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RITRATTI
SARA DELLEA

«In ospedale, come in montagna, penso alla meta»

Sara Dellea è una delle infermiere in prima linea nella lotta al Covid-19. Da ventotto anni lavora nelle cure intense dell’Ospedale La Carità di Locarno.

TESTO
FOTO
alessandra Meniconzi
30 marzo 2020

«Nel reparto di cure intense i pazienti Covid-19 muoiono soli, lontani dai propri cari ai quali non possono nemmeno dire addio. L’aspetto psicologico di questa malattia è la fatica più grande da sopportare, nessun parente li può assistere, hanno solo noi». Sara Dellea, infermiera del reparto di Medicina intensiva dell’Ospedale Regionale di Locarno La Carità, rappresenta la forza e la gentilezza di chi in silenzio e con determinazione si trova in prima linea nella lotta al coronavirus.

«Per noi è molto frustrante, la maggior parte dei pazienti ricoverati nelle cure intense di solito guarisce, ora non possiamo far altro che aspettare che il corpo della persona reagisca. Anche il colloquio con i pazienti è diventato difficile. Riusciamo a scambiare qualche parola con loro solo nell’attimo prima di intubarli, sapendo che forse non succederà mai più».

Turni di tredici, quattordici ore

Sara Dellea ha 52 anni ed è cresciuta a Someo, in Vallemaggia. «Mi hanno sempre affascinato le materie scientifiche, sentivo che studiare medicina era la mia strada. Poi però qualcosa è cambiato. Trent’anni fa intraprendere questo percorso per una donna non era così facile, chi sceglieva questa professione spesso doveva rinunciare ad avere una famiglia. Ho sempre voluto dei figli e questa è stata la mia priorità».

Sara Dellea si è diplomata come infermiera in cure generali nel 1989 per poi specializzarsi poco dopo nelle cure intense, in cui lavora da ventotto anni. «Lavorare nelle cure intense è qualcosa di forte, a volte le persone mi chiedono come faccio a resistere da così tanti anni. Alla fine ti abitui, riesci a mettere in campo i tuoi mezzi di protezione. Quando ho messo piede per la prima volta in ospedale non avrei mai pensato di trovarmi nel bel mezzo di una pandemia. La situazione oggi è molto difficile, facciamo turni di tredici, quattordici ore al giorno. Il livello di stress è alto e quando torniamo a casa è difficile staccare. Parlando con i colleghi mi accorgo che è una tensione che si ripercuote anche sul sonno, si fa fatica a dormire. Poi c’è l’incertezza di quando tutto questo finirà. Per quanto riusciremo a reggere questi ritmi?».

Imparare da questa sofferenza

Tra le passioni di Sara c’è anche lo sport, che e le ha insegnato a non aver paura della fatica.

«In ospedale, quando sento che sto per crollare, faccio come quando corro in montagna, penso alla meta. La stanchezza non mi spaventa, so che posso reggerla, ma spero di non ammalarmi. Per molti colleghi è molto più dura, perché combattono già con altre malattie. Tra il personale si è creato un ambiente di collaborazione emozionante e anche il supporto che riceviamo dall’esterno ci rincuora. Mi fa rabbia vedere che c’è ancora chi non prende seriamente la situazione e non pensa al personale sanitario che sta facendo l’impossibile per far funzionare le cose. Contro il Covid-19 non abbiamo nessuna cura, perciò dobbiamo fare in modo che il virus non abbia più spazio per sopravvivere. Questo significa smettere di trasmetterlo, rimanendo il più possibile a casa. Mi auguro che, passata questa brutta esperienza, cambino molte cose; sarebbe davvero un peccato che tutta questa sofferenza non ci insegnasse qualcosa».