Monte Verità, un'utopia attuale | Cooperazione
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INTERVISTA
STEFAN JÄGER

Monte Verità, un'utopia attuale

A colloquio con il regista zurighese Stefan Jäger, che sta girando il film storico “Monte Verità”, che uscirà nelle sale nel 2021. La storia di un movimento culturale che durò venti anni, lasciando un segno nella riflessione sull’emancipazione femminile.

TESTO
FOTO
Grischa Schmitz, tellfilm/MAD
19 ottobre 2020
Il regista Stefan Jäger durante le riprese del film in Ticino.

Il regista Stefan Jäger durante le riprese del film in Ticino.

Come si è avvicinato al tema del Monte Verità?

Da giovane adulto, alla fine degli anni Ottanta. Per me era ed è tutt’ora un luogo mitico e affascinante al quale associo immagini di silenzio e concentrazione, ma anche di caos e rinnovamento, perché sul Monte Verità, all’inizio del XX secolo, si cercava di ripensare la società e sperimentare forme di vita alternative.

Come è nata l'idea di un film?

Cinque anni fa mi fu proposta una sceneggiatura ambientata sul Monte Verità. E mi interessò subito, perché già da tempo pensavo che sarebbe valsa la pena girare un film su questa esperienza. Ho scambiato idee con la sceneggiatrice Kornelija Naraks, ci siamo consultati con lo storico Andreas Schwab, che ha scritto un libro fondamentale sul Monte Verità, e a poco a poco abbiamo approfondito l’argomento.

Con quali conclusioni?

Che era possibile raccontare una storia interessante e di qualità. Oltre ai personaggi storici che hanno vissuto sul Monte Verità o che lo hanno visitato – come Ida Hofmann, Otto Gross o Hermann Hesse – abbiamo deciso di creare la figura della protagonista, la giovane Hanna Leitner, che ci ha permesso di rappresentare in modo esemplare alcuni temi che toccavano le donne dell’epoca.

In che senso?

Hanna Leitner è una giovane nobildonna di Vienna, madre di due figli, che segue lo psichiatra Otto Gross al Monte Verità e qui diventa fotografa. Esistono molte fotografie di quel periodo di cui non si conosce l’autore. Abbiamo quindi immaginato per il film la persona che ha scattato le fotografie, cioè Hanna Leitner.

Più di 100 anni fa sul Monte Verità si discutevano temi tutt’ora attuali, come l’alimentazione vegetariana, l’emancipazione, la sessualità, la critica all'industrializzazione. Nel film si mette a fuoco il tema dell'autodeterminazione delle donne. Perché?

Affrontiamo tutti i temi, ma le questioni centrali sono l’autodeterminazione e l’individualismo. Si tratta della libertà personale di una madre di due figli che scopre che avrebbe preferito diventare un’artista. Con gli uomini, le cose vanno di solito in modo diverso. Pensiamo a Hermann Hesse o a Thomas Mann, che hanno vissuto il loro genio artistico mentre la famiglia di solito era in secondo piano. Le donne che volevano diventare artiste hanno spesso dovuto uscire dal ruolo a loro assegnato.

«All'inizio del XX secolo si cercò di ripensare la società»

 

Non è cambiato molto da allora…

Infatti, cosa accadrebbe oggi se una madre di due figli si rendesse conto di essere intrappolata nella propria identità e volesse realizzarsi in modo diverso? Come reagirebbe la società se scegliesse l’arte? Molto probabilmente le reazioni non sarebbero diverse da quelle di 100 anni fa.

Le protagoniste del film sono donne. Le figure maschili sono marginali?

No, anzi, pensiamo allo psichiatra austriaco Otto Gross, che viveva sul Monte Verità. Era una personalità molto controversa, ma aveva un approccio molto moderno. Ha cercato di capire le donne e di rendere giustizia alla loro emancipazione. Ha un ruolo importante nel nostro film.

La gente di Ascona era diffidente verso gli “stranieri” sulla collina. Questo rapporto viene illustrato?

