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INTERVISTA

Così la vita fa TikTok

Abbuffata di nuove tecnologie per gli svizzeri nel 2020, a causa anche del Covid. Con un boom soprattutto tra gli over 55. «Ma una persona ha il diritto di starsene anche offline», precisa in questa intervista la specialista presso l’USI Katharina Lobinger.

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ALAIN INTRAINA
12 ottobre 2020
Katharina Lobinger: «La sfida della società è di trovare un equilibrio tra ciò che è online e ciò che è offline».

Katharina Lobinger: «La sfida della società è di trovare un equilibrio tra ciò che è online e ciò che è offline».

È un 2020 che, complice la pandemia, ha modificato drasticamente le nostre abitudini tecnologiche. In particolare degli over 55. È quanto emerge da un recente studio della Comunità di interessi per i media elettronici (IGEM). Per esempio, in pochi mesi il numero di possessori di laptop in Svizzera è passato da 4,3 a 4,8 milioni. «È chiaro – sostiene Katharina Lobinger, specialista in tecnologie digitali all’USI – che il lockdown ha spinto un po’ tutti in questa direzione, anche per cercare vie di socializzazione».

Un altro dato: la metà dei nuovi abbonati a Spotify, servizio che offre musica in streaming, avrebbe più di 55 anni…

I dati vanno però sempre contestualizzati. L’Ufficio federale di statistica nel 2019 ci indicava che il 93% degli svizzeri usava regolarmente internet. Considerando le persone con più di 70 anni, la percentuale però scende al 53%. Quindi, attenzione a non generalizzare. Anche perché porta a disuguaglianze sociali importanti.

In che senso?

Alcune categorie di persone non hanno i mezzi o le conoscenze per accedere in maniera continuativa ai nuovi media. Se facciamo passare l’idea che la digitalizzazione è indispensabile per la vita, si rischia di escludere determinate fasce di popolazione. Non solo gli anziani, ma anche famiglie che non hanno una buona base economica o le competenze necessarie.

Tutto spinge, però, verso un mondo tecnologico a tutti i costi. Uno ha ancora il diritto di starsene fuori?

Certo, una persona deve essere libera di poter scegliere, sempre e comunque. E per questo andrebbe sempre proposta una via analogica, alternativa a quella tecnologica.

«Durante il lockdown i computer sono passati da 4,3 a 4,8 milioni»

 

Ci sono persone che non usano il web per diffidenza. Perché?

Alcune temono che i loro dati finiscano chissà dove, altri semplicemente non sono istruite o non hanno i supporti adatti. C’è la paura di addentrarsi in qualcosa che non si conosce. Subentra una sorta di panico, tipico dell’essere umano di fronte alle novità. Figuriamoci quando magari si è molto abitudinari e si è di fronte a un contesto che evolve tanto rapidamente.

Così però il “divario digitale” non fa altro che aumentare, o no?

È anche una questione di informazione. Quando la gente capisce che un’innovazione tecnologica può rendere più semplice la vita e senza rischi, si rassicura e prende confidenza coi nuovi mezzi. In ogni caso, non per forza tutto deve passare dalla tecnologia. Ci sono oggi tante persone che decidono di non usare regolarmente internet. La sfida della società è di trovare un equilibrio tra ciò che è online e ciò che è offline.

Cosa pensa della moda di TikTok?

È un social network basato sull’intrattenimento, in cui non è così importante avere tanti follower. L’algoritmo favorisce la scoperta e la creazione di nuovi video divertenti, con nuove musichette. Uno tira l’altro. Piace tanto ai giovani perché è leggero e allegro.

Si dice che Facebook sia vecchio. Cosa fa sì che un social network passi di moda?

Il problema è che a Facebook si sono iscritti genitori e nonni. E i giovani non vogliono essere monitorati da loro. Dunque migrano altrove.

Su Instagram, ad esempio?

