La bottega misteriosa | Cooperazione
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RITRATTI
GIUSEPPE DE GIACOMI

La bottega misteriosa

Nascosto nel cuore di Locarno c’è un luogo che sembra appartenere a un’altra dimensione. Qui lavora Giuseppe De Giacomi, classe 1963, uno degli ultimi stampatori d’arte della Svizzera.

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STEFANO MUSSIO
12 ottobre 2020
Giuseppe De Giacomi: «Sono arrivato qui, in fuga dallo stess. Lavorare con le grandi rotative mi soffocava».

Giuseppe De Giacomi: «Sono arrivato qui, in fuga dallo stess. Lavorare con le grandi rotative mi soffocava».

Si presenta col cappello di paglia, con le ciabatte e con un’aura di mistero. Giuseppe De Giacomi, classe 1963, è uno degli ultimi stampatori d’arte della Svizzera. Hurdega, la sua bottega artigianale, nascosta nel cuore di Locarno, al numero civico 27 di Via Orelli, è un gioiellino. Un posto in cui si lavora ancora con tecniche incisorie antiche, come la punta secca, l’acquaforte, l’acquatinta.

«Sono arrivato qui, in fuga dallo stress. Lavorare con le grandi rotative, in un settore che ti chiede sempre di più, mi soffocava».

Una vita segnata dall’attrazione per il tema della morte. «Mi affascina sin da quando ero piccolo». E dalle opere di Sartre, Baudelaire, Isidore Lucien Ducasse, Kafka. Giuseppe è un uomo che agisce con le mani, realizzando stampe per artisti (ad esempio Samuele Gabai, Paolo Mazzuchelli, Luca Mengoni), così come per privati in cerca di regali speciali.

«Il mio mestiere richiede minuziosità, precisione, pazienza»

 

L’individuo è indubbiamente affascinante. Simpatico, ironico e un po’ macabro allo stesso tempo. «A 18 anni giravo col cilindro in testa, ero un dark, un crepuscolare. Sono cresciuto nel Locarnese, dove abito tuttora. Ma lo trovavo noioso; con gli amici entravamo spesso di nascosto nell’ossario di Muralto, ci piaceva andare in luoghi tetri».

Un lato sinistro che il 57enne ha coltivato nel tempo. Fino ad arrivare ad alcune performance live che, negli anni ’90, fecero discutere parecchio. «Una volta, sul volantino di una mostra, misi il mio necrologio. All’inaugurazione non ero presente fisicamente, c’erano solo le mie opere. O meglio: io me ne stavo dietro a una parete in carta catramata, sdraiato in una vasca da bagno piena di latte di capra. Accanto a me, una bottiglia di whisky e una pistola. Per vedermi, la gente doveva salire su una scaletta di legno e affacciarsi a una finestrella».

Il critico Luigi Cavadini scrisse di lui: «L’artista ci costringe a porci domande a cui si farebbe volentieri a meno di dare risposte».

«Di certo le domande continuo a pormele ancora adesso – riprende Giuseppe –. E da quando, nel 2016, ho la mia attività in proprio mi sento ancora più staccato dalla società». Paradossale, visti certi exploit. «Credetemi, faccio il possibile per essere invisibile».

Hal Borgnone

Uomo introverso, Giuseppe. Per fortuna che accanto a lui, a svelarci qualcosa in più della sua persona, c’è la moglie Janine, di 11 anni più giovane. «Ricordati di dire che sei anche un bravo insegnante – gli sorride –. Ogni giovedì alla stamperia Hurdega si svolgono corsi di incisione aperti a tutti. E poi è anche possibile venire sul posto e acquistare una stampa. Nell’archivio ce ne sono a centinaia». Giuseppe guarda sua moglie e abbozza un sorriso. I due si sono conosciuti a una cena, casualmente nel 1993. E tredici anni fa hanno avuto un figlio, Ariele. «Che per fortuna non segue le mie orme – scherza lo stampatore –. Poi, chissà, lungo il cammino della vita non si sa mai cosa può accadere. Magari cambia idea. Io, ad esempio, a un certo punto mi sono ritrovato ad avere un alter ego. Si chiama Hal Borgnone, in onore della località delle Centovalli di cui sono originario. Lassù ho una baita diroccata in cui mi rifugio ogni tanto a pensare. Hal sperimenta molto l’arte legata al suono, spesso queste registrazioni sono usate durante le esposizioni».

Quei chiodi corrosi

Una lentezza anacronistica, lunghi silenzi. Scorrono così le giornate nella bottega. Per accedervi, bisogna spostare un cartellone, una sorta di passaggio segreto verso una quarta, o forse quinta dimensione. Giuseppe è di fatto un uomo fuori dal tempo, fuori dagli schemi, fuori da tutto. Con lui si parla di qualsiasi cosa. Anche di temi insoliti, come quello del sangue. «Il sangue è vita, è mio, è un’opera che non ho neanche bisogno di firmare. Quando vado dal medico a fare il prelievo, chiedo sempre un’ampolla supplementare da tenere nel congelatore. Sì, alcune opere io le realizzo col mio sangue».

Il 57enne indica una serie di chiodi messi sotto aceto da decenni. «Sono corrosi. Ricordano la macchina di una rotativa, che ha una continuità corrosiva. Io per realizzare le mie incisioni su rame, su zinco, su alluminio, non posso lasciarmi condizionare dal fattore temporale. Il mio è un mestiere che richiede minuziosità, precisione, pazienza. Questi chiodi, invece, stanno agli antipodi, indicano l’angoscia della frenesia, propria dei tempi moderni. L’arte, in tutto questo, diventa una sorta di psicoterapia d’urto».