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INTERVISTA
MATTEO COCCHI

«Sempre più vicini ai cittadini»

A colloquio con Matteo Cocchi, comandante della Polizia cantonale: dalla violenza contro gli agenti a quella domestica; dai social alle chiamate al 117. Passando per il record di presenze alle “porte aperte” di ottobre. Segno di un crescente interesse verso chi indossa la divisa.

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hsaskia cereghetti
27 gennaio 2020

Matteo Cocchi: «La nostra Centrale comune d'allarme a Bellinzona riceve in media una chiamata ogni due minuti».

Agenti più vicini ai cittadini. E viceversa. È il leitmotiv negli ultimi anni dalla polizia ticinese. Un “mantra” per Matteo Cocchi, classe 1974, comandante della Cantonale dal 2011. Soprattutto in un periodo storico in cui chi indossa la divisa è messo a dura prova. Sempre più spesso i media riferiscono di aggressioni nei confronti di agenti e, più in generale, di chi rappresenta le istituzioni.

La Federazione svizzera dei funzionari di polizia sta sensibilizzando la popolazione su questo tema. La situazione è così critica?

È un dato di fatto. Gli episodi di violenza contro funzionari e agenti di polizia appaiono in aumento in Svizzera. I casi sono centinaia. In generale si constata una graduale perdita di rispetto verso le istituzioni. Dobbiamo preoccuparci. Più volte nelle sedi competenti si è discusso di un possibile inasprimento delle pene.

Perché si è arrivati a questo punto?

C’è più rabbia nella società odierna, non solo verso le autorità. Noi ci troviamo a operare in un mondo che sta cambiando. Il nostro compito resta quello di prevenire e, se è il caso, intervenire.

Poi ci sono i social network. Un problema?

Possono rappresentare una risorsa. La Polizia cantonale è molto presente sui social, in modo da avere un dialogo più diretto con la gente. Al tempo stesso può accadere che questi mezzi vengano sfruttati da alcuni per sfogare il proprio risentimento, verso terzi e istituzioni.

I poliziotti che sgarrano fanno notizia. Cosa pensa quando un agente finisce sul giornale per avere commesso un errore?

Provo sempre un senso di amarezza. In quel momento il mio pensiero va in primis al collettivo. Ancora una volta qualcuno strumentalizzerà il caso singolo per parlare male della polizia.

A livello di formazione, come affrontate il tema?

Insistiamo parecchio sul fatto che oggi, ancora più di prima, il poliziotto deve evitare determinati comportamenti anche nella vita privata.

A chi sbaglia va concessa una seconda chance?

Ogni caso va valutato singolarmente, ma, in termini generali, l’agente che sgarra non la fa franca. La prova sta nel fatto che anche nella Cantonale si è giunti a dei licenziamenti.

Alle “porte aperte” di ottobre oltre 6.000 persone vi hanno reso visita. Come valuta questa cifra?

È un numero da record. Significa che la popolazione è interessata a quello che facciamo. C’erano tante famiglie. E anche tanti ragazzi che si informavano su un’eventuale carriera in polizia.

Il 3 febbraio si chiude il bando di concorso per la scuola di polizia 2021/2023. Ci sono ancora posti liberi?

Qualsiasi candidato che rispetti i requisiti richiesti può farsi avanti. Poi ci sarà una selezione. Il 2020 tra l’altro segna una data importante: la formazione per agenti di polizia passerà da un anno a due. C’è stata un’armonizzazione a livello svizzero. I corsi teorici si terranno sempre prevalentemente a Giubiasco, nel nostro Centro di formazione, e l’esperienza sul campo durante il secondo anno sarà parte integrante del percorso.

Quali requisiti attitudinali deve avere oggi un buon candidato alla scuola di polizia?

Deve avere la predisposizione a svolgere una professione che ti mette a dura prova, che ti impone di prendere decisioni importanti anche in una frazione di secondo. Questo presuppone una certa maturità. Non è un caso che alla scuola di polizia abbiano particolare successo quelle persone con un vissuto alle spalle.

«La violenza contro gli agenti di polizia è in aumento in tutta la Svizzera»

Matteo Cocchi

Essere rigorosi, ma allo stesso tempo cordiali. È possibile?

Sì. Anche se in determinate circostanze, la polizia può, anzi deve, usare mezzi coercitivi. È lo Stato stes- so a conferirci questa facoltà, attribuendoci un’importante responsabilità. Può far impressione vedere un agente ammanettare qualcuno a terra, ma fa parte dei nostri doveri se la situazione lo richiede.

Da tempo cercate la collaborazione del cittadino. Obiettivo raggiunto?

Direi di sì. Basti dire che la nostra Centrale comune d’allarme a Bellinzona, che è una delle più moderne in Svizzera, riceve in media una chiamata ogni 2 minuti. In passato poi, nei momenti in cui si registrava un incremento dei furti con scasso, le segnalazioni dei cittadini hanno contribuito a numerosi arresti.

Il consigliere di Stato Norman Gobbi dice che il Ticino è un luogo sicuro. È così?

La Svizzera in generale è una nazione più sicura di altre. Di problemi ce ne sono e non lo nascondiamo. Però stiamo cercando insieme di limitarli. Il numero di arresti effettuati ogni anno sfiora il migliaio. I crimini ci sono; riusciamo però a essere tempestivi. Fondamentale è anche la prevenzione: cerchiamo di relazionarci molto di più con le scuole. Le nuove generazioni vanno sensibilizzate.

Quali sono i suoi crucci?

La violenza domestica, una piaga in espansione. In Ticino mediamente si verificano tre interventi al giorno. Lavoriamo tanto sulla prevenzione. La gente è più sensibile. Ed è giusto che, in caso di sospetti, chiami il 117.

Più agenti rispetto al passato. Al momento sono oltre un migliaio, distribuiti tra Cantonale e Comunali. Troppi o un numero equo?

Dal 2011 al 2019, la Cantonale ha adeguato i suoi effettivi di circa 100 unità e non parlo solo di personale in divisa. Questi adattamenti sono frutto di analisi approfondite.

Da anni si discute sul tema della polizia unica. Qual è la sua opinione?

C’è un gruppo di lavoro che si sta occupando della tematica. Sono convinto che si possa migliorare; serve perlomeno una distinzione chiara delle competenze, in termini di chi fa cosa e quando.

Un bilancio della sua esperienza da comandante finora?

Ottimo. Cerco di relazionarmi con tutti, pur mantenendo le gerarchie. Un capo da solo non fa niente. E per questo per me è importante captare eventuali malumori. La mia porta è sempre aperta per chi ha difficoltà o necessità. Almeno una volta al mese, inoltre, esco in pattuglia, a fianco di un qualsiasi altro agente. E lì si instaurano sempre dialoghi costruttivi. I miei collaboratori trovano in me una persona con cui si può parlare.

Il suo predecessore, Romano Piazzini, lasciò la polizia per girare il mondo in barca a vela, coronando un sogno. Qual è, invece, il sogno di Matteo Cocchi?

A dire il vero l’ho già concretizzato. Ho sempre provato affetto per la divisa e fare il capo della polizia mi piace tantissimo. Quando, un giorno, smetterò, non farò comunque il giro del mondo in barca. Al massimo lo farò con gli sci, visto che amo le montagne e la neve. Ma è musica di un futuro ancora lontano. 


Il ritratto

Matteo Cocchi, classe 1974, cresciuto tra il Malcantone e la Capriasca, è giurista di formazione. È sposato e ha 3 figlie. In passato, per 10 anni, è stato ufficiale professionista nell’esercito. Dal 2011 è comandante della Polizia del Canton Ticino.