Il giullare della Froda | Cooperazione
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RITRATTI
FILIPPO DEBERNARDI

Il giullare della Froda

A Locarno lo conoscono tutti. Filippo Debernardi, biaschese d’origine e locarnese d’adozione, incanta grandi e piccini con i suoi spettacoli di giocoleria.

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Massimo Pedrazzini
20 luglio 2020
Filippo Debernardi: «Non ci vuole chissà quale talento, basta avere un minimo ddi interesse».

Filippo Debernardi: «Non ci vuole chissà quale talento, basta avere un minimo ddi interesse».

In aria volteggia una clava, poi ne arriva una seconda, e una terza. Il balletto aereo ipnotizza, cattura. Le bocche di chi lo osserva sono spalancate. È un incontro silenzioso, che non richiede parole. La magia del momento dura fino a quando una clava ricade a terra. Poi una mano la raccoglie, per subito rilanciarla.

A Locarno dici Piazza Grande e dici Filippo: il giocoliere e intrattenitore, l’amico dei bambini. Quasi a ogni ora del giorno la figura dinoccolata di questo 46enne nato e cresciuto a Biasca si fa “testimonial” del centro cittadino. Se l’ente turistico avesse sperato in qualcosa del genere, non avrebbe potuto trovare di meglio. Filippo Debernardi assolve privatamente un compito pubblico che negli anni egli stesso ha alimentato e pazientemente sviluppato: incontrare le famiglie per avvicinare i più piccoli alla giocoleria. E con essa, dar vita a una relazione speciale. Non c’è distinzione di provenienza, non c’è diversità di approccio: la gentilezza e la capacità di entrare in contatto con le persone sono i segni distintivi di quest’uomo-ragazzo che tutti conoscono e a cui tutti vogliono bene. «Molti turisti mi incontrano e tornano a casa con un ricordo di Piazza Grande legato a me. E quando l’anno dopo ritornano, vengono a cercarmi – dice – . Eppure…».

La giocoleria come terapia

Eppure è una storia di sofferenza, quella che Filippo deve raccontare: «Dalla nascita sono affetto da ipotonia muscolare. Me ne sono accorto quando avrò avuto cinque anni. Le mie sorelle trascinavano la slitta su cui c’ero io. Ricordo che non riuscivo a stare seduto, il mio corpo non trovava la forza di resistere a quella lieve pressione. C’era un problema, ma ci volevano cure adeguate, che io non ho potuto avere. Ricordo solo tanto dolore».

Proprio su quel dolore, dice, «ho sviluppato in seguito una particolare sensibilità verso gli altri». La svolta è arrivata dopo i 25 anni: «La devo a Mauro Foschi, fisioterapista di Biasca. Lui mi ha consigliato la giocoleria quale parte di un programma di rinforzo strutturale generale. Con la giocoleria ho potuto sviluppare concentrazione, coordinamento e attività muscolare, ed esercitare una riduzione del tempo di reazione. Il tutto, divertendomi». Soprattutto, nel contesto della grande palestra locarnese all’aperto, divertendo gli altri. «Non chiedo niente, tantomeno dei soldi. La polizia, anni fa, mi aveva avvertito: non vogliamo vedere nessun cappello. Ma non è mai stata neppure la mia intenzione».

Un percorso a tappe

L’universo di Filippo è come un dipinto che pian piano ha assunto profondità e dettagli: «Prima della giocoleria intrattenevo i bambini leggendo loro dei racconti scritti da me. Ce n’era uno sul “Giullare di Santa Petronilla”, che in seguito ho trasformato nel più pagano “Giullare della Froda”, che è l’altro nome della stessa cascata di Biasca. Un giorno, sarà stato vent’anni fa, per Carnevale mi sono vestito da clown. Da lì è scattato qualcosa. A Porto Seguro, in Brasile, grazie a un argentino, ho scoperto le clave. Mentre la passione per il monociclo è nata osservando le evoluzioni di una ragazza con la Sindrome di Down». Prendi di qua, spilucca di là, l’armamentario si è ampliato ed è arrivato a contare clave (anche infuocate), palline rimbalzine, bottiglie, una “slack-line” montata fra due tronchi sul prato della vicina magistrale, e monocicli, alti fino a più di 1 metro e mezzo. «Le famiglie mi si avvicinano ed è bello osservare gli occhi con cui i genitori osservano i loro figli che, incuriositi, cercano di vincere la timidezza. Io non forzo nessuno, e questo i bambini lo capiscono. Quando si crea il legame, inizia il lavoro. Non ci vuole chissà quale talento, basta avere un minimo di interesse».

Su quello si costruisce il primo tentativo, un secondo, la ricerca della coordinazione, delle giuste sensazioni. Poi, magari, l’esercizio riesce. E allora “bum”, nascono sorrisi così belli che valgono tutte le ore di pazienza, presenza, disponibilità.

«Nella mia vita ho fatto anche ciclismo, poi subacquea: in Venezuela, con un brevetto di base, portavo in acqua i turisti di un albergo a 5 stelle – ricorda Filippo Debernardi –. Ora, sempre più, devo fare delle rinunce. Il monociclo, a causa dei dolori, ormai lo posso solo insegnare». Cosa che in questo preciso momento sta facendo con un ragazzino. «Lui è di qui, si allena tanto. E migliora sempre di più» dice il maestro. Le piccole braccia infatti si allargano, il busto si raddrizza, e un rapido gioco di pedali consegna l’agognato equilibrio. Dura solo un attimo. Ma il sorriso del successo rimarrà per sempre.