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RITRATTI
DAVIDE BUZZI

«Ogni giorno è come un regalo»

Cantautore e scrittore, papà del thriller “Memoriale di un anomalo omicida seriale”, Davide Buzzi, classe 1968, di Corzoneso, convive da anni con un tumore aggressivo. La sua vita sembra un film.

FOTO
MELANIE TÜRKYILMAZ
14 settembre 2020
Davide Buzzi: «La vita per quanto difficile, va sempre goduta fino in fondo».

Davide Buzzi: «La vita per quanto difficile, va sempre goduta fino in fondo».

Un jukebox del 1957, un telefono a cornetta degli anni ’60, un vecchio parchimetro della città di Lugano. E poi c’è lui, in penombra, seduto sulla sedia stile “Le Corbusier”, che scrive e scrive. A Corzoneso, in un piccolo angolo della Valle di Blenio, vive Davide Buzzi, cantautore, scrittore, personaggio dai mille volti. «Su questa sedia – racconta – passo le mie notti insonni».

Nativo di Aquila, di cui adora il ponte romano, Davide, autore del thriller “Antonio Scalonesi – Memoriale di un anomalo omicida seriale”, pubblicato in febbraio, si presenta come un uomo difficile da inquadrare. «Sono venuto al mondo il 31 dicembre del 1968, alle 22.40. Sono stato l’ultimo nato in Ticino quell’anno. E in fondo è così che mi sono sentito spesso, quello fuori dal coro, l’ultimo, quello sbagliato». Formatosi come fotografo, il 51enne ha vestito anche i panni della guardia di confine per quattro anni ed è stato pure assicuratore. «Ad accompagnarmi è sempre stata la musica. Col mio rock folk, ho realizzato quattro album e ho vinto persino qualche premio internazionale, tra cui il Myrta Gabardi a Sanremo nel 2002». Un’esistenza a mille all’ora, che rallenta dal 2000, quando Davide inizia ad accusare strani malesseri.

«Solo nel 2012, dopo una partita di calcio con gli amici, la situazione si sblocca. Arrivo a casa e mi sento male, passo una notte infernale e la mattina dopo non riesco nemmeno ad alzarmi. Chiamo mia madre che mi trova in uno stato pietoso». Arriva l’ambulanza. All’ospedale di Bellinzona, Davide si troverà confrontato con una diagnosi da brivido: un tumore gastrointestinale raro, da cui non si può guarire. «Dopo una delicata operazione, sono sempre riuscito a tenerlo a bada, con medicamenti mirati. Spero che la malattia continui a starsene tranquilla».

Un legame forte

Davide, grande tifoso del Bellinzona calcio e appassionato di antiquariato, ci mostra la sfilza di pastiglie che ogni giorno deve ingoiare. «Mi alzo sempre con una sensazione di vomito e con capogiri. Nel corso degli anni sono arrivato al punto di non poter più lavorare. E, anche se io non volevo, sono stato costretto ad arrendermi e ad accettare il mio stato di persona invalida. Oggi so che ogni giorno mi è regalato».

Nonostante la difficile situazione, lo scrittore resta coerente su un concetto chiave. «Sono sempre stato ateo e non rinnegherò mai questa mia certezza. Già da bambino a scuola ero regolarmente in discussione col prete, durante l’ora di religione. Alla fine prendevo sempre il massimo dei voti, credo fosse perché avevo il coraggio di esprimere le mie idee».

Su una parete, spicca la foto di due ragazze. «Sono le mie figlie, Karien e LeAnn. Sono divorziato. Con loro ho un legame forte, a unirci è stata anche la leucemia che ha colpito Karien quando aveva solo 7 anni. In quel periodo nacque LeAnn. Ero consapevole che la condizione di Karien era molto incerta e che forse avrebbe anche potuto non farcela. Così la portai con me in sala parto ad assistere la mamma e le proposi di fare il primo bagnetto alla sorellina appena nata. Oggi Karien è infermiera a Losanna e si dedica ai bambini nati prematuramente».

Un romanzo particolare

Davide ci parla del suo secondo romanzo. «In parte è basato su fatti realmente accaduti, rimane comunque un racconto di fantasia. Mi sono avvalso della consulenza di diversi professionisti, come Emilio Scossa-Baggi, ex capo della Scientifica ticinese, Giovanni Martines, ex avvocato di Bernardo Provenzano, o lo psichiatra Orlando Del Don».

Nel cassetto, Davide, che collabora a titolo volontario anche col mensile “Voce di Blenio”, ha altri progetti letterari e musicali. «Qualche volta succede che qualcuno se ne esca a dirmi “Tu sì che vai bene e fai la bella vita”. La realtà è ben diversa. Ho momenti di buio totale, in cui mi capita di piangere disperatamente per la mia condizione. Dopo le lacrime mi sento spesso rafforzato e sono pronto a ripartire. Sono ormai poche le cose che possono farmi paura. E mi rendo conto che la vita, per quanto difficile, va sempre goduta fino in fondo».