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INTERVISTA
MAURO LUSTRINELLI

Il pallone del futuro

Si chiama #mission21 ed è lo slogan creato dai ragazzi di Mauro Lustrinelli, allenatore della Svizzera under 21. L’ex bandiera granata racconta il “suo” calcio e il suo rapporto coi giovani, alla vigilia del doppio incontro con la Slovacchia.

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MELANIE TÜRKYILMAZ
31 agosto 2020

Venerdì 4 e martedì 8 settembre, la Svizzera under 21 sfiderà per ben due volte la Slovacchia. Un “doppelspiel” cruciale lungo la via che porta alla qualificazione ai prossimi Europei. Mauro Lustrinelli, da allenatore e uomo intelligente qual è, tiene i piedi per terra.

La Svizzera under 21 è prima di girone. E sono dieci anni che non va agli Europei. Possiamo sognare?

L’obiettivo dichiarato è quello di staccare il biglietto per la fase finale. Senza sottovalutare nessuno, mancano ancora sei partite. L’Europeo giovanile si disputerà in due fasi nel 2021, in Slovenia e in Ungheria: in marzo e a giugno, prima dell’Europeo dei “grandi”.

C’è la possibilità che qualcuno dei suoi giovani riesca ad aggregarsi anche alla nazionale maggiore?

Sicuramente. Io ho preso in mano questo gruppo nel 2019, cercando di lavorare sulla mentalità e sul concetto di identità di squadra. Si parla di nazionale giovanile, ma questi non sono più giovani, rappresentano la nazionale del futuro. Sono giocatori che nei rispettivi club spesso hanno un ruolo da titolare. Insieme abbiamo creato lo slogan #mission21.

Che nazionale è quella di Lustrinelli?

A me dà fastidio quando si parla di “svizzeri veri” e di “svizzeri naturalizzati”. La Svizzera è multiculturale. Punto. Solo partendo da questa certezza, puoi trasmettere ai ragazzi la fierezza, l’onore di indossare la maglia rossocrociata. Io voglio che vadano in campo sempre con orgoglio e convinzione.

All’ultimo mondiale la nazionale maggiore di Vlado Petkovic fece discutere per il famoso gesto delle aquile. Cosa ne pensa?

Sono stati commessi degli errori. E in Federazione ci sono stati degli avvicendamenti. Vlado è rimasto. Le nostre nazionali oggi sono sane. Inoltre, l’arrivo di Pier Tami, come responsabile delle nazionali, rappresenta un valore aggiunto. È un grandissimo mediatore e, con la sua calma, è capace a fare da parafulmine in caso di problemi.

Cosa pensa di chi non canta l’inno prima dei match?

Non sono queste le cose che contano. Uno l’inno magari non lo canta perché è emozionato. L’inno è una cosa che devi sentire dentro. Non che devi esprimere per forza con la voce. Personalmente sono un emotivo. E certe cose me le tengo per me. Come quando, da giocatore, sentivo le note della Champion’s League. Magari davanti alla telecamera sembri indifferente, ma poi dentro vivi un vortice di sensazioni.

«I calciatori, pur essendo privilegiati, sono esseri umani»

Mauro Lustrinelli

A causa del Covid-19, lei è rimasto senza allenare i suoi giocatori per mesi. Che effetto le ha fatto?

Siamo stati circa nove mesi senza vederci dal vivo. Soprattutto all’inizio, i ragazzi non capivano perché dovevano stare a casa. In particolare quelli che vivono oltre Gottardo, dove l’ondata è arrivata dopo. Si annoiavano. Abbiamo fatto tante videochiamate di gruppo, zoom è diventato il nostro strumento quotidiano in questo pazzo 2020.

Covid a parte, come vive il ruolo di selezionatore?

Io ho allenato anche una squadra di club, a Thun. In nazionale non hai il contatto quotidiano col gruppo. Hai meno tempo per potere lavorare e l’aspetto mentale è ancora più importante. Vedi i ragazzi per 40-50 giorni all’anno. Il resto del tempo lo passi visitando i singoli giocatori, i club, seguendo le partite. Le puoi guardare in televisione, ma io preferisco sempre essere sul posto.

