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INTERVISTA
NORMAN GOBBI

«Dai ticinesi la risposta migliore»

Il bilancio (provvisorio?) sulla pandemia di Norman Gobbi, presidente del Governo del Canton Ticino: i rapporti con la Confederazione, il flusso dei frontalieri, il ruolo dello Stato maggiore di condotta, l’esautorazione del Gran Consiglio. E sull’obbligo delle mascherine.

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Sandro Mahler
10 luglio 2020
Norman Gobbi: «Con la pandemia, un ponderato ragionamento  fatto di lunedì poteva cambiare radicalmente  il martedì».

Norman Gobbi: «Con la pandemia, un ponderato ragionamento fatto di lunedì poteva cambiare radicalmente il martedì».

Norman Gobbi, come presidente del Governo lei ha ereditato un Consiglio di Stato che verrà ricordato per un clamoroso “disallineamento” dal Consiglio federale. Ciò è oltretutto avvenuto in un contesto pandemico in cui il “sistema Paese” appariva come l’unica base di lavoro attuabile…
È stato difficile, ma necessario e coerente. Non cercavamo un fronte di rottura, ma dovevamo rispondere a una crisi che in Ticino stava toccando più profondamente che altrove il territorio e la popolazione nel suo intimo e nei suoi affetti. Siamo stati i primi ad averci a che fare e in proporzione eravamo i più colpiti dalla pandemia. La necessità assoluta di rispondere alle preoccupazioni – espresse in primo luogo dai nostri specialisti – non corrispondeva alla percezione che se ne aveva a Berna. Abbiamo dovuto forzare la mano. La ricucitura si è avuta con le riaperture, quando siamo tornati a viaggiare su un binario comune dettato dalla Confederazione, importante da seguire, anche se non sempre in totale condivisione.

Il 30 giugno è scaduto in Ticino lo stato di necessità durato 112 giorni. Cosa le rimane dei mesi di “apnea sanitaria”?
L’aver saputo svolgere un lavoro di gruppo da consiglieri di Stato, e non da rappresentanti di partito. È successo anche nella burrasca che si è prodotta quando si moltiplicavano i pareri critici su alcuni dei provvedimenti adottati. Sensibilità diverse non sono mancate nello stesso Governo, sottolineando i nostri caratteri. Ma voglio ribadire che la risposta in assoluto più convincente l’ha data la popolazione ticinese, che nel momento di vera necessità ha dimostrato una disciplina stupefacente, al di là di tutti i “cliché” che se ne possano avere.

Con lo Stato maggiore di condotta si è prodotta una inusuale con- duzione “bicefala” del cantone in emergenza. Un suo bilancio?
Fortunatamente il nostro Stato maggiore viene allenato regolarmente, anche nella reciproca conoscenza degli individui, fra pregi e difetti. I tedeschi dicono che “nelle crisi bisogna conoscere le persone”. A noi è servito per agevolare i processi e le decisioni durante la crisi sanitaria, nella gestione della crisi a livello Paese e nel passaggio fra le due fasi. Non servivano battitori liberi, ma disciplina.

Per il suo ruolo, e anche per le vicissitudini personali, è emersa in maniera molto forte la figura del medico cantonale.
Giorgio Merlani è stato confrontato con una pressione straordinaria, soprattutto in relazione alle diverse sensibilità sugli effetti concreti del Covid-19 sulle persone. Da una parte c’era chi paragonava il virus a un raffreddore o poco più, dall’altra vedevamo immagini lombarde di morte che suscitavano terrore e angoscia. Sul medico cantonale convergevano enormi aspettative sia da parte della popolazione sia del settore sanitario. Si è dimostrato il profilo giusto al posto giusto. È proprio vero, che quando si scelgono le persone bisogna sempre immaginarsele nel peggiore degli scenari.

L’esautorazione temporanea del Gran Consiglio è stato un provvedimento non immune da critiche…
L’autorità federale ha potuto emanare delle leggi, noi abbiamo assunto decisioni da “pieni poteri”, sospendendo i termini giudiziari, chiudendo le scuole e rinviando le elezioni comunali; misura, questa, che sulle prime mi lasciava tra l’altro molto perplesso. Per altro, era sempre molto presente in tutti noi la consapevolezza che anche nello stato di necessità dovevamo continuare a rendere conto al parlamento; se non nell’immediato, almeno ai tempi supplementari. Il flusso di informazioni con l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio non si è mai interrotto. Lo stesso vale per il potere giudiziario e per i Comuni.

Alle frontiere è andata in scena una sorta di “schizofrenia” politica: a cancelli chiusi continuavano ad affluire frontalieri in gran numero. Per lei, in particolare, un tema oltremodo sensibile. Come ha vissuto quella situazione?
Ci sono bisogni oggettivi che vanno al di là di tutto: il funzionamento del sistema sanitario doveva essere garantito a livello di risorse umane, e c’erano interessi di approvvigionamento del Paese, nel cui ambito alcuni settori sono fortemente dipendenti dalla manodopera transfrontaliera. Comunque, con la chiusura progressiva delle attività siamo passati da 70mila ad un minimo di 9.000 frontalieri al giorno. E anche dopo la riapertura del 90% delle attività ci siamo fermati a un terzo in meno delle entrate. Una gestione attenta dei flussi ha impedito che questa “schizofrenia sistemica”, se così la vogliamo definire, portasse a una propagazione del virus. Enti e aziende hanno fatto la loro parte, capendo una cosa che è importante rimanga: ai sacrosanti interessi di bottega va sempre anteposta una responsabilità collettiva di carattere sociale e ambientale. Auspico un radicamento del concetto secondo cui non si entra su un territorio per predarlo, ma per crescere assieme ad esso.

Rispetto all’artiglieria pesante sfoderata dalla Confederazione, e all’impegno puntuale espresso da diversi Comuni, al Cantone può essere imputata una certa timidezza nel proporre soluzioni o incentivi di carattere economico per uscirne. Concorda?
Volevamo capire cosa si muovesse a livello federale, per evitare un accavallarsi di provvedimenti. Molti dei costi ricadranno comunque sul Cantone, a partire con ogni probabilità da quelli maggiori in campo sanitario. In secondo luogo, parliamo di strategia: l’obiettivo è mantenere una visione non tanto sull’immediato, come invece ha fatto molto bene la Confederazione, quanto sul medio-lungo termine, nel sostegno sociale e nel riorientamento dell’economia, investendo a favore di chi rimarrà senza lavoro.

I dati pandemici hanno ricomincia- to a crescere, tanto che sono state adottate nuove misure come le mascherine obbligatorie sui mezzi pubblici, ma anche restrizioni per i locali notturni e sul numero degli assembramenti consentiti. Quanto è preoccupato?
Era prevedibile, ed è pure comprensibile, che i giovani facciano più fatica – in queste settimane estive – a rispettare i comportamenti sociali e igienici corretti. Spero si riesca a capire che ognuno di noi ha una forte responsabilità indi- viduale per fare in modo di contenere la curva dei contagi.

Cosa ha imparato da tutta questa esperienza?
Ciò che non credevo fosse possibile, e cioè che un ponderato ragionamento analitico fatto di lunedì può cambiare radicalmente di martedì. È una cosa cui non ero affatto abituato né alla direzione del Dipartimento né nella mia esperienza di conduzione militare.

Il ritratto

Norman Gobbi è nato nel 1977 ed è cresciuto in Alta Leventina, dove si è stabilito con la famiglia a Nante, frazione di Airolo. È sposato con Elena dal 2008 ed è papà di Gaia e William. È laureato in scienze della comunicazione all’USI. In politica è stato in Consiglio comunale e poi in Municipio a Quinto. Eletto in Gran Consiglio nel 1999, nel 2010 è entrato in Consiglio nazionale, restandovi fino all’aprile 2011, quando è stato eletto nel Consiglio di Stato del Canton Ticino. È tenente colonnello dello Stato Maggiore dell’esercito.

 

Norman Gobbi: «Con la pandemia, un ponderato ragionamento fatto di lunedì poteva cambiare radicalmente il martedì».

 

Norman Gobbi: «Con la chiusura progressiva delle attività siamo passati da 70mila a 9.000 frontalieri al giorno».