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INTERVISTA

Mamma tivù piace ancora

Il piccolo schermo non muore mai. Si evolve e affronta la concorrenza delle grandi piattaforme come Netflix e Disney. Le racconta lo specialista Colin Porlezza alla vigilia della giornata mondiale della televisione.

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Sandro Mahler
16 novembre 2020
Colin Porlezza, classe 1978, è docente di giornalismo presso la Facoltà di comunicazione dell'USI.

Colin Porlezza, classe 1978, è docente di giornalismo presso la Facoltà di comunicazione dell'USI.

La davano per spacciata e invece è sempre lì, accesa. Alla vigilia della giornata mondiale della televisione, che cade il 21 novembre, ecco le riflessioni di Colin Porlezza, specialista del sistema mediatico svizzero. «La pandemia – sottolinea – ha dimostrato quanto la televisione, anche quella tradizionale, resti importante».

Partiamo da qui. È l’anno del Covid-19. Quanto pesa?

Tanto. Tutti sono chiusi in casa e alla ricerca di informazioni credibili. La televisione in questo 2020 è stata come la nostra finestra sul mondo. Le conferenze stampa delle autorità sono diventate un appuntamento fisso da seguire. Da qui si capisce l’impatto che la tv può ancora avere sulla formazione dell’opinione, soprattutto perché in Svizzera la tv pubblica gode di un altissimo tasso di fiducia.

Perché la tv si è guadagnata questa credibilità?

Perché ha una storia. È come un’istituzione. Soprattutto per le generazioni più in là con gli anni, “quello che dice la televisione” è sacro. La tivù di servizio pubblico poi è qualcosa che rappresen- ta le nostre radici e la nostra cultura. E lo fa, almeno sulla carta, in maniera imparziale.

Eppure pochi anni fa, con l’iniziativa “No Billag”, c’era chi voleva affossarla.

La pressione politica sulla tv di servizio pubblico è aumentata. Non solo in Svizzera. Ad esempio, anche in Gran Bretagna si critica parecchio la BBC. Si dice che sia troppo cara. Il problema è che fare un servizio pubblico e di qualità ha un costo. Ovunque. In particolare in una nazione come la nostra, in cui si parlano ben quattro lingue. In Svizzera fare televisione sarà sempre più caro rispetto ad altri Paesi.

Perché?

Abbiamo diverse lingue e culture, servono traduzioni e sottotitoli, e questo rende più complessa la visione televisiva per il pubblico. Le nostre tv devono essere, per forza di cose, più locali. Anche per questo, trovo sia giusto che una piccola parte del canone vada alle emittenti private. Danno un contributo importante al panorama mediatico elvetico.

«Su alcuni aspetti, come la politica, la tv non ha rivali»

 

I giovani, però, la tv classica la guardano sempre meno. Come lo spiega?

La associano all’informazione. E spesso l’informazione crea in loro disagio. Di fronte all’informazione si devono mettere in discussione. I ragazzi di oggi cercano leggerezza. È un grosso problema dell’era contemporanea e per questo penso che a scuola l’educazione ai media dovrebbe essere svolta con corsi appositi e non solo in maniera trasversale.

Le nuove generazioni vivono sui social.

E consumano soprattutto programmi di intrattenimento, pur di non stare a contatto con verità scomode. In Svizzera lo streaming, più o meno legale, è in crescita. E anche le grandi piattaforme stanno prendendo piede.

Netflix, Disney e affini spopolano un po’ ovunque. È questo il futuro?

Sono colossi che, consapevoli di determinati trend, hanno deciso di puntare sull’intrattenimento. Documentari a parte, non c’è informazione. L’offerta però è vastissima. Ai giovani questa possibilità di scelta piace. Dà loro il potere di decidere quando e dove guardare il proprio programma.

Tutto ciò va in contrasto con quanto eravamo abituati a vivere fino a qualche anno fa.

La classica puntata a settimana del telefilm preferito è stata sostituita dal fenomeno del “Binge watching”, che ci permette di guardare 5 o 6 puntate in un colpo solo. Ed è solo un esempio: tanti film vengono prodotti appositamente per queste piattaforme. Non li vediamo né al cinema, né in televisione.

Qualcuno parla di una guerra in corso tra questi colossi. È così?

Di fatto sì. Netflix continua ad avere una marcia in più. Ma le altre piattaforme si stanno lanciando in progetti di vario genere per primeggiare. Di certo questo tipo di contenuti televisivi si diffonderà sempre di più nei prossimi anni. Il programma più guardato dai giovani in Svizzera, ad esempio, è una serie tv, “La casa di carta”. Ma viene trasmessa solo su Netflix.

Come può la televisione tradizionale reggere un simile urto?

Da una parte puntando sulla nascita di canali tematici. Ecco perché su alcune reti si vedono continuamente programmi di case o di cucina. Si cerca così di attrarre il pubblico con ciò che in un certo momento tira di più. Dall’altra, invece, rafforzando quello che resta un punto di forza indiscusso: il settore dell’informazione. Giocare la sfida sul campo dell’intrattenimento è una partita difficile. L’intrattenimento, inteso non solo come quiz show, ma anche come serie tv, costa molto. Anche se rimane una funzione richiesta alla tv pubblica.

In Svizzera di recente c’è stato anche un certo dibattito sulla possibilità, data dalle nuove tecnologie, di saltare la pubblicità. Cosa ne pensa?

Alla fine si è deciso di continuare a permettere all’utente di saltare la pubblicità, se lo desidera. Parliamoci chiaro: alla gente la pubblicità piace poco. Ed è inutile obbligarla a guardarla. Però la pubblicità ha un ruolo fondamentale nei media. È su questo aspetto che occorre sensibilizzare il pubblico. Se uno capisce a cosa serve la pubblicità, allora potrà vedere la questione con occhi diversi. È un discorso di consapevolezza.

Un tempo la tv teneva tutta la famiglia sul divano…

Era uno strumento di aggregazione. Questo è un mito che è crollato. Adesso la televisione la posso guardare con il telefonino o col tablet da qualsiasi posto. Da solo. È diventato un servizio di contenuti consumati su piccoli schermi diversi e in luoghi differenti. E i ticinesi, con gli abitanti del Grigioni italiano, restano i maggiori consumatori di televisione in Svizzera. Lo dicono le sta- tistiche.

Si diceva che l’avvento del web avrebbe distrutto la televisione. Così non è stato…

Nella storia dei media è un tema ricorrente. Un nuovo media non distrugge mai i precedenti. Li costringe a evolversi, a cambiare, questo sì. Ed è quello che sta accadendo. Lo ripeto, però: su alcuni aspetti la tv continua a non avere rivali. Pensiamo alle recenti elezioni americane. Ogni dibattito è stato seguitissimo. Per lo stesso politico il fatto di apparire in televisione rappresenta, e resta, il modo più efficace per avere un impatto su più persone possibili. L’esposizione mediatica che può assicurare la tv, con tutti gli ospiti presenti in contemporanea, al momento non la può garantire nessun altro media.


Il ritratto

Colin Porlezza, classe 1978, è docente di giornalismo alla City University of London e presso la Facoltà di Comunicazione, Cultura e Società dell’USI a Lugano, dove tiene un corso sul sistema mediatico svizzero. Ha sempre avuto un occhio attento sul tema della televisione. È sposato ed è padre di una bambina.