Cosa cambia?

Molti dimenticano che i calciatori, pur essendo privilegiati, sono esseri umani. Viviamo in un mondo che va veloce, in cui si pretende il massimo dai ragazzi. Si fa in fretta a passare dalle stelle alle stalle. L’aspetto delle emozioni non va sottovalutato. È importante l’empatia con i giocatori. A volte il calciatore è anche un po’ egoista, pensa soprattutto alla sua carriera. Ma se si rende conto che tu gli puoi dare tanto, ti apre il cuore.

Il calcio sta attraversando un momento di grande incertezza…

Il Covid ha ridotto i budget. Anche i prezzi dei giocatori caleranno. E forse qualcuno che poteva spiccare il volo, verrà frenato proprio da situazioni derivanti da questo. Ci sono tante incognite.

Super League e Challenge League sono andate avanti fino alla fine, tra mille polemiche. Giusto così?

Si sente dire che i giocatori non volevano scendere in campo per paura del Covid. Io non conosco alcun giocatore che la pensasse in questa maniera. È stato giusto portare a termine la stagione. In Francia hanno chiuso in fretta e furia, e si sono pentiti, nessuno era contento.

Da 1 a 6, che voto darebbe oggi al campionato di Super League?

Direi 4,5. Una volta c’erano stranieri di maggiore qualità che alzavano il livello del torneo. Però con la situazione attuale, c’è il vantaggio di potere inserire con maggiore facilità i giovani. Pensate alla crescita del centrocampista Stefano Guidotti al Lugano. Ecco perché tra qualche anno questo 4,5 potrebbe diventare tranquillamente un 5, se non di più.

La formula a 10 squadre ha stufato. Non trova?

Il problema è che non si riescono a trovare alternative. Se si passa a 12 squadre, non si sa come impostare la formula. È un rompicapo infinito per i vertici del campionato elvetico.

Nella nazionale svizzera mancano veri bomber. Non ci sono più i Kubi e i Frei. Perché?

Prima di tutto perché un attaccante, rispetto a giocatori di altri ruoli, matura più tardi, attorno ai 23-25 anni. E poi perché probabilmente si va a cicli. I giocatori di qualità comunque non mancano. Tanto è vero che la nazionale maggiore è sempre presente ai grandi appuntamenti. E quando non segnano gli attaccanti, segnano calciatori di altri reparti. Si lavora sul collettivo.

Un nome di un giocatore giovane che potrebbe esplodere a breve?

Il centrocampista Jordan Lotomba dello Young Boys. Ora andrà al Nizza. È duttile. Sentiremo ancora parlare di lui.

Parliamo, invece, un po’ di lei. Quali sono i suoi ricordi più belli da calciatore?

L’avventura col piccolo Thun in Champion’s League fu memorabile. Eliminammo la Dinamo Kiev. E io segnai un gol pazzesco contro il Malmöe. Se penso alla nazionale, invece, non dimenticherò mai, invece, l’assist a Barnetta nel 2-0 contro il Togo ai mondiali del 2006.

Che rapporto ha oggi col Ticino?

Io vivo a Steffisbug, nei pressi di Thun, con mia moglie Cristina e con i miei figli, Ivan (10) e Luca (13). Ma i miei famigliari sono ancora a Bellinzona, nel quartiere delle Semine, dove sono cresciuto. Il legame con Bellinzona è viscerale. Appena posso torno, e passo anche qualche giorno nella nostra casa di vacanza di Carena, in Valle Morobbia.


Il ritratto

Mauro Lustrinelli (Bellinzona, 1976) ha giocato nel club della capitale e anche nel Thun, nello Sparta Praga, nel Lucerna, e nello Young Boys. Una dozzina di presenze in nazionale. Oggi guida la nazionale svizzera under 21.