva informazioni bancarie per poter tassare i propri residenti con capitali ingenti non dichiarati depositati nelle banche svizzere, ma la Confederazione non era d’accordo perché voleva difendere la sua piazza finanziaria. Si arrivò quindi alla soluzione dei ristorni.

Ristorni con una percentuale piuttosto consistente…

Sì. E il Canton Ticino fu chiamato ad assumersi un costo complessivo di oneri retroattivi dal 1974 al 1976, che ammontavano a 40 milioni di franchi. Ai tempi rappresentava una signora cifra. Nel 1974 la quota di ristorni era del 20%, due anni dopo era già raddoppiata. Al 38,8% si arriverà nel 1985. Una correzione dovuta al fatto che si constatò che il 3% dei frontalieri non rientrava regolarmente al proprio domicilio.

Fu lo scotto da pagare per mantenere il segreto bancario…

Sì, ma non solo, la Confederazione era anche interessata a concludere con l’Italia una convenzione generale per evitare la doppia imposizione dei redditi. Lo scotto tuttavia fu pagato soprattutto dal Ticino. Per l’anno 2018 ha versato all’Italia 84 milioni di franchi e nel 2019 circa 90 milioni. Dal 1974 a oggi, insomma, il solo Canton Ticino ha pagato 1,5 miliardi di franchi in ristorni. Va ricordato che, all’epoca, il Ministro delle finanze Chevallaz, per convincere i deputati ticinesi a votare l’accordo, dichiarò che avrebbe provveduto ad attenuare l’onere retroattivo a carico del Ticino con un aiuto della Confederazione. Impegno politico poi disatteso, con la giustificazione dell’assenza di una base legale.

«Dal 1974 a oggi il Ticino ha pagato 1,5 miliardi di ristorni»

Marco Bernasconi

Sono passati 46 anni e l’accordo è rimasto lo stesso, nonostante il segreto bancario non esista più e vi sia lo scambio automatico dei dati bancari, il concetto di frontaliere sia stato superato dalla libera circolazione, e dal 2003 i redditi di lavoro dipendente conseguito all’estero da tutti i residenti in Italia vengano tassati.

Sì, è rimasto lo stesso perché la Confederazione ritiene che l’Accordo sui frontalieri sia marginale nell’insieme dei rapporti politici e diplomatici italo-svizzeri e quindi evita di alzare i toni. Se così non fosse, sarebbe anche giusto che la Confederazione aiutasse il Ticino, accollandosi una parte dell’onere dei ristorni.

La Confederazione ritiene, però, che se facesse così lederebbe la parità di trattamento tra Cantoni.

No, al contrario. È proprio in nome della solidarietà confederale che il Ticino dovrebbe essere sostenuto da Berna. Nell’accordo con l’Austria, per esempio, sulle imposte pagate dai lavoratori dipendenti austriaci frontalieri che lavorano non importa se a Zurigo o in Ticino, i Cantoni prelevano sulle imposte dei loro salari il 12,5%, poi riversato alla Confederazione, che provvede a trasferirlo all’Austria. Austria che, dal canto suo, impone integralmente questi redditi conseguiti in Svizzera, concedendo il relativo credito di imposta. Invece, Ticino, Grigioni e Vallese riversano il 38,8% ai comuni italiani di frontiera, che devono affrontare costi legati alla presenza dei frontalieri sul loro territorio, come per esempio, infrastrutture, servizi pubblici, trasporti, ecc. Una differenza che rappresenta una manifesta disparità di trattamento tra cantoni.

La Svizzera potrebbe rescindere unilateralmente l’accordo con l’Italia?

Non lo fa perché il problema non è tanto giuridico, bensì squisitamente politico. Bisogna ricordare che l’Accordo sull’imposizione dei frontalieri è incluso nella Convenzione per evitare le doppie imposizioni (CDI), un accordo internazionale che il Ticino vorrebbe ridiscutere. Ma l’Italia non ha nessuna voglia di farlo, e la Confederazione pare non abbia molta fretta, consapevole che gli accordi internazionali, come recita l’articolo 26 della Convenzione di Vienna, vanno rispettati.

La norma della fascia di confine dei 20 km implica che, ad esempio, un metalmeccanico di Cremona paghi un’aliquota fiscale più alta di un metalmeccanico di Como che lavora in Svizzera. Come è possibile che l’Italia continui ad accettare una disparità simile?

Lo accetta perché nell’Accordo del 1974 è data la competenza di riscuotere le imposte dei lavoratori frontalieri unicamente alla Svizzera. L’Italia non ha quindi la facoltà di farlo. Nel protocollo di modifica dell’Accordo del febbraio del 2015, meglio noto come RoadMap, tuttora pendente tra Svizzera e Italia, i frontalieri verrebbero assoggettati a un’imposizione nello Stato di residenza, quindi in Italia, applicando le proprie aliquote ordinarie e concedendo il relativo credito di imposta. Ma i tempi si stanno dilatando anche per difficoltà di natura politica, nell’estendere l’imposizione ordinaria italiana sui redditi di lavoro percepiti in Svizzera dai frontalieri.

Intanto, però, i lavoratori ticinesi continuano ad essere confrontati con una forte concorrenza salariale...

In base alla RoadMap del 2015, probabilmente destinata a rimanere lettera morta, sembrerebbe che l’imposizione sui redditi di lavoro percepiti in Svizzera, in base alle aliquote italiane, sarebbe applicabile soltanto dopo dieci anni. In Italia si vorrebbe procedere gradualmente nell’imposizione ordinaria sui redditi di lavoro percepiti in Svizzera. Queste lungaggini non fanno altro che procrastinare il problema del dumping salariale in Ticino.

Ma se questo accordo allora è nato morto, come se ne esce?

Nel numero 07/2020 di “Novità fiscali” della Supsi, abbiamo proposto una soluzione per sbloccare l’impasse senza rinegoziare né la CDI né l’accordo sui frontalieri. Ricalcolando i “falsi frontalieri”, ossia coloro che non tornano a casa ogni sera, si potrebbe ridurre l’ammontare dei ristorni dell’8%. Ciò consentirebbe al Ticino un risparmio di 16 milioni di franchi. Inoltre, se si volesse equiparare lo sforzo finanziario del Cantone Ticino nei confronti della fascia di frontiera in Italia con ciò che avviene con i frontalieri austriaci, la Confederazione, in nome del principio della solidarietà federale, dovrebbe assumersi poco meno del 20% dei ristorni. Si arriverebbe così al 12,5% totale. Con un forte beneficio delle casse comunali e cantonali. Basterebbe che la Confederazione facesse la sua parte.

Marco Bernasconi regge il suo ultimo libro edito da Supsi: "La ricerca scientifica italo-svizzera in campo fiscale tra il 1938 e il 1950".


Il ritratto

Marco Bernasconi, dopo essersi laureato in Scienze politiche, intraprende gli studi umanistici, conseguendo una laurea in Storia e una magistrale in Scienze storiche medievali, un master in Scienza, filosofia e teologia delle religioni e un dottorato di ricerca in Scienze umanistiche. Ha insegnato diritto fiscale quale docente nelle università di Friburgo, Lucerna e Lugano e quale professore a contratto alla Bocconi di Milano e all’Università degli studi dell’Insubria a Varese. Oggi è professore di diritto tributario alla Supsi. “La ricerca scientifica italo-svizzera in campo fiscale tra il 1938 e il 1950” è l’ultima delle sue numerose pubblicazioni accademiche e scientifiche.