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INTERVISTA
CARLO OSSOLA

Il parco siamo noi

A colloquio con il biologo Carlo Ossola, collaboratore dell’Ufficio federale dell’ambiente, dove si è occupato di politica dei parchi e dei siti del patrimonio mondiale.

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massimo pedrazzini
03 febbraio 2020
Carlo Ossola:  «La Confederazione  è molto dispiaciuta per la bocciatura popolare del Parco nazionale  del Locarnese e di Parc Adula».

Carlo Ossola: «La Confederazione è molto dispiaciuta per la bocciatura popolare del Parco nazionale del Locarnese e di Parc Adula».

Carlo Ossola, cominciamo dai fallimenti. Il Parco nazionale del Locarnese e il Parc Adula sono inciampati in votazione popolare. Qual è il sentimento a Berna?

La Confederazione è molto dispiaciuta, ma istituzionalmente non ha niente da dire nelle politiche comunali e soprattutto rispetta totalmente il risultato delle urne. D’altra parte, quando un progetto parte dal basso e gli si chiede una legittimazione democratica locale come stabilito dal parlamento, ci si prende inevitabilmente un rischio.

Come giudica il lavoro svolto localmente nelle due regioni e quali sono le prospettive di rilancio?

In entrambi i casi è stato fatto un lavoro di altissimo livello. Io ho lavorato in molte aree protette all’estero, ma non ho mai visto una qualità del genere sia come informazione sia come partecipazione. Il piano di gestione fatto nel Locarnese, ad esempio, era un vero “bijou”, teneva conto di tutti i dettagli, misurando letteralmente i metri nella definizione dei perimetri e sempre rispettando l’idea di base: far fruttare il ricchissimo patrimonio naturale e culturale della zona per migliorare la vita degli abitanti. I parchi nazionali sono progetti generazionali, il cui obiettivo è dare una svolta sostenibile alle regioni. È comprensibile che in certe aree già confrontate con problemi economici chiedere una prova di coraggio non sia sempre evidente. Nel Locarnese il processo è cresciuto inizialmente da solo. Poi, a poco a poco, l’Italia si è resa conto che poteva avere un interesse a partecipare con la Riserva della Biosfera dell’Unesco, area volta allo sviluppo sostenibile che comprende la parte italiana del fiume Ticino ed è estesa al parco della Valgrande e oltre, fino alla frontiera. Per essere riserve della biosfera bisogna essere parco e il Locarnese, diventandolo, avrebbe potuto contribuire a questo progetto. Tengo comunque a precisare che di tutto questo processo è rimasto del buono.

A cosa si riferisce?

A tutti i progetti innovativi lanciati in questi anni dai due parchi nazionali e che potranno continuare, sempre che si trovino dei finanziamenti. Inoltre con l’Italia è stato aperto un canale diplomatico interessante e che persiste. Il lavoro svolto va oltre il voto purtroppo negativo espresso dalla popolazione.

E il Parc Adula?

In Val Calanca è partito un progetto di parco naturale regionale, la cui fase di creazione inizierà l’anno prossimo per ottenere, in 4 anni, il marchio. Osserviamo che tutti sono coinvolti, così la valle diventa il parco e la gente diventa il parco. È la consapevolezza che la natura siamo anche noi, è un nostro patrimonio e lo dobbiamo vivere, mantenendolo in un contesto di sviluppo so- stenibile. Ma estenderei il discorso facendo una premessa.

Quale?

La Svizzera è sempre stata molto vicina a queste imprese di protezione della natura, a partire dal parco nazionale dell’Engadina, il più vecchio dell’Europa continentale. Era nato all’inizio del ventesimo secolo con l’idea di preservare un pezzo di natura così bello, per consegnarlo alle generazioni future; non solo svizzere, perché il patrimonio naturalistico appartiene a tutti. Così come a tutti, in quanto società civile, compete mantenerlo a livello naturale e culturale. Questo per dire che non si fa solo un parco, ma un progetto di società legato a valori importanti. Parliamo di sviluppo sostenibile, ma anche della possibilità di conservare, parallelamente, natura e cultura. Tutto ciò nasce dal basso, dalle persone e dalla loro capacità di trovare soluzioni. Qualità e diversità si esprimono sempre grazie a gente che conosce il territorio.

«Non si fa soltanto un parco, ma un progetto di società»

Carlo Ossola

In questo discorso si inseriscono anche i siti Unesco, che lei segue come membro della commissione svizzera e come esperto dell’Unione mondiale della conservazione della natura.

È esatto. E se parliamo di Patrimonio mondiale va innanzitutto riconosciuto che come Svizzera italiana siamo un po’ viziati, con tutti i nostri siti. Non è una situazione ricorrente. Lo vedo osservando il mondo. Abbiamo dei valori veramente straordinari come il Monte San Giorgio, i Castelli di Bellinzona o, fra poco, la nuova iscrizione delle faggete vetuste della Valle di Lodano. Entrare nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco è arduo; tantissimi siti ci provano da anni, ma invano, perché non sono riconosciuti come eccezionali. I criteri del resto sono molto chiari, “stretti” e definiti da un’esperienza di oltre 40 anni. Un sito deve avere il valore universale eccezionale in base alla categoria d’appartenenza, come ad esempio la bellezza o la biodiversità, l’autenticità e l’integrità, la protezione legale e il tipo di gestione. Se ne manca uno, non si entra nella lista.

Il prossimo appuntamento è appunto con il faggeto di Lodano, in Vallemaggia.

Sì. Questo sito, se iscritto, comprenderà i faggeti più importanti, coprirà 20 Paesi tramite i quali si ripercorre la strada dei faggeti dai rifugi glaciali, attraverso la conquista dell’Europa: fenomeno di espansione che è tuttora in corso, influenzato dai cambiamenti climatici. Quello di Lodano, con alberi vecchissimi, su un substrato particolare, lungo la strada dal Sud delle Alpi verso gli Appennini, rientra fra i faggeti simbolici. Tutti verranno iscritti in un libro che racconterà questa storia straordinaria. Come straordinari sono gli obiettivi ideali dell’Unesco.

Ce li ricorda?

Quello principale è mantenere vivo il motto secondo cui la pace deve nascere dallo spirito delle persone, così come purtroppo può nascervi la guerra. ­Parlare di una cultura e di un patri­monio comune, della necessità di un’educazione di qualità e di una buona ­comunicazione e di una reciproca conoscenza, crea una discussione interculturale e limita il pericolo di aggressione fra Stati.

Il famoso campanilismo, che nasce nel micro ma si ritrova anche nel macro.

Lavorare sui siti transfrontalieri è spesso complicato, ma obbliga a mantenere un contatto. Un altro aspetto molto bello è che in un patrimonio comune si riconoscono le persone che da uno Stato devono trasferirsi in un altro. Un esempio: i migranti siriani ritrovano in Svizzera quei siti del Patrimonio mondiale che appartengono anche a loro. Allo stesso modo, le distruzioni avvenute in Siria feriscono anche noi, perché quel patrimonio è anche il nostro, in quanto parte di una stessa umanità.


Il ritratto

Carlo Ossola: «Il patrimonio naturalistico appartiene a tutti».

Carlo Ossola, 44 anni, di Claro, è biologo con specializzazione in Ecologia all’Università di Losanna e un “post grade” in gestione e ingegneria dell’ambiente al Poli di Losanna. Da fine 2006 collabora con l’Ufficio federale dell’ambiente, dove si è occupato di politica dei parchi e dei siti del patrimonio mondiale. È membro della Commissione Svizzera per l’UNESCO da 8 anni e collabora come esperto con l’Unione mondiale della protezione della natura.