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INTERVISTA
MICHAEL LLAMAS

Al fronte contro il Covid-19

Da settimane, in prima linea, contro il virus, nemico subdolo e devastante. La testimonianza di Michael Llamas, direttore sanitario dell’ospedale La Carità di Locarno.

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massimo pedrazzini
13 aprile 2020
Michael Llamas: «Usiamo le nostre energie per un unico scopo: curare tutti i pazienti».

Michael Llamas: «Usiamo le nostre energie per un unico scopo: curare tutti i pazienti».

«State a casa. Tutto è nelle vostre mani». Parole pronunciate dal dottor Michael Llamas, direttore sanitario dell’Ospedale La Carità di Locarno, davanti alle telecamere di Falò (RSI) lo scorso 19 marzo. Un appello che ha scosso le coscienze di chi vive nella Svizzera italiana di fronte alla pandemia del Covid-19. Il “picco” dei contagi in Ticino sembra essere stato raggiunto. Ma l’emergenza non è finita.

Umanamente, come sta vivendo questo periodo?

Con sentimenti forti. Ogni giorno il calore umano ci dà la motivazione per andare avanti. Una cosa ci è parsa chiara da subito: è la forza del gruppo che realizza l’impensabile, non è mai il singolo.

Qual è l’aspetto più complicato nella gestione del suo lavoro?

Abbiamo trasformato l’ospedale La Carità in un centro dedicato ai malati di coronavirus in pochi giorni; in seguito si sono aggiunte altre strutture. Stiamo usando tutte le nostre energie per un unico scopo: curare i pazienti attingendo all’esperienza di decine di colleghi di vari settori. E scoprendo come affrontare questa malattia, inizialmente completamente sconosciuta, giorno dopo giorno.

Ci sono anche momenti per qualche gratificazione?

Ogni istante che viviamo in ospedale porta con sé l’occasione di ricordarci perché siamo qui. Un disegno di un bambino appeso a un muro, il sorriso del personale dell’economia domestica, un piccolo miglioramento di un paziente, le lettere che riceviamo…

L’isolamento dei pazienti gravi è l’aspetto forse più doloroso. Come lo gestite?

Non lasciandoli soli. Ci sforziamo in tutti i modi affinché i legami con i propri cari non siano completamente interrotti. Usiamo tutti i mezzi a nostra disposizione per fare comunicare i pazienti e la famiglia, anche le nuove tecnologie.

La morte del paziente può devastare anche la vostra psiche. Avete un supporto psicologico?

Non ci troviamo in un momento ordi- nario e la pressione psicologica su tutto il personale dell’ospedale non è quella abituale. Per questo è stato organizzato un team di sostegno composto da professionisti al servizio del personale.

Quando, a inizio gennaio, sentiva parlare del nuovo coronavirus in Cina, immaginava che si sarebbe trovato in una simile situazione?

Tutto sembrava così lontano. In quel periodo, comunque, ero in contatto con diversi colleghi. L’epidemia sarebbe potuta arrivare anche da noi. Ci era chiaro. Questo ha fatto sì che a livello cantonale non ci si sia trovati impreparati, anzi.

Il suo appello in televisione è stato decisivo per fare capire alla gente come comportarsi…

Sono stato solo uno tra i tanti che hanno parlato in quel momento. È necessario tenere alta la guardia.

Perché inizialmente tanti cittadini si sono comportati con un certo menefreghismo?

Nessun menefreghismo. Persino noi, che stavamo lavorando per affrontare l’epidemia, eravamo a volte increduli rispetto a quello che ci stava attenden- do. A un certo punto ci siamo detti che, se anche noi facevamo fatica a misurare ciò che stava arrivando, anche per buona parte della popolazione sarebbe stato difficile comprendere.

Che effetto le fa sapere che tante persone applaudono il vostro operato dalle finestre di casa?

Sono manifestazioni di affetto che ci aiutano nel lavoro quotidiano e ci ricaricano di energie. Gli applausi ci confortano. Ma sono i comportamenti corretti della popolazione che ci aiutano.

Cosa fa per staccare la spina?

Non è ancora finita. Non c’è tempo per farlo. La staccheremo tutti quest’estate, nel momento in cui tireremo le somme su quello che è accaduto. Mia moglie e le mie figlie rappresentano per ora quel necessario rifugio che mi concedo ogni giorno.

Quale sarà la prima cosa che farà quando tutto sarà finito?

L’importante non è quello che farò io. Bensì quello che faremo noi come collettività. Avremo bisogno innanzitutto di raccoglierci per pensare ai nostri morti. Ma sarà anche necessario celebrare la vita. Spero che da questa esperienza, la nostra società esca più consapevole e più solidale. 


Il ritratto

Michael Llamas è nato a Locarno nel 1971. Dopo gli studi universitari in medicina a Losanna e il dottorato a Zurigo, nel 2003 inizia la sua carriera all’Ospedale universitario di Ginevra, dove ricoprirà diversi ruoli importanti. Dal primo gennaio 2019 è attivo presso l’ospedale La Carità di Locarno come direttore sanitario e vice primario dell’Area critica (medicina intensiva e pronto soccorso).