Seconda guerra mondiale e Covid-19 | Cooperazione
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Intervista
Georg Kreis

Seconda guerra mondiale e Covid-19

A colloquio con lo storico basilese Georg Kreis sulle affinità e sulle differenze tra il secondo conflitto mondiale e l’attuale pandemia da Coronavirus: il ruolo del Consiglio federale, la censura, le parole “guerra” e “Nuova guerra fredda”, le speranze dell’opinione pubblica.

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PINO COVINO
25 maggio 2020
Georg Kreis, professore  di Storia all'Università  di Basilea.

Georg Kreis, professore di Storia all'Università di Basilea.

Professor Kreis, 75 anni fa terminava la Seconda guerra mondiale. Durante il conflitto il Consiglio federale ebbe i pieni poteri. Oggi, con l’emergenza Covid-19, si è assunto responsabilità simili e anche maggiori, pur se più limitate nel tempo. E si è addirittura paragonato il “Virengeneral” Alain Berset al generale Guisan. Quali sono secondo lei le affinità e le differenze?

Nel periodo tra il 1939 e il 1949, in linea di principio, la Costituzione fu disattivata, mentre l’attuale legge di emergenza è parte integrante della nostra Costituzione. Vi è comunque una coincidenza sorprendente: il Consiglio federale dotato di diritti speciali non era, e non è, soltanto rafforzato. Nello stesso momento era, ed è, anche indebolito, in quanto esposto alle richieste dei vari gruppi di pressione. Pensiamo ad esempio, oggi, all’industria del turismo. Questo perché il Parlamento era, ed è, “esautorato” dal suo ruolo di filtro tra questi gruppi e l’esecutivo.

Lei si è laureato in storia con una tesi sulla censura alla stampa da parte della Confederazione durante la Seconda guerra mondiale. Come giudica l’informazione nei media durante queste settimane di “stato di necessità” da Covid-19? C’è chi parla oggi di un’informazione troppo spesso acritica rispetto alle scelte istituzionali.

Oggi i media sono incomparabilmente più liberi rispetto al passato. All’epoca c’era un regime di censura, ma anche una tregua sociale, cioè ci si stringeva assieme, ci si univa, a causa della minaccia esterna. Oggi non c’è un nemico esterno. Anzi, al contrario, nonostante la maggiore frammentazione in Stati nazionali, si rivela necessaria la cooperazione internazionale nella lotta comune contro la pandemia. Tuttavia, se i media, nelle prime settimane del Covid-19, sono stati attivi esclusivamente come mediatori della politica del governo, ora bisogna rilevare che c’è una rinnovata disponibilità a criticare e a mettere in discussione. Questo è il ruolo naturale della stampa.

Un altro parallelismo storico è legato al contesto: di guerra si parlava allora e di guerra al virus - il “nemico invisibile” - si parla oggi. Per compattare la popolazione c’è bisogno di questo?

Se si avesse coscienza del significato della parola “guerra” − e cioè di battaglie estremamente violente tra Stati e gruppi di popolazione − non si userebbe questo termine con tanta leggerezza. Conte, come pure Macron, hanno parlato di guerra. E hanno sbagliato. Merkel e Berset no. Forse il motivo sta nel fatto che ci sono culture diverse, da cui deriva un uso diverso del linguaggio.

Quale sarà secondo lei lo scenario economico-sociale, nazionale e globale, del dopo Covid-19?

Bisogna fare un distinguo fra scenario e sviluppo reale. Come scenario c’è lo sforzo di tornare allo stato precedente, lo status quo ante, il più rapidamente possibile. Per quanto riguarda invece le prognosi di sviluppo, dovrebbero essere limitate al futuro prossimo, al “subito dopo”, non prevedere orizzonti lontani. L’attuale crisi ha innescato un’impennata della digitalizzazione ed è probabile che porti ad un aumento permanente del lavoro a domicilio, almeno in alcuni settori.

«Non dobbiamo essere indifferenti all’impatto della crisi sulla povertà».

 

Quali sono le sue maggiori preoccupazioni?

Non dobbiamo assolutamente essere indifferenti all’impatto della crisi sulla povertà e dobbiamo evitare che tra i giovani si sviluppi una “generazione perduta”.

La tesi americana secondo cui il virus è stato creato in un laboratorio cinese appare come il capitolo successivo di una storia iniziata con la guerra dei dazi. È abusato parlare di “nuova Guerra fredda”?

I confini sono fluidi. Cos’è la concorrenza internazionale tra Stati e società e cos’è la “guerra fredda”? La fase storica della “Guerra Fredda”, iniziata nel 1945 con la fine del conflitto e terminata nel 1989 con la caduta del Muro, fu caratterizzata da una rigida separazione dei campi est-ovest con una cooperazione minima. Oggi è diverso, come dimostra, ad esempio, la reciproca dipendenza fra gli Stati Uniti e la Cina.

Tornando al secondo conflitto mondiale, lei è stato fra gli estensori del “Rapporto Bergier”, che ha indagato sul ruolo assunto dalla Svizzera. C’è un elemento della sua ricerca che l’ha sorpresa, coinvolta, più di altri?

Se devo dire la verità, solo alcuni dettagli, come ad esempio la reciproca dipendenza tra Svizzera e Germania nel settore elettrico. Più importante è stata l’osservazione di quanto, già nel 1944, il comportamento in termini economici tenesse conto delle sfide interne previste nel dopoguerra. Al contrario, non si è tenuto conto delle conseguenze politiche. Tutto sommato, però, il Rapporto Bergier ha messo in luce ciò che era già stato elaborato negli anni precedenti, ma che aveva ricevuto scarsa attenzione da parte dell’opinione pubblica.

Con quale spirito e quali risultati avevano reagito la politica, l’economia e l’opinione pubblica dopo la fine del conflitto?

Qui si possono osservare due diverse tendenze: l’una era ansiosa di tornare al periodo precedente il 1939, al “mondo di ieri”, per così dire, mentre l’altra voleva partire per nuovi lidi, sebbene questi consistessero in gran parte in obiettivi già perseguiti anche prima del 1939. Di notevole importanza è stata l’introduzione dell’obbligo federale dell’AVS nel 1947.

La neutralità elvetica durante il conflitto è tema controverso. Quale fu per lei la scelta politica più criticabile?

La neutralità è sempre stata un mezzo per ottimizzare l’indipendenza. Fu così anche nel dopoguerra. Utilizzata per giustificare la mancata adesione all’ONU e al progetto di integrazione europea. In termini economici, la posizione “off-shore” della Svizzera potrebbe essere stata una buona scelta. Si può però mettere in dubbio che per il nostro Paese lo sia stata altrettanto dal profilo politico.

E la scelta politica più coraggiosa?

Assumere la consapevolezza che il futuro non può essere sempre la continuazione del passato. Questo vale tanto per l’epoca dei conflitti bellici quanto per quella attuale. 


Il ritratto

Georg Kreis (1943, Basilea) è professore di Storia all’Università di Basilea, nonché direttore e fondatore dell’Europa-Institut di Basilea. Dal 1995 al 2011 è stato presidente della Commissione federale contro il razzismo, dal 1996 al 2001 membro della Commissione di esperti indipendenti Svizzera-Seconda guerra mondiale (Commissione Bergier). Autore di numerose pubblicazioni, tradotte anche in italiano, ha firmato la postfazione del volume “La Svizzera e la Seconda Guerra mondiale nel Rapporto Bergier”, di Pietro Boschetti (ed. Giampiero Casagrande, 2016).