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INTERVISTA
ALBERTO PIATTI

«Le tecnologie sono entrate nella scuola»

Alla vigilia del nuovo anno scolastico, Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento (DFA), illustra gli esiti del sondaggio sull’insegnamento a distanza e in parziale presenza durante l’emergenza Covid-19 e ipotizza gli effetti sulla didattica tradizionale.

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VIOLA BARBERIS
24 agosto 2020
Alberto Piatti: «Imparare a usare la tecnologia permette di sfruttarla anche in classe, in presenza degli allievi».

Alberto Piatti: «Imparare a usare la tecnologia permette di sfruttarla anche in classe, in presenza degli allievi».

Alberto Piatti, la scuola ha sperimentato una primavera inedita. Lei, con il suo team di ricercatori, ha condotto un ampio sondaggio fra famiglie, docenti e quadri scolastici per capire come è andata. Qual è il dato essenziale che è emerso?

Il punto più importante è che, nonostante l'emergenza, l'insegnamento e l'apprendimento hanno potuto continuare, con però alcune differenze tra la scuola completamente a distanza e quella parzialmente in presenza. Apparentemente, durante la scuola a distanza si imparava di più, ma docenti e allievi si sentivano più a disagio, mentre durante la scuola parzialmente in presenza tutto è stato molto più complicato da gestire, anche se ci si sentiva molto meglio a livello emotivo. Comunque, occorre fare una premessa.

Quale?

Quella che abbiamo vissuto in primavera è stata una situazione d'emergenza, non preparata, svolta da docenti che in generale non sono specialisti di questo tipo di didattica. Si è fatto quindi quello che si poteva e tutto sommato, dai dati raccolti a livello di scuole cantonali e comunali, i risultati sono soddisfacenti.

Insomma, si è potuto continuare ad imparare, ed è quel che più conta...

Sì, ma il sacrificio è stato molto grande, a partire dai genitori. Per le scuole dell'infanzia e delle elementari, e in modo significativo per le medie, mamme e papà hanno reso possibile una scuola di partenariato. Spesso la non presenza fisica dei docenti è diventata la presenza dei genitori.

Che però non hanno risposto in massa al vostro questionario…

In effetti, circa 20mila famiglie, una su due, ha risposto. Una partecipazione comunque notevole per questo tipo di esercizio.

Tuttavia, rappresenta solo la metà degli interpellati. Non c'è il rischio che chi non ha risposto "custodisca" i problemi veri causati dall’emergenza Covid?

Non possiamo sapere quanto la non partecipazione sia stata casuale o meno. Possiamo solo ipotizzare che possa essere dovuta, in singoli casi, al fatto di avere una particolare situazione a casa. Nel sondaggio abbiamo fatto in modo che in caso di bisogno i docenti, e in particolare quelli confrontati con situazioni particolari, potessero andare a compilare il formulario assieme alle famiglie. Questi docenti hanno inoltre partecipato in buona misura all'inchiesta. È comunque immaginabile che le famiglie con un disagio che va oltre questa possibilità di aiuto non siano in effetti presenti nei dati che abbiamo raccolto.

Quindi?

Abbiamo previsto di svolgere degli approfondimenti, tramite interviste individuali e collettive, che ci permetteranno di confrontarci con le diverse figure professionali coinvolte, raccogliendo anche il vissuto osservato negli allievi. Non dobbiamo però dimenticare che questo disagio esiste comunque, a prescindere dalla pandemia. C’è una parte di scolarità in cui si mescolano diverse problematiche: difficoltà di integrazione, non conoscenza della lingua, povertà, disagio sociale o psichico, disoccupazione. È a partire dalla capacità di includere tutti che si misura la validità del sistema scolastico, che in Ticino, si distingue senz'altro in positivo. Poterci lavorare è per noi uno degli aspetti più interessanti dell’emergenza.

Il vostro primo obiettivo era fornire dati alle sedi in tempo utile per pianificare il nuovo anno. Dal 71% dei docenti che ha risposto quali indicazioni sono arrivate?

Una, significativa, è che è nel periodo critico fra marzo e giugno, per tenere il filo con la classe nell'attività didattica, molti docenti hanno lavorato molto più del solito. A livello di impegno, dunque, è stato dato moltissimo. Per fortuna, essendo successo tutto da marzo in avanti, da settembre fino ad allora le classi erano state con i docenti in aula, così la relazione pedagogica era già stata abbondantemente costituita. Si è quindi potuto lavorare su una riserva di relazione e di fiducia.

E rispetto alla questione tecnologica, in particolare per l'utilizzo della piattaforma Moodle, risultata fondamentale alle medie?

Finalmente le tecnologie sono entrate sul serio a far parte del processo di insegnamento e apprendimento, e tutti i docenti hanno cominciato a familiarizzare con questi strumenti. Tutti i docenti, non solo gli appassionati, hanno potuto valutarne i vantaggi e i limiti. Il fatto di supportare l’apprendimento dello studente anche con strumenti tecnologici, mettendo a disposizione risorse online per lo studio autonomo, è importante anche in condizioni normali. I compiti a casa ci sono sempre stati, ma poter contare sulle tecnologie dà accesso a risorse molto più performanti. Imparare a usare la tecnologia permette poi di sfruttarla anche in classe, in presenza. In questo senso, nel giro di pochi mesi è stato fatto un passo avanti quasi epocale, e questo è secondo me il riscontro più positivo e importante di questa esperienza.

La scuola totalmente in presenza che partirà a fine mese sarà dunque un’occasione per tornare alla normalità, ma aggiungendo il potenziale tecnologico sperimentato negli ultimi mesi?

Credo che la tendenza sarà nel limite del possibile quella di tornare alla scuola “pre Covid”, ma sicuramente apprezzandola molto più di prima. Dopodiché, ciò che hanno portato le tecnologie non è passato inosservato: non tanto in classe, dove non sono state usate, quanto piuttosto nelle modalità di comunicazione con le famiglie. Ci saranno più familiarità, meno diffidenza e, spero, il desiderio e la vivacità di sperimentare e innovare anche in un contesto più normale. In questo senso il dipartimento formazione e apprendimento della Supsi e il Centro per le risorse didattiche digitali (Cerdd), collaboreranno per offrire a tutti i docenti, già a partire da questo mese, diverse opportunità di formazione continua e sperimentazione nell'ambito delle risorse didattiche per l'insegnamento e l'apprendimento.

Alberto Piatti: «Dai dati raccolti a livello di scuole cantonali e comunali sull?emergenza Coronavirus, i risultati possono definirsi soddisfacenti».


il ritratto

Alberto Piatti (Sorengo, 1977), matematico ETHZ, ha svolto un dottorato e attività avanzate di ricerca nel campo della modellizzazione della conoscenza umana. Ha insegnato matematica e didattica della matematica alle scuole medie cantonali, all’USI e alla SUPSI. Dal 2003 lavora alla SUPSI, prima come docente-ricercatore presso il DTI, poi dal 2010 come membro di direzione del DFA, di cui nel 2017 è diventato direttore. È membro della direzione della SUPSI. I suoi campi attuali di ricerca sono il pensiero computazionale e la robotica educativa.