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INTERVISTA
ANGELA FERRARI

«L'italiano svizzero, bando ai complessi»

A colloquio con Angela Ferrari, ordinaria di linguistica italiana all’Uni Basilea e da novembre membro dell’Accademia della Crusca. Dallo stato di salute dell’italiano in Svizzera al convegno del 23-24 gennaio sui “disaccordi” nella Rete tra cittadini e politici ticinesi.

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pino covino
13 gennaio 2020

Angela Ferrari: «Il 53% delle persone che hanno l'italiano come lingua principale risiede fuori dalla Svizzera italiana».

Nel novembre scorso è stata nominata membro dell’Accademia della Crusca. Che cosa significa per lei questa investitura?

Mi ha fatto molto piacere, e mi ha molto emozionata. La considero un riconoscimento per il lavoro di ricerca sia sull’italiano d’Italia sia su quello di Svizzera che porto avanti da più di tre decenni.

Il numero degli studenti negli istituti di italianistica delle università d’oltre San Gottardo è in continuo calo. Quali sono le cause?

È vero, negli ultimi dieci anni c’è stato un leggero calo degli studenti che scelgono italiano come prima materia, ma è in linea con le altre scienze umane. Le ragioni? Ci sono “cause esterne”, su cui c’è poco da fare. Materie come informatica, economia, o lingue come l’inglese o il cinese, hanno un mercato del lavoro più ricco, e dunque sono più attraenti.

E le “cause interne” di questo calo?

Sono fatti che mostrano che i dati non rispecchiano del tutto la realtà. Anzitutto, ci sono parecchi studenti che scelgono l’italiano non come prima ma come seconda materia. Inoltre, parlando della mia università, da alcuni anni vengono offerti Master concorrenziali all’italianistica, come Lingua e comunicazione e Letteratura generale, all’interno dei quali gli studenti seguono i nostri corsi, ma non compaiono nelle statistiche tra gli studenti di italianistica. E risultano pure “studenti fantasma” i giovani ticinesi o i figli di immigrati italiani di altre facoltà (diritto, psicologia) che frequentano i nostri corsi per mantenere un legame con la loro cultura e la loro lingua.

«In Svizzera 2,5 milioni di persone sanno l’italiano»

 

Nell’indagine PISA 2018, sulla capacità di comprendere un testo, gli studenti svizzeri si sono piazzati nella media al 27° posto su 79 Paesi partecipanti. Qual è il suo giudizio?

La capacità di lettura di un testo ha molte sfaccettature. Per esempio, un conto è la comprensione della lettura del testo, altro è la comprensione del suo significato profondo, che richiede di attivare la propria enciclopedia mentale. In generale siamo nella media e stabili rispetto a PISA 2015. Un cauto ottimismo, soprattutto per il Ticino, risulta anche dalle indagini previste dall’accordo Harmos, che testano la bontà dell’insegnamento dell’italiano nelle nostre scuole. Se si passa da un giudizio globale a quello sui singoli allievi, i risultati dipendono dalla lingua parlata a casa e dalla condizione sociale delle famiglie. Una cosa che ci si potrebbe chiedere è in che modo la frequentazione dei social media incida sulla loro capacità di comprensione dei testi. Sembra di poter dire che la lettura trasversale e cursoria vinca su quella più profonda e analitica.

Qual è oggi lo stato di salute della lingua italiana in Svizzera?

Molto buona nella Svizzera italiana. Dal rilevamento del 2017, l’88,8% della popolazione ha l’italiano come lingua principale. Più complessa la situazione oltre San Gottardo. Un dato sorprendente è che il 53% delle persone che hanno dichiarato l’italiano come lingua principale risiede fuori dal territorio italofono, contro il 47% in Ticino e nei Grigioni. Tuttavia, nella Svizzera tedesca e in Romandia ad avere l’italiano come prima lingua è una netta minoranza della popolazione (4,4% e 4,7%). Le cose diventano più confortanti se sommiamo italiano lingua principale e secondaria: più di 2 milioni e mezzo di persone in Svizzera sanno, bene o meno bene, l’italiano.

Qual è il suo giudizio sugli “elvetismi”?

L’italiano svizzero è la lingua di uno stato autonomo, che ha le sue peculiarità politiche, amministrative e culturali, e che ha il diritto di avere una sua identità che non coincide in tutto e per tutto con quella della vicina Italia. Bando, dunque, a inutili complessi! Detto questo, ci sono elvetismi che mi suonano naturali e altri che sento come fastidiosi. Del tutto normali sono per me quelli legati alla scuola: nota per voto; libretto per pagella; classatore per raccoglitore; direttore (del liceo) per preside; ecc. Sento invece come più marcati trattanda per punto all’ordine del giorno; lisciva per detersivo; chinarsi su un argomento per affrontare un argomento e ramina per rete metallica: mi fa venire in mente un insulto che circolava quand’ero piccola: mangiaramina.

Lei ha svolto molte ricerche sull’italiano dei giornali ticinesi. Quali sono i risultati, anche rispetto all’italiano dei media della Penisola?

In sintesi, la lingua dei giornali ticinesi è più semplice: le parole sono meno ricercate, le frasi più brevi, con meno subordinate e meno incisi. È un fatto positivo, perché è il segno che i nostri giornali hanno un grado alto di leggibilità e raggiungono una più ampia cerchia di cittadini. L’altra faccia della medaglia è che sono meno “brillanti” di quelli italiani, molto attenti a rendere il loro stile vivace: accostano espressioni tratte dal parlato a quelle di registro elevato; pescano nel serbatoio dei tecnicismi; affilano le armi della retorica. È una prosa che può raggiungere picchi di alta qualità, ma che corre anche il rischio di risultare più complessa e difficilmente leggibile.

Al convegno del 23-24 gennaio, organizzato dal suo istituto a Basilea, presenterà i dati della sua ricerca sulle “espressioni di disaccordo” dei cittadini verso i politici ticinesi Cassis, Bertoli, Gobbi e De Rosa. Ci può anticipare i risultati?

I politici comunicano sempre più via internet: sono andata a vedere come i cittadini svizzeri italofoni si esprimono quando non sono d’accordo con il loro punto di vista. Sono uscite delle cose interessanti. La prima è che il ­politico viene spesso chiamato per nome (Ignazio, Manuele, Norman, ­Raffaele) e gli si dà tendenzialmente del tu. Inoltre, mi ha colpito che spesso, per contraddire il politico, non si entra nel merito dei contenuti ma lo si attacca personalmente, anche con insulti e parolacce (ritirati! / un imbecille fatto e finito). Il confronto rimane forte anche quando si combattono le idee:

si va allo scontro con una certa violenza verbale, senza che i politici reagiscano. Infine, i cittadini scrivono volentieri in ticinese: ma che fescta e fescta, che le + la nosa patria, qumandan i altri in ca nosa / ma x quanto difend la patria dal UE, fem prima a vinc al euromilion. 


Il ritratto

Il convegno del 23-24 gennaio

Info sul programma: www.italianistica.unibas.ch

Angela Ferrari (Locarno, 1961), si è laureata in linguistica e letteratura italiana e francese all’Università di Ginevra. Dal 2005 è professore ordinario di linguistica Italiana all’Università di Basilea. Nel novembre scorso è stata nominata membro dell’Accademia della Crusca. Si occupa di linguistica teorica (sintassi-punteggiatura-testo) e di italiano contemporaneo, scritto, parlato e dei social. Il 23-24 gennaio ospita all’università di Basilea un convegno internazionale: “Accordi e disaccordi in Rete: aspetti linguistici, comunicativi e psicosociali”.