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Verdone: «Finalmente sono un chirurgo»

Il regista e attore Carlo Verdone ci racconta il suo nuovo film “Si vive una volta sola”, il suo ruolo in sala operatoria, la sua passione per gli scherzi e la rabbia per Roma e i romani.

25 febbraio 2020

 

Carlo Verdone, è famosa la sua passione per la medicina e nel suo nuovo film “Si vive una volta sola” finalmente interpreta il ruolo di un dottore…

In tanti mi hanno detto «ti sei scelto il ruolo che avevi sempre voluto ». In realtà, avevo già fatto in passato il pediatra, il dentista, ma mai un chirurgo. E per farlo mi sono fatto seguire da un professionista, andando in sala operatoria. E lì ho scoperto che quando i chirurghi non fanno interventi pericolosi, nel silenzio della sala, con i bisturi in mano, parlano di calcio o di dove andare la sera a cena. Te lo dicono loro stessi: passiamo la
giornata ad “aprire” e “chiudere”, dobbiamo sdrammatizzare. 

E infatti nel film l’equipe di colleghi continua a farsi scherzi, spesso anche molto cattivi…   

Perché volevo rappresentare un disagio che puoi trovare anche in tanti altri ambiti della società. Nel film tutti i protagonisti sono persone realizzate e stimate in ambito professionale, mentre nel
privato si portano addosso solitudini e tristezze. Per questo i colleghi si frequentano anche dopo il lavoro, fino a combattere la noia, facendosi scherzi goliardici. E se fai così, vuol dire che qualcosa non va.  

Pure lei è stato un maestro degli scherzi in passato…

Ah, in passato sì! Ne ho combinate di tutti i colori e le mie vittime preferite erano papà e mamma. Una sera erano andati all’opera e quando sono tornati  gli ho fatto trovare la porta di casa spalancata, con gli armadi aperti e addirittura con della passata di pomodoro a terra… per farla sembrare sangue. Sono sbiancati, non riuscivano più a parlare.

«Far divertire, ma anche raccontare il malessere sociale»

Carlo Verdone

Questo è stato il suo scherzo più cattivo? 

Ne ho fatto uno peggiore. Mio figlio aveva 7 anni e giocava a calcio. Lo chiamo e con la voce camuffata gli dico: «sono il segretario di Francesco Totti e Francesco t’ha visto sul campo e ti vuole incontrare». Ovviamente quando rincaso mio figlio mi salta in braccio dalla felicità e mi racconta tutto. Ed è lì che mi si è stretto il cuore e ho confessato: lui non mi ha più voluto parlare per un mese.

Ma anche nel suo film lo scherzo non si limita alla risata…

Era quello che volevo, non fermarmi alla superficie, ma cercare di aggiungerci spessore. Per questo era importante trovare la misura giusta, per far divertire attraverso gli equivoci e i colpi di scena, ma raccontando al tempo stesso un malessere sociale. Anche le commedie come questa non devono limitarsi solo all’intrattenimento. 

Film che non siano semplici evasioni, anche se poi scattano con la molla di un viaggio fuori Roma… 

Io amo Roma profondamente e per questo ogni tanto mi arrabbio con i romani e forse anche con me stesso, perché la mia città meriterebbe di più, essendo comunque il biglietto da visita di un intero Paese. Ogni volta che fai un film a Roma, Roma diventa inevitabilmente una coprotagonista. Così, anche per evitare il rischio di ripeterti, hai bisogno di uscire e viaggiare in amicizia e compagnia. 

Non a caso lei ha scelto la strada di fare un film corale, con tanti attori protagonisti come Rocc Papaleo, Max Tortora, Anna Foglietta….

Ed è la strada che penso percorrerò d’ora in poi. Adesso non avrei più voglia di fare film in cui mi faccio affiancare solo da una o un coprotagonista. Trovo molto più gratificante il lavoro di squadra, cercando quel valore della condivisione che passa da ciò che si prova sul set a quello che poi resta sullo schermo.