Dall'atletica alla meditazione | Cooperazione
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GABRIELE MAZZI

Dall'atletica alla meditazione

A un certo punto la chiamata, il desiderio di mettersi in cammino per capire la vita. Un percorso che per Gabriele Mazzi passa dall’induismo. Storia di un ingegnere alimentare fattosi monaco.

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27 dicembre 2020
Il monaco Kailashananda, alias Gabriele Mazzi, nel tempio all'interno del monastero indù, vicino Francoforte.

Il monaco Kailashananda, alias Gabriele Mazzi, nel tempio all'interno del monastero indù, vicino Francoforte.

Salvo qualche incontro lavorativo fugace, è da oltre 25 anni, da quando frequentavamo il Poli a Zurigo, che non ci siamo più visti. Lui aiutava me in chimica e io aiutavo lui in economia. Questi sono i miei ricordi del locarnese Gabriele Mazzi. E oggi rivedrò via skype il mio ex compagno di studi, diventato monaco. Come sarà vestito? Avrà sempre il suo bel sorriso? Correrà ancora così tanto?

La finestra virtuale si apre: Gabriele si affaccia, con sorriso e voce raggianti; è sempre ancora lui. Le lezioni di recupero se l’è scordate, ma mi rammenta che gli avevo dato un contatto che l’aveva portato ad avviare la ditta LaPinca, specializzata in prodotti a base di castagne.

Il servizio disinteressato

«Ti immaginavo vestito di arancione, Gabriele!». «No, sono monaco induista, non buddista. Mi vedi con abbigliamento normale, solo quando visito il tempio vesto di bianco. Vivo in un ‘ashram’ con un centinaio di altri monaci e monache, vicino a Francoforte, e in questo monastero lavoro come responsabile della manutenzione. Qui posso praticare il servizio disinteressato, svolto senza aspettative, perché è il modo di agire che più mi dà soddisfazione». Per le sue mansioni riceve vito e alloggio e 150 euro di paga al mese. «Ma questo non è il mio stipendio, perché il mio vero salario è il piacere di aiutare. Sono qui per vocazione: è il mio compito nella vita, che inizia dall’accettare dove Dio mi ha posto nella società». Un percorso che può modificarsi strada facendo? «Sì, io fino a sette anni fa ero imprenditore. Ma conosco monaci ritornati nella vita civile, che si sono sposati e hanno avuto figli».

«E l’affetto dove lo metti?» «Dipende come lo definisci. In forma fisica, non c’è più; ho fatto un voto al celibato, ma ti mentirei se ti dicessi che non ho più un’attrazione fisica per le donne. La domanda è cosa me ne faccio: posso decidere di approfondirla oppure considerare la donna come mia sorella e basta».

Le fatiche di lasciare

Ma immagino che sul suo cammino c’erano cose che ha fatto fatica a lasciare… «Assolutamente si! Hai ricordato la mia attività nell’atletica. Quando sono arrivato nell’ashram andavo a correre ogni giorno. Pensavo che fosse indispensabile per la salute, il fisico e la mente. Poi, cinque anni fa, ho avuto un incidente in bicicletta e ho deciso di smettere e dedicare il tempo allo studio della vita. E la corsa non mi manca, questo è il bello! Fare business? Non mi dice più niente! Ti ricordi con quale entusiasmo portavo avanti le castagne? Oggi, non mi dice più niente».

I messaggi venuti dal cuore

Il cambiamento nella vita di Gabriele non è avvenuto senza la delusione dei suoi genitori. «Oggi abbiamo un rapporto bellissimo, ma è chiaro che per loro è stato un momento difficile. Posso immaginare che si chiedevano ‘cosa diciamo ai parenti e ai nostri vicini?’. Comprensibile. Oggi mi sento di dire ‘realizza i tuoi sogni’ e fattene un baffo di quello che pensa la tua mente, il primo guastafeste dei tuoi sogni. Segui il tuo cuore».

C’è stato in questo suo percorso spirituale un inizio preciso? «No, è stato piuttosto un concatenamento di tante cose. Anche perché, sai Natalia, un’altra cosa che ho capito in questi anni è che chi “schiaccia i bottoni” non sono io. In diversi frangenti pensavo di essere io il protagonista della mia vita. In realtà mi sono reso conto che non è così. È Dio». Ma perché rivolgersi all’induismo e non al cristianesimo? «Mi sono interessato ad entrambi. Del cristianesimo mi attira il messaggio di Cristo, ma non l’istituzione, la chiesa. L’induismo è un insieme di tantissimi maestri, come il mio, e ha risposto a tutte le domande che avevo e che il cristianesimo non mi ha dato, come quella sulla reincarnazione. Detto questo, e a onore del vero, il messaggio di Gesù l’ho riscoperto paradossalmente dopo aver fatto il cammino dell’induismo. Come dire, ho scoperto le mie radici, il messaggio di Cristo, a cinquant’anni vivendo nell’ashram».

La consapevolezza spirituale

Ma un qualche dubbio lungo il percorso l’avrà avuto… «Tanti, certo, è umano averli. Sul mio maestro, ad esempio, o sulla mia capacità di raggiungere i miei obiettivi. Ma non sul fatto di aver lasciato una parte del mondo precedente, mai. E qui arriviamo al tema della paura. Lo vediamo ora con il Covid-19 perché non si sa bene cosa sia. La gente ha soprattutto paura di morire, perché anche la morte è una sconosciuta»… «finché non hai una consapevolezza spirituale» dico ad alta voce seguendo il filone del mio interlocutore. «Sì, a quel punto la morte non ti spaventa più, ma neanche la vita» prosegue Gabriele.

«Deve quindi prevalere il sentimento che ti dice: comunque me la cavo! E se non ce la faccio, doveva proprio essere così…?».

«L’hai detto perfettamente. Riassumo in una sola parola: la fede. Mi hai lanciato l’assist! L’augurio che rivolgerei alle lettrici e ai lettori è di coltivare la fede, perché di questi tempi così complicati è importante più che mai. Dobbiamo sapere che non siamo mai soli!».