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ADOZIONE

Incontri straordinari

L’adozione è un atto d’amore: l’esperienza di Tushi, nata a Calcutta e cresciuta a Minusio e di Hana Lia, figlia adottiva e sorella di fratelli biologici.

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SANDRO MAHLER
31 agosto 2020
Ritratto di famiglia: Hana Lia al centro con la sua famiglia adottiva.

Ritratto di famiglia: Hana Lia al centro con la sua famiglia adottiva.

Hana Lia racconta, ed è un piacere ascoltarla, nella spensieratezza dei suoi 10 anni e mezzo. «Mi piacciono tantissimo gli animali», esclama. Poi parla delle sue galline, della capretta che va a trovare da una contadina, delle api di papà, del “progetto pulcini” e di un grande, magnifico sogno che al solo pensiero la fa sorridere: «Un cavallo tutto mio». Monica e Matteo, i genitori, l'accarezzano con sguardi in cui si legge, semplicemente, la storia di un incontro unico e straordinario. «Un'adozione – dice Monica Piffaretti – è una finestra che si spalanca verso una realtà in cui c'è tanto amore». Poi esprime un concetto bellissimo: «È come partorire. L'istante del primo incontro è stato uno dei momenti più belli della nostra vita». Monica e Matteo Caratti hanno altri tre figli biologici: Julia, Jacopo e Francesco.

«Il primo incontro è uno dei momenti belli della nostra vita»

Monica Piffaretti

Tushi Cassol Cortesi oggi è mamma di Letitia. Può capire ciò che forse sua madre, 40 anni fa, possa aver provato abbandonandola a Calcutta. L'avevano trovata dei delegati di Terre des Hommes. Un anno dopo iniziava per lei a Minusio una nuova vita con mamma Carla, papà Adriano e Josna, la sorella maggiore adottata dal Bangladesh, che allora aveva 8 anni. «Ero estroversa come la mamma – ricorda Tushi –, mi integravo velocemente, senza particolari problemi. Quelli sono venuti dopo, a 27 anni, quando sono tornata in India, da sola, per scoprire chi ero. Là mi sentivo a casa, mi pareva di rivedere luoghi conosciuti, ho trovato persone felici del poco che avevano. Ciò che non riuscivo a ritrovare era me stessa. Per questo ho continuato a tornare: era come se le radici mi chiamassero. È stato un lungo periodo di sconvolgimenti». Che il tempo, pian piano, ha sciolto. «La risoluzione, come mi piace chiamarla, è arrivata dopo il primo viaggio con tutta la famiglia, per i 7 anni di mia figlia Letitia». Il cuore si è riaperto. Oggi lo sguardo di Tushi trasmette serenità e consapevolezza.

Orizzonti diversi

Adottare è molto più di una decisione: è un richiamo. «Noi l'avevamo sentito molto forte dopo lo tsunami del 2004 – ricorda Matteo Caratti –, quando ci giungevano notizie e immagini di disperazione, di un estremo bisogno d'aiuto. Lì è nato il nostro progetto di famiglia allargata, che coinvolgeva naturalmente anche i nostri tre figli. Adottare è un'esperienza che ti apre gli occhi su orizzonti diversi».

Hana Lia è unica come lo era Azeb, la prima figlia adottata da Monica e Matteo. «Ma undici anni fa abbiamo vissuto un dramma che ci ha segnati. Con Hana Lia non è stato rifare, ma andare avanti con quanto assunto – dice Monica –. Di Azeb ci rimane una luce che illumina e che ci accompagna durante la vita». Una vita in cui accogliere «reciprocità negli affetti, uno straordinario incontro culturale e un potenziale che chiede soltanto di poter venire espresso. Hana Lia stravede per i suoi fratelli e loro altrettanto per lei. A noi tutti regala tantissimo e la nostra vita è immensamente più bella».

«Ero estroversa, mi integravo velocemente»

Tushi Cassol Cortesi

Come bello, per Tushi, è stato ritrovare la strada. Anche valorizzando, appunto, tutto il potenziale che è in lei: «Dopo le scuole mi sono formata come maestra di Scuola dell'infanzia. Ama- vo quel mestiere, ma c'era dell'altro»: l'Ayurveda, che oggi pratica nel suo studio quale terapista, e un'innata sensibilità artistica espressa in mille modi. Gli intagli nella frutta, i mandala con la sabbia, la manifattura dei gioielli, la pittura: ci irradiano, letteralmente, di talento. Un talento venuto da lontano.


Patrizia Milani, lei è presidente di Spazioadozione. Chi siete e come rispondete in concreto a chi si rivolge a voi?

Il gruppo è nato dal bisogno di alcuni genitori di ritrovarsi e condividere le proprie esperienze adottive. L'associazione è stata creata dopo, per strutturare meglio l'attività, mettendo a disposizione degli strumenti utili (gruppo auto-aiuto, conferenze con professionisti del settore, letteratura, eccetera) per venire incontro alle necessità delle famiglie adottive. Spesso i genitori ci contattano perché stanno passando un momento non facile e hanno bisogno di parlarne. Quello che facciamo è mettere a disposizione la nostra esperienza di genitori "collaudati", e orientare le famiglie verso specialisti del settore. Il tutto sempre in modo positivo e propositivo.

Quali sono le problematiche più frequenti?

Ogni caso è a sé: tutto dipende dal contesto, che inizia dal concepimento e poi si sviluppa. È vero che molti elementi si ritrovano (la ferita primaria, l'abbandono) e sono riconducibili alla ricerca del sé. Domande come "chi sono?", "di chi sono figlio?" non vanno mai banalizzate. È importante capire il linguaggio dei nostri figli, i segnali che ti mandano. Genitori non si nasce, si diventa: sia con un figlio biologico, sia con uno adottivo, anche se quest'ultimo porta con sé una valigia con un background che non conosci.

Come affrontare la ricerca delle origini?

È un richiamo che viene da dentro e la risposta è individuale. Non per forza si ritorna nel paese di origine per cercare il genitore biologico: c'è anche la necessità di vedere persone con gli stessi tratti somatici, conoscere i luoghi, assaggiare i cibi, sentire gli odori. Il nostro compito come genitori è assecondare la curiosità, accogliere le richieste, accompagnare e incoraggiare.

www.spazioadozione.org