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RITRATTI
NICOLA PINCHETTI

Integrazione e differenziazione

Nicola Pinchetti ha già in mente alcune idee per la sua prossima missione professionale. Il nuovo direttore del liceo di Bellinzona punta su una scuola aperta all’ascolto e alle critiche degli studenti.

03 luglio 2020
Nicola Pinchetti: «Reputo importantissimo che ogni allievo riceva quello di cui ha bisogno per dare il suo meglio».

Nicola Pinchetti: «Reputo importantissimo che ogni allievo riceva quello di cui ha bisogno per dare il suo meglio».

Alla parete c’è una serie di soggetti in bianco e nero dell’amico fotografo e musicista Sheldon Sutter: immagini fortemente evocative, che si prestano all’interpretazione. In un angolo una grande poltrona imbottita e un piccolo vaso cubista con due fiori in rafia. Sotto la finestra, la grande scrivania in noce assemblata e intagliata in motivi floreali da papà Angelo, cui era stato lasciato campo libero partendo da un semplice ripiano. L’arredamento del suo ufficio alla vicedirezione della commercio suggerisce una cosa: Nicola Pinchetti, 50 anni a settembre, recentemente nominato direttore del liceo cantonale di Bellinzona, tiene molto ai simboli che giocano con la sua intimità per ricordargli sempre chi è adesso e come ci è arrivato.

L’aspetto straordinario di questa storia sta proprio nel percorso, più che nell’importante traguardo professionale. Apprendista falegname per pura passione sulle orme del padre, poi operaio “in dentro”, Nicola a 23 anni decide di frenare e cambiare completamente strada, rispondendo ad un’altra passione: l’insegnamento. «Quella – dice – viene da mia zia, che, docente vecchio stampo, dopo quarant’anni con gli allievi entrava ancora in classe con l’entusiasmo del primo giorno. L’insegnamento per me era sempre lì, come una specie di richiamo. Sapevo che prima o poi ci sarei dovuto arrivare». Così si iscrive al liceo, poi all’Università, si laurea in storia, entra alle medie di Gordola, vi rimane 8 anni, concorre alla commercio – dove oggi è appunto fra i tre vicedirettori e docente – fino all’ultima svolta, la direzione liceale. «Sono un irrequieto – spiega –: dopo un po’ sento l’esigenza di cambiare, di reinventarmi, di rimettermi in gioco. Anche se ci ho fatto l’abilitazione, il liceo di Bellinzona lo conosco poco. Per questo ad andarci c’è anche un po’ di timore, ma visto che sono ottimista e positivo mi aspetto che docenti e personale dimostrino di avere nei miei confronti la stessa curiosità che ho io verso di loro».

Una scuola dove ci sia ascolto

Curiosità: un’altra parola chiave nella vita di Nicola Pinchetti. Con gli ambiti scolastico e sociale che si compenetrano in un cammino significativo di cui le ampie cronache del tempo sono testimonianza: «Nel ’95-96 al liceo di Locarno c’era una costellazione di persone estremamente interessante. Da quel nucleo, di cui facevo parte come studente più anziano degli altri, sono nate fra l’altro le giornate autogestite (le prime furono dal 6 all’8 marzo ’96) che si sono poi estese a tutto il cantone». Oggi, da docente, constatata che «la struttura è rimasta la stessa, e la cosa un po’ mi preoccupa, così come una certa involuzione nelle proposte. Vedo poco di veramente innovativo. Ma forse è un mio limite stando da questa parte della scrivania». Sempre in quegli anni nascevano a Locarno il Bar Bon, poi il Cafè Rosita e il Buffez in Stazione: tutte iniziative alternative rispetto a quelle “mainstream” legate al Festival del film. Nicola e il suo grup- po avevano delle idee e le mettevano in pratica.

Altre idee – nate dallo stesso spirito – il futuro direttore del liceo di Bellinzona se le porterà nel suo prossimo viaggio professionale. Quella principale «è una scuola dove ci sia soprattutto ascolto, replicando la “politica della porta sempre aperta” che abbiamo alla commercio e che so esserci da tempo anche al liceo. Per me sarà importante veder ribadita una condivisione all’interno della direzione, dove sarà interessante provare a dare una mia impronta».

Fra gli obiettivi, Pinchetti mette in cima quello di «influire positivamente sul clima d’istituto, insistendo sui rapporti “triangolari” fra direzione e corpo docenti, direzione e allievi e allievi e docenti. Vorrei costruire un progetto di scuola in cui gli studenti non debbano essere misurati solo sulle prestazioni, ma essere semmai considerati come persone che apprendono e che vengano condotte ad una maturità vera, sapendo cose, che è ovviamente importante, ma essendo soprattutto in grado di ragionare con la propria testa. E quando ci saranno critiche, le ascolterò, purché siano circostanziate e costruttive».

Importante, nel “suo” liceo, sarà anche la presenza della scuola speciale: «L’integrazione è uno dei pilastri fondamentali della scuola in generale. E un altro è la differenziazione, che il progetto di “Scuola che verrà” giustamente perseguiva. Reputo importantissimo che ogni allievo riceva quello di cui ha bisogno per dare il suo meglio. Se poi, su queste basi, ci si accorge che gli obietti- vi non possono essere raggiunti, allora è giusto che uno decida di prendere una strada diversa». E detto da uno che se ne intende…