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INTERVISTA
FABIO REGAZZI

«L'economia ticinese è fragile»

A colloquio con Fabio Regazzi, consigliere nazionale e imprenditore: gli effetti della crisi Covid sull’economia cantonale, i crediti federali (1,3 miliardi) alle aziende ticinesi e gli abusi.

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VIOLA BARBERIS
21 settembre 2020
Fabio Regazzi: «Stiamo recuperando, c'è lavoro, ma a medio lungo termine non sono molto positivo».

Fabio Regazzi: «Stiamo recuperando, c'è lavoro, ma a medio lungo termine non sono molto positivo».

Signor Regazzi, a Gordola gestisce l’azienda di famiglia con 135 dipendenti, inclusi 11 apprendisti. Come è andata quest’anno e come avete superato il Coronavirus?

Purtroppo la crisi non è ancora superata. Come per tutte le piccole-medie imprese il Covid in poco tempo ci ha completamente sconvolto. All’inizio era molto difficile capire la situazione. Qui in Ticino, anche per la vicinanza con la Lombardia, abbiamo vissuto gli effetti della crisi prima che nel resto del Paese. Nella Svizzera tedesca non hanno capito subito la gravità della situazione.

La vostra ditta ha lavorato quando la situazione era già grave. Perché?

All’inizio, in marzo, c’era una certa confusione. Si parlava della possibilità di poter eseguire lavori necessari. Avevamo committenti come la SUPSI che ci sollecitavano, i nostri furgoncini erano ancora sul cantiere a Viganello, è scoppiata una polemica e abbiamo subito bloccato tutto. In azienda sono rimaste pochissime persone. Solo un reparto, quello delle tapparelle, è rimasto parzialmente attivo, perché dovevamo concludere ordini provenienti dalla Svizzera tedesca ed i nostri concorrenti oltre Gottardo lavoravano. In quel periodo l’80% dei nostri dipendenti era a casa. Venivo in ufficio, la situazione era desolante, perché nessuno sapeva che evoluzione ci sarebbe stata e cosa c’era da aspettarsi.

«Non sono molto fiducioso per il settore industriale»

Fabio Regazzi

La Confederazione ha messo a disposizione 40 miliardi per crediti Covid alle aziende in difficoltà. Avete fatto richiesta?

Sì, siamo una holding con diverse piccole e medie società. Abbiamo chiesto quasi il massimo, il 10% del nostro fatturato, che abbiamo in buona parte usato.

In Svizzera 136.000 aziende hanno richiesto i crediti. In Ticino, entro il 31 luglio, sono state 12.110, per un totale di 1,3 miliardi di franchi. Una somma enorme…

Indica in primo luogo che in Ticino esiste un settore economico molto importante. Secondariamente, tanti hanno fatto il nostro stesso ragionamento: non sapendo cosa sarebbe accaduto in futuro, si è chiesto il prestito in via precauzionale. Insomma, le aziende hanno messo “il fieno in cascina”. Contemporaneamente, i dati citati hanno messo a nudo la situazione critica di tante piccole e medie aziende che vivono sul filo del rasoio. Una crisi di poche settimane è stata sufficiente ad esaurire le riserve. Questo è un segno di fragilità di molte PMI, che pochi immaginavano.

Come lo spiega?

Un fattore è sicuramente la pressione sui prezzi. Si lavora con margini talmente ridotti che le aziende non riescono più a fare riserve.

Il Ticino, con l’8,4%, è stato il Cantone con la più alta percentuale di crediti concessi in Svizzera. È una sorpresa per lei?

No. Come detto prima, il Ticino è stato il Cantone più colpito dal Coronavirus. Nell’edilizia abbiamo avuto un vero lockdown, ciò non si è verificato in altri cantoni. Inoltre, l’economia ticinese è molto orientata all’export, e sta soffrendo parecchio.

Tante aziende hanno ottenuto questi crediti, ma non li hanno usati o solo in parte. Un segnale positivo?

