L'arte del restauro | Cooperazione
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MASSIMO SOLDINI

L'arte del restauro

Sin da bambino capisce quale è la sua strada. Dopo gli anni formativi a Lugano e in Italia, oggi Massimo Soldini restaura opere d’arte in tutto il Cantone, spinto dall’amore per l’arte e per la storia.

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GHIGO ROLI
29 ottobre 2020
Massimo Soldini: «Il mio obiettivo è continuare a far vivere l'opera».

Massimo Soldini: «Il mio obiettivo è continuare a far vivere l'opera».

Ci sono casi in cui l’identità di un individuo coincide quasi perfettamente con la professione che svolge, come se non ci fosse una separazione. La maggioranza delle persone invece divide il tempo del lavoro da quello dedicato alla famiglia, agli hobby, allo sport. Non è il caso di Massimo Soldini, restauratore ticinese che non riesce a raccontare sé stesso se non attraverso il suo legame con l’arte sia nella professione sia nel tempo libero. Tutto il resto è più sfumato.

«Mi sono sempre rifugiato – racconta a cuore aperto – nel dipingere, fare, colorare. Sin da piccolo, più crescevo, più mi rendevo conto che l’arte mi aiutava a gestire situazioni emotive e psicologiche che rischiavano di travolgermi. Alle elementari capitava in maniera inconscia, nell’adolescenza il processo è diventato più consapevole. Ho imparato a non prendere di petto le situazioni, ma a chiarirmi con me stesso attraverso la carta, il colore. L’arte per me è sempre stata una terapia».

Con tali premesse, la scelta del percorso di studi non poteva che ricadere su corsi a stretto contatto con pennelli, tele, colori: prima la Csia di Lugano nella sezione pittura, e successivamente la Scuola superiore di restauro a Como. «Non sono proprio un figlio d’arte, visto che la mamma era casalinga, con un passato di sarta, e il papà postino. Ma mio padre Giulio, che suonava anche la tromba, aveva un innegabile talento per il disegno, e inoltre, anche se alla lontana, il pittore Florindo Soldini era un mio parente».

La scelta di diventare restauratore non è stata però solo collegata alla possibilità di “lavorare nell’arte”, ma è scaturita anche dal desiderio di “lavorare nel passato”. «Ho sempre amato ascoltare i racconti delle persone anziane e immaginare il passato – ci spiega Massimo –. Il nonno aveva lavorato in ferrovia e aveva attraversato il tempo di due guerre mondiali. Mi descriveva quotidianità e ambienti di decenni ormai lontani. In particolare, si ricordava a sua volta del proprio nonno che non era mai uscito da Sant’Antonio e quando, negli anni Sessanta, l’aveva accompagnato a Balerna per un giretto, il mio trisavolo aveva voluto tornare subito a casa, forse turbato dalla confusione del mondo… Il restauro, quindi, per me è una sorta di racconto. Quando comincio a occuparmi di un’opera, è come se prendessi in mano qualcosa che racconta una storia. Il mio obiettivo è continuare a far vivere l’opera, anche per lasciare il suo racconto alle future generazioni».

​La ricca parentesi italiana

«Il restauro mi assorbe completamente, e credo che non smetterò mai. Forse – aggiunge allegramente Massimo – in qualche modo sono bigamo... Oltre a mia moglie, ho sposato il lavoro sin da quando, dopo la scuola a Como, mi trasferii in Italia accettando una proposta del mio insegnante Sandro Baroni che aveva un atelier a Milano». Gli anni italiani, tra l’89 e la metà dei Novanta, sono stati molto dinamici. «Baroni – racconta Massimo – era un segugio per procacciare il lavoro. Setacciava i registri delle parrocchie per scoprire informazioni sulle opere d’arte che, per motivi diversi, erano state occultate. Ricordo che a Lucca, esaltati da un primo sondaggio che aveva rivelato un piccolo frammento di affresco nella Chiesa di San Francesco, passammo diverse sere a fare altri sondaggi senza trovare nulla… Spesso ci capitava di lavorare e vivere nelle condizioni più bizzarre. In trasferta, una volta dormimmo in un vecchio asilo disabitato, con una camera senza riscaldamento e una cucina con una vecchia stufa a legna. Per superare queste difficoltà mi aiutavano l’entusiasmo e il rapporto con i colleghi che, con il tempo, diventavano amici. Furono anni in cui imparai a operare su tele, affreschi, stucchi, statue. Imparai l’umiltà e il rispetto nell’affrontare ogni opera d’arte». A un certo punto, Massimo pensò anche a trasferirsi in Italia. Ma, anche se innamorato dell’Umbria, capì che la crisi economica si stava affacciando e decise di ritornare in Svizzera. Da 25 anni ormai lavora in Ticino, occupandosi di interventi molto articolati: dall’Oratorio della Natività a Coldrerio alle tele della Cattedrale di Lugano, dalla riorganizzazione del Museo di Orselina alla collaborazione con il Masi.

Terminato il lavoro, se vuole “risistemare qualcosa interiormente”, Massimo ha un angolo per l’arte terapia nella sua casa di Odogno. «Dipingo o modello qualsiasi materiale plasmabile: le forme e i colori mi aiutano a lavorare su me stesso. Col giallo e il rosso scarico la rabbia, e il blu e il verde esprimono la presa di coscienza e la tranquillità che i colori riescono a regalarmi».