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INTERVISTA
DARIO GENNARI

6 marzo, spegniamo i cellulari

La sfida, il primo venerdì di marzo, arriva dagli Stati Uniti: lasciare spento per 24 ore lo smartphone. È possibile resistere a questa astinenza digitale? Le riflessioni di Dario Gennari, responsabile del settore Nuove Dipendenze di Ingrado.

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Melanie Türkyilmaz
24 febbraio 2020

Dario Gennari: «Internet e in particolare le app ci hanno stravolto l’esistenza».

Spegnete lo smartphone e mettetelo in un cassetto per 24 ore. La sfida parte dagli Stati Uniti e contagia sempre più Paesi. Il “Day of Unplugging” è il primo venerdì di marzo (quest’anno il 6), con un solo imperativo: disconnettersi. «Se è nata una giornata del genere – precisa Dario Gennari, responsabile del settore Nuove Dipendenze di Ingrado –, significa che c’è un problema serio».

Lo dimostra anche la nascita del nuovo settore che dirige. O no?

Siamo di fronte a una rivoluzione. Internet, e in particolare le app, ci hanno stravolto l’esistenza. E sempre più persone si rivolgono al nostro servizio.

Si tratta di vera dipendenza?

Non è ancora una diagnosi accettata completamente dalla comunità scientifica. Abbiamo però a che fare con disagi importanti. C’è gente che non riesce a staccarsi dallo smartphone. O che ha un figlio che passa anche dieci ore al giorno a smanettare con cellulare.

Molti genitori sono preoccupati…

Sì. Tanti ragazzi delle medie giocano con il cellulare di sera e di notte, con conseguente scarso rendimento scolastico. E non parliamo di ragazzi particolarmen- te disagiati. Bensì di giovani normalissimi che, senza praticamente accorgersene, arrivano a diciotto anni e si rendono conto che non stanno combinando nulla.

Ormai la gente cammina per strada con gli occhi incollati al cellulare.

In alcuni Paesi la situazione è talmente seria che si sta valutando l’idea di introdurre dei semafori pedonali posizionati a terra per gli utenti dello smartphone. Ma torniamo alla Svizzera. Secondo l’autorevole studio James, il 96% dei giovani utilizza la rete ogni giorno o più volte alla settimana. Prevalentemente a scopo di intrattenimento, con social e videogiochi a primeggiare.

Perché?

Siamo affascinati dall’immediatezza, 24 ore su 24, nemica però del pensiero. I social hanno cambiato il nostro modo di relazionarci col prossimo. Oggi, se uno decide di lasciare la compagna, le manda un messaggio via WhatsApp, vede, grazie all’apposita spunta blu, se lei lo riceve, poi si sposta su Facebook e magari cambia il suo status da “impegnato” a “single”. Informando il mondo intero…

Tutto virtuale, no?

Tutto reale alla fine. Le emozioni sono vere, anche per i nativi digitali. C’è chi è triste perché ha pochi like o pochi follower. La cosa inquietante è che da tutto questo c’è chi ci guadagna. L’oggetto feticcio di questa rivoluzione è lo smart- phone.

Che non è solo un telefono…

In questo oggetto riponiamo molti aspetti della nostra intimità. Al mondo siamo in 7,6 miliardi. Il 67% ha un cellulare, il 57% usa internet, il 45% è attivo sui social, di cui il 42% tramite smartphone. E le percentuali sono in netta ascesa. Sostanze illegali, alcol e farmaci li puoi scansare. Internet no.

Non solo i giovani. Ci sono anche adulti che passano intere serate a giocare con lo smartphone.

Chi ha già una certa età non era abituato a novità del genere. E non riesce a vedere un eccessivo uso del cellulare a scopo ludico come un problema. Gli adulti appaiono sprovveduti. Penso ai 60enni che tradiscono sui social, lasciando ogni traccia immaginabile e possibile.

Soluzioni per disintossicarsi?

Chi fa già parte del sistema deve imparare a relazionarsi con questo strumento in maniera costruttiva. Purtroppo, è difficile per chi ne è

dipendente. Anche perché ritiene di non avere disagi. La questione va dunque risolta in maniera graduale, con il sostegno di specialisti.

E per i nativi digitali?

Se alcuni ragazzi si trovano assorbiti da internet è anche colpa di noi adulti. Fotografati e filmati sin dalla nascita, come si può pretendere che, una volta cresciuti, non siano attratti dallo smart- phone? L’educazione al digitale deve partire presto. E necessita di limiti imposti dalle famiglie. I genitori sono i primi a doversi mettere delle regole. Sappiamo che il sistema basato sull’ipertesto, sui link, dilata i tempi, ti fa perdere la cognizione temporale. Inizi a navigare sul web e non sai quando finisci.

I giovani oggi sognano di fare gli influencer, gli youtuber…

I ragazzini sognano. Emulano. Il problema è che è uno su un milione ha successo. Le parole “amici” e “follower” hanno grande potere sui ragazzi. Ci si costruisce una realtà parallela, che ti dà gratificazioni, contrapposta a una vita in cui si ricevono schiaffi.

Consigli concreti?

I ragazzi non vogliono andare da un adulto che gli dice cosa fare. Anche vietare lo smartphone può essere controproducente. Conosco mamme e papà che si sono beccati pugni in faccia. Gradualità e dialogo sono le parole d’ordine.

Nella mente di molti è ancora vivo lo scandalo DropBox. Decine di ragazzine ticinesi in pose intime finite sul web, di chat in chat…

Si è attratti dalle emozioni forti e dallo pseudoanonimato che internet sembra assicurare. Si compiono così azioni impulsive, non ragionate. Il web ti fa sentire onnipotente e disinibito. Ne è un esempio il settore degli Avatar.

Sui telefonini spenti nelle scuole ticinesi, che ne pensa?

Anche altrove ci si sta muovendo con iniziative analoghe. Ben vengano. Purché accompagnate da una riflessione educativa. Reprimere non serve a niente.


Il ritratto

Dario Gennari, classe 1968, bellinzonese, psicologo di formazione, si è occupato a lungo di dipendenze, soprattutto legate al consumo di alcol. Da qualche anno, è responsabile del settore Nuove Dipendenze di Ingrado, con focus sulle problematiche connesse a internet.