Penso di sì. Per il momento la reazione dell’economia è abbastanza positiva. Stiamo recuperando, c’è lavoro, ma a medio lungo termine non sono molto positivo e fiducioso, soprattutto per il settore industriale che, come ricordato, si rivolge all’estero.

Tante aziende applicano ancora il lavoro ridotto…

Sì, ma questa è una misura a termine. Se dopo la proroga non si riprenderà come prima, molte aziende dovranno ridurre il personale. La vera prova del nove è l’ultimo trimestre 2020 e l’inizio 2021. Alcune aziende orientate verso l’esportazione hanno già effettuato licenziamenti e, purtroppo, prevedo anche una serie di fallimenti. Perciò non sono molto ottimista e la disoccupazione aumenterà.

Questo pessimismo vale anche per altri rami economici?

Dipende molto da ramo a ramo. Nel Locarnese, la ristorazione ad esempio ha ripreso piuttosto bene. Non ho mai visto così tanti turisti svizzeri come quest’anno. Anche il settore alberghiero in Ticino ha retto, ma nelle città come Lucerna, Zurigo, Berna le cose non vanno bene, sono mancati e continuano a mancare i turisti stranieri.

Alcune aziende hanno abusato dei crediti. In Svizzera ci sono circa 400 inchieste penali in corso, in Ticino una ventina. Come valuta queste presunte truffe?

Condanno questi abusi in modo categorico. Si tratta di un reato e chi viola le regole deve essere punito. Nello stesso momento, però, sono anche positivamente sorpreso da questi numeri, perché sono bassi in relazione al numero dei crediti erogati. Ricordiamoci che le richieste di credito erano molto semplici e poco burocratiche. Era purtroppo prevedibile che qualcuno avrebbe cercato di approfittare della situazione.

Lei condanna gli abusi. Però, la Segreteria di stato dell’economia (SECO) in luglio ha chiesto alle procure cantonali di non avviare una procedura penale se l’azienda che ha barato, ha ripagato i soldi ricevuti. Cosa ne pensa?

Questo non è accettabile. La SECO non deve intromettersi nell’attività delle procure. Secondo me si è trattato di un intervento inopportuno. Personalmente sostengo il contrario, sono del parere che si deve essere severi in caso di truffa.

Guardiamo avanti. Lei è stato designato presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM). La sua elezione avverrà il prossimo 28 ottobre. Come affronta questo nuovo compito?

Per me è un onore presiedere quest’associazione che difende le piccole e le medie imprese. Mi stimola pure il fatto di essere il primo ticinese nella storia dell’USAM, a rappresentare una minoranza in un’organizzazione considerata svizzero-tedesca. Per svolgere al meglio questo compito lascerò qualche carica, come la presidenza dell‘AITI fra qualche mese. Qui in azienda ho un direttore sul quale faccio affidamento da quando sono Consigliere nazionale. Ma non sarà sempre facile organizzare il mio tempo visto i vari impegni oltre Gottardo.

Dopo Cassis consigliere federale e Marco Chiesa presidente dell’UDC, lei sarà presidente di un’importante organizzazione economica, e Marina Carobbio è vicepresidente dell’Associazione nazionale degli inquilini. I ticinesi prendono il potere oltre Gottardo?

(ride) Non siamo a questo punto. Ma è vero che siamo presenti. È una fortuna. Così il Ticino non continuerà a lamentarsi di non contar nulla a livello nazionale. Dobbiamo invece far sentire la nostra voce nei gremi importanti a nord delle Alpi.

Fabio Regazzi: «L'economia ticinese, molto orientata all'export, sta soffrendo parecchio».


Il ritratto

Fabio Regazzi (58 anni), originario di Locarno, laurea in giurisprudenza a Zurigo, dal 1992 al 1999 è stato titolare di uno studio legale, per poi gestire l’omonima ditta di famiglia attiva nel ramo della metalmeccanica. Già membro del Gran Consiglio per il PPD (1995-2011) , è dal 2011 Consigliere nazionale. È presidente della Federazione cacciatori ticinesi e, ironia della sorte, risiede a Gordola in Via dei lupi...