Nel segno di Salvador Dalì | Cooperazione
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ANDREA ZIINO

Nel segno di Salvador Dalì

Andrea Ziino, classe 1971, è il direttore della storica fonderia Perseo di Mendrisio, che produce ancora le opere del Maestro spagnolo. Ritratto di un uomo sanguigno, ma anche molto sensibile.

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ALAIN INTRAINA
28 settembre 2020
Andrea Ziino: «Questa fonderia dovrebbe essere patrimonio di tutti».

Andrea Ziino: «Questa fonderia dovrebbe essere patrimonio di tutti».

Al mattino si alza, si lava, fa colazione. Poi, ancora in boxer, scende lungo le scale, raggiunge lo spogliatoio, e d’un tratto si ritrova sul posto di lavoro. Andrea Ziino, classe 1971, vive praticamente sul tetto della fonderia Perseo di Mendrisio, di cui è direttore. «Ci sono entrato 26 anni fa, come “bocia”, dopo avere abbandonato il mio impiego di pianificatore finanziario. Già da bambino avevo la fissazione per l’arte. E poi sentivo il bisogno di usare le mani».

Il “bocia” si fa strada

Una copia del David di Michelangelo, tratta dal calco originale fiorentino, ci accoglie all’entrata del piazzale. Poi l’occhio cade su un grosso orologio di Salvador Dalì. E non si tratta di un’imitazione. No. Questa storica fonderia ticinese, attiva dagli anni ’50, produce ancora oggi le opere originali ideate dall’artista spagnolo. «Abbiamo l’esclusiva per il suo marchio. Siamo sempre in stretto contatto con il suo editore, a Barcellona. Ci vengono commissionate le opere del Maestro, e noi eseguiamo».

Ma come è possibile visto che Dalì è morto nel 1989? «Dalì era uno di quegli artisti già famosi quando erano in vita, aveva creato molto, ecco perché ancora oggi in Spagna c’è una struttura aziendale solida che porta avanti i suoi lavori. Bisogna, inoltre, sapere che qualsiasi artista anche vivente idea il modello dell’opera, magari in 3D. Ma la scultura la concretizza sempre la fonderia».

Origini siciliane, ma con passaporto svizzero, Andrea è sposato con Elisabetta. Occhi verdi sgranati, ciuffo ribelle, spirito sanguigno. Passo dopo passo, il “bocia” si è fatto strada. «Qui lavoriamo bronzo, bronzo bianco, alluminio e argento, con diverse tecniche. È un posto prevalentemente frequentato da artisti o da addetti ai lavori. E lo trovo un peccato. Questa fonderia dovrebbe essere patrimonio di tutti. Invece, spesso, siamo confrontati con tanta indifferenza, da parte delle autorità cantonali in primis».

Senza peli sulla lingua

Piercing minuscolo al naso, braccio sinistro interamente tatuato, amante dell’enogastronomia, il 49enne è un uomo senza peli sulla lingua. Uno spirito libero. «Io non sono immanicato con nessuno» polemizza con ironia. E aggiunge: «Mi dà fastidio vedere come a volte la cultura venga snobbata, solo perché sembra non generare soldi. La fonderia è sempre stata “segreta”. Se non eri un artista, non ci entravi. Io ho anche provato a lanciare una serie di porte aperte, a creare eventi. Ma spesso non venivo preso in considerazione da chi invece avrebbe potuto avere più riguardo per una tradizione che appartiene al territorio. Abbiamo pochissimi contatti anche con l’Accademia di architettura, non è normale». Andrea poi si addolcisce quando torna a parlare del suo mestiere. Di ciò che ama. «Lo puoi apprendere solo venendo a lavorare qui, non esiste una vera scuola che te lo insegna. Io sono specializzato nella creazione delle patine, che danno una colorazione ai bronzi. Lavoriamo su commissione, ma se l’artista lo desidera, può stare qui con noi, e vedere nascere la sua opera. Collaboriamo parecchio con personaggi di spicco ticinesi, come Ivo Soldini, o Pedro Pedrazzini. Anche Nag Arnoldi si è rivolto spesso a noi. La cosa bella è che poi diventi amico di questi artisti. Persone dotate di una sensibilità incredibile».

Lo chiamano San Francesco

Ed è proprio la sensibilità a contraddistinguere anche il carattere del direttore della fonderia momò. Un personaggio che ama la natura e gli animali. «Se c’è un nido di vespe nel balcone – confessa –, lo tengo. Non mi azzardo a ucciderle. I miei amici mi sfottono e mi chiamano San Francesco. Sono anche super attento al tema dell’ecologia: se vedo qualcuno che butta una sigaretta per terra, me la prendo».

Andrea è pure un grandissimo “fungiatt”. Un po’ anomalo però. «Non sono uno di quelli che tiene nascosti i posti dove trova i funghi. Tanto ce ne sono per tutti. L’importante per me è che non si lasci mai immondizia in giro».

Mentre il 49enne si racconta, in sottofondo, si sentono il rumore dei macchinari, l’impianto di aspirazione, il cesello, la smeriglia. La fonderia, in fondo, è una grande bottega, con oltre una decina di collaboratori. In particolare giovani. Scelta lungimirante, quella del boss. «Il Mendrisiotto era una terra di fonderie. Se le altre sono sparite e siamo rimasti solo noi, è perché non si è investito sul futuro. Anche considerando il resto della Svizzera, ne sono rimaste ben poche. Ecco perché provo amarezza quando non veniamo valorizzati».