Sì, dove c’è poco spazio per i commenti. Al momento Instagram è il social ideale per i grandi brand. Perché c’è un ambiente positivo, nessuno si scanna come accade sempre di più su Facebook. Detto ciò, Facebook è così grande che non possiamo darlo per finito. È solo cambiato un po’ il target.

Il 2020 è stato anche l’anno di Zoom. Perché questo bisogno di ritrovarsi su una piazza virtuale?

Siamo esseri sociali, abbiamo bisogno di emozioni e di condividerle. Quello che è successo quest’anno non è normale. Abbiamo cercato alternative. I più giovani già le conoscevano. Per ovviare al distanziamento sociale, anche le persone più in là con gli anni si sono lanciate alla scoperta di nuovi modi di comunicare. La gente ha fatto un uso enorme di nuovi strumenti. Ma è ancora presto per quantificare il fenomeno, anche perché non c’è mai stata una pandemia nell’era digitale. Dobbiamo anche chiederci: si resterà su livelli di utilizzo così alti? Ho i miei dubbi.

È la fine dei media tradizionali?

No. Basti pensare al ruolo di riferimento che ha avuto la tv “classica” durante le settimane più dure del lockdown.

Che peso ha avuto lo smart working nel boom digitale

Enorme. Molti sono stati costretti a lavorare da casa. E chi non aveva i giusti supporti per affrontare lo smart working ha fatto acquisti. Tutto questo ci ha mostrato un’evidenza che prima in parte si ignorava: lavorare da casa è sano ed ecosostenibile. Non si inquina, non si crea traffico, ci si stressa di meno, si ha più tempo da dedicare alla famiglia.

Prima del lockdown alcune aziende non vedevano di buon occhio il telelavoro.

La verità è che ci sono ancora datori di lavoro che non si fidano dei dipendenti, temono che lavorino dal divano. E anche se fosse? L’importante è che rendano, che producano. Siamo nel terzo millennio. I ragionamenti sul controllo dei dipendenti non hanno più senso.

C’è però chi non ha potuto veramente beneficiare di questa opportunità, perché aveva in contemporanea i bimbi a cui badare.

È vero. Non sto dicendo che è tutto perfetto. La via però è tracciata. È inutile negarlo: l’essere umano insegue il sogno della comodità, anche per questo si porta appresso oggetti sempre più maneggevoli, dallo smartphone al tablet.

Secondo uno studio della società di ricerca Dscout, tocchiamo il nostro cellulare oltre 2.600 volte al giorno. Non è troppo?

Non mi va di giudicare. Il cellulare è un oggetto a cui stiamo affidando parte delle nostre vite. Lo usiamo per fare i pagamenti, i video delle feste di famiglia e per lavoro. Alcuni semplicemente lo guardano per abitudine, per vedere se hanno ricevuto messaggi o notifiche. Altri per giocare. E allora si scatenano i preconcetti: guai a fare qualcosa che non sia produttivo in un mondo che bada prevalentemente al profitto. Tutto è relativo. Quanti all’inizio disprezzavano pubblicamente i selfie e poi col tempo hanno iniziato a farseli?

Personalmente, consiglierebbe alcuni giorni di digital detox all’anno?

È un trend, che non mi convince. Una persona può, ad esempio, iniziare a silenziare le notifiche del cellulare. È già un bel compromesso. Bisogna imparare a convivere in modo sano con le tecnologie. Non è scappando che si risolve il problema.

Katharina Lobinger: «Alcune categorie di persone non hanno mezzi o conoscenze per accedere in maniera continuativa ai nuovi media».


Il ritratto

Katharina Lobinger, classe 1981, di origini austriache, ha studiato a Vienna e a Brema. Vive a Lugano, dove lavora come professoressa assistente di comunicazione online presso la Facoltà di Comunicazione, cultura e società dell’USI. Da settembre è anche vice decana. Inoltre, è vice presidente della Società svizzera di scienze della comunicazione e dei media.