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INTERVISTA
GEORGES T. ROOS

Il futuro, rischi e cambiamenti

Il futurologo Georges T. Roos ci spiega come il coronavirus cambierà il mondo di domani: crescerà il lavoro ridotto e la disoccupazione, ci sarà una forte spinta verso la robotica e l’automazione e più attenzione alla prevenzione in materia sanitaria.

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pino covino
27 aprile 2020
Georges T. Roos è membro del comitato di "Swissfuture", la Società svizzera  per la ricerca del futuro.

Georges T. Roos è membro del comitato di "Swissfuture", la Società svizzera per la ricerca del futuro.

Signor Roos, alla vigilia del primo maggio, come è cambiato e come cambierà il mondo del lavoro a causa di coronavirus?

Le prime conseguenze di questa crisi sono e saranno di natura economica, quali lavoro ridotto e aumento della disoccupazione. A medio e lungo termine avremo una forte spinta alla trasformazione digitale. Sono convinto che molti impiegati lavoreranno da casa e che ci sarà uno sviluppo del lavoro in spazi condivisi. Ci saranno anche molte più video conferenze. Le aziende hanno fatto investimenti in tal senso, nelle tecnologie come nelle procedure.

E oltre a questo?

Se pensiamo molto in avanti, sono convinto che nel mondo del lavoro ci sarà una maggiore automazione con robot e più intelligenza artificiale. La popolazione sarà sempre più formata e qualificata. Anche nuovi modelli di famiglia avranno una grande importanza e influenzeranno in particolare le opportunità di carriera per le donne.

In questa crisi tante persone attive in settori professionali “essenziali” come la sanità, la vendita, i trasporti ricevono un riconoscimento che normalmente non hanno. Questo rimarrà anche in futuro?

Sicuramente resterà una maggior comprensione per queste professioni, ma a lungo termine lo status sociale probabilmente non cambierà. Un’altra esperienza molto forte vissuta con il coronavirus che sarà presente anche in futuro è la coscienza di quanto la divisione del lavoro sia differenziata e quanto siano fragili le catene globali di distribuzione sulle quali si basa la nostra società. Ad esempio, per quanto mi concerne, sono stato molto sorpreso quando sono venuto a sapere che in Ticino lavorano quasi 70.000 frontalieri e che le strutture sanitarie dipendono da loro.

Ci sarà un ritorno ad un’economia più nazionale?

Non credo che avremo un’inversione della globalizzazione, ma sono convinto che questa crisi ci apre gli occhi sulla necessità di misure precauzionali. Nell’ambito della medicina, ad esempio, abbiamo capito che tanto materiale viene unicamente dalla Cina. Questa dipendenza fa discutere.

Alcuni dicono che dopo coronavirus il mondo sarà diverso, altri che tutto sarà come prima. E per lei?

Credo che quelli che parlano di un’epoca post coronavirus siano guidati da un desiderio di cambiamento, sperano che il mondo sia migliore e più solidale, con i giovani che leggono libri e passeggiano nei boschi. Sarebbe troppo bello. Tuttavia, non torneremo in fretta alla normalità, visto che dobbiamo convivere con questo virus. Sono convinto che se la situazione non precipita, la nostra quotidianità tornerà più o meno come prima.

Questa crisi ha cambiato il suo modo di vedere e pensare il futuro?

Direi che questa crisi mostra più che mai quanto sia importante guardare in avanti. Ho ricevuto un documento del Parlamento tedesco del 2012 in cui si parlava di una epidemia tipo Sars e descrivevano dettagliatamente i possibili pericoli e scenari. Ciò che stiamo vivendo in qualche modo era prevedibile.

Perché non ci siamo preparati?

Nella nostra società altamente sviluppata non si poteva immaginare una crisi. Perciò per la politica e la società la previdenza non aveva un valore importante. Covid-19 è stato uno shock, perché abbiamo capito che siamo vulnerabili nonostante la nostra ricchezza e il nostro sistema sanitario.

Per combattere il virus, tutti gli stati hanno chiuso le frontiere. È pensabile che rimanga così anche in futuro?

Non credo, anche se teoreticamente è pensabile. Per contro, uno scenario possibile, che ho già descritto per l’associazione Swissfuture, è il controllo biologico sugli esseri umani. Abbiamo visto, per esempio, che il Consiglio federale ha deciso quanto ci possiamo avvicinare a d altre persone.

Facciamo un salto in avanti, nel 2070. Come si guarderà a questa crisi?

Posso immaginare che nei libri di storia coronavirus verrà ricordata come ricordiamo la peste, la spagnola o le guerre mondiali. Cinquant’anni è però un lasso di tempo molto lungo. Nessuno può di- re se fino al 2070 non vi saranno altri eventi che lasceranno tracce ancora più profonde nella coscienza collettiva. Speriamo che il coronavirus sia un evento unico, perché il futuro è sempre aperto ai rischi. 


Il ritratto

Georges T. Roos (57 anni) si occupa da 20 anni di prospettive future per aziende e organizzazioni. È il futurologo più noto in Svizzera, specializzato soprattutto su megatendenze e cambiamenti dei valori. È autore di diversi studi e membro del comitato di “Swissfuture”, la Società svizzera per la ricerca del futuro. Roos vive a Lucerna e ha due figli adulti.