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INTERVISTA
PAOLO CREPET

«Dobbiamo imparare ad amare