Ce ne occupiamo di sfuggita. Sulla base delle nostre ricerche, siamo giunti alla conclusione che il rapporto tra la popolazione e gli abitanti del Monte Verità è stato spesso dipinto in modo un po’ esagerato. Il parroco di Ascona ha avuto certamente delle difficoltà, perché sul Monte Verità si sono seguiti approcci teosofici e atei, ma vi sono stati anche sostenitori del movimento. Sappiamo ad esempio con certezza che un poliziotto di Locarno sostenne la comunità del Monte Verità e che i fondatori si sono affidati agli artigiani del paese. Erano quindi ben accettati.

Le riprese in Ticino si sono svolte ad Aurigeno, in Valle Maggia. Perché non sul Monte Verità?

Il nostro film si svolge nel 1906, quando la “Casa centrale” aveva una funzione chiave. Questa casa non esiste più, quasi interamente demolita per lasciar posto a un ristorante. L’unico elemento architettonico rimasto è la rampa arrotondata delle scale che dà accesso alla terrazza del ristorante. Per questo abbiamo ricostruito la Casa Centrale ad Aurigeno su un prato. Tutti quelli che conoscono la storia del Monte Verità erano entusiasti di questa replica. Siamo riusciti molto bene a ripristinare l’ambiente storico. Ma abbiamo anche girato una scena a Casa Anatta, sul Monte Verità.

L’esperimento della colonia vegetariana si è concluso dopo 20 anni, Ida Hofmann emigrò in Brasile. Le utopie sono destinate a fallire?

L’esperimento del Monte Verità è comunque durato 20 anni. Non è poco. Soprattutto, il movimento ha lasciato tracce profonde nella cultura, per esempio nella riflessione sui diritti delle donne o sul diritto al suicidio. Questioni che ci riguardano ancora oggi. Anche i numerosi visitatori del Monte Verità sottolineano il fascino duraturo del luogo.

In realtà, è curioso che fino ad oggi non sia mai stata fatta una proposta cinematografica su questo argomento.

È vero. Ci sono diversi documentari, ma nessun lungometraggio. Ora colmeremo questa lacuna.

Le riprese del film in Ticino sono completate?

Sì, le abbiamo realizzate in agosto e settembre e siamo stati molto fortunati con il tempo. Questo vale anche per le scene girate a Cannobio, vicino al confine svizzero. Il villaggio è più simile all'Ascona di un tempo, perciò l'abbiamo scelto per delle riprese all’aperto.

E le riprese interne, sono state fatte in Ticino?

Dopo aver valutato questa possibilità, alla fine abbiamo scelto Colonia, dove abbiamo allestito in studio la “Casa Centrale”. Abbiamo anche girato alcune scene a Vienna, dove si svolge l’inizio della storia. Voglio sottolineare che si tratta di una coproduzione internazionale. La Renania Settentrionale-Vestfalia ha fornito un contributo finanziario significativo e abbiamo ricevuto diverse sovvenzioni dall’Austria. Ma abbiamo avuto anche un grande sostegno da parte svizzera. Per esempio dall’Ufficio federale della cultura, dalla Fondazione del cinema di Zurigo e dalla RSI.

E dal Ticino?

Un sostegno fantastico dalla Ticino Film Commission, come pure in Valle Maggia. Siamo stati molto fortunati con le comparse, inclusi gli studenti della Scuola Dimitri. Ritornerei subito in Ticino. Molti tedeschi che hanno partecipato al film sono rimasti entusiasti. Quando eravamo in Valle Bavona per una scena, dovevamo fermarci in continuazione, perché i membri della troupe volevano scattare le foto.

L’uscita nelle sale cinematografiche è prevista tra un anno, per l’autunno 2021. È vero che aspira alla prima rappresentazione pubblica al Festival del cinema di Locarno?

È il nostro sogno, e un dono meraviglioso al Ticino.


Il ritratto

Stefan Jäger, nato nel 1970 a Uster (ZH), è un noto regista e produttore. Si è diplomato in regia e sceneggiatura presso l’Accademia del film a Ludwigsburg (Germania). Ha realizzato film, serie e documentari, ricevendo vari premi. L’ultimo, nel 2017, al Zurich Film Festival, per il lungometraggio“Blue my Mind”. Dal 2009 è docente presso l’Alta scuola d’arte a Zurigo (ZHdk) e a Stoccarda.