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«Il virus per solidarizzare»

Lo psicoterapeuta Nicola Gianinazzi sugli effetti dell’emergenza Coronavirus: niente più baci e l’obbligo di lavarci le mani. Il crinale tra prevenzione e ossessione, tra solidarietà e odio sociale.

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Alain Intraina
14 marzo 2020

L’emergenza del virus Covid-19 bandisce strette di mano e baci. Dal punto di vista psicosociale, cosa significa cambiare tali abitudini?
Questa epidemia impone il cambiamento di molti rituali sociali. In Lombardia sono vietati anche funerali e matrimoni. Ciò deve farci riflettere. Aldilà del contagio emotivo più istintivo, si tratta di scegliere con ragionevolezza se chiudersi nell’io o aprirsi al noi, al senso di comunità. L’empatia verso l’altro si può mostrare anche con uno sguardo, un sorriso o adottando, perché no, l’inchino orientale di un mio paziente. 

Il Coronavirus ci costringe a lavare le mani spesso, a non toccarci la bocca, ecc. Siamo condannati all’autocontrollo?
Ora ci muoviamo sul crinale tra disturbi ossessivo-complusivi, ansie e l’adeguata risposta a un’emergenza reale. In ogni caso, senza predisposizioni o traumi particolari, una persona può adottare, se necessari, comportamenti igienici e poi abbandonarli se cambia la situazione. In fondo è ciò che distingue la patologia dalla risposta più o meno sana. 

Come continuare a coltivare i rapporti con colleghi, amici e parenti?
Recuperando la profondità dei legami, anche se online o a distanza, come atteggiamento interiore. La psicologia sociale insegna che solidarizzare con i nostri simili e le autorità ha un ruolo fondamentale nel contenere l’ansia del gruppo e del singolo.

Rientrato l’allarme, saremo tutti un po’ diversi?
Questa epidemia può essere un’occasione per acquisire un plusvalore di solidarietà e contestare certe dinamiche socio-economiche e politiche. Ma anche per fomentare critiche generalizzate alle istituzioni e odio paranoico verso gli stranieri e i frontalieri in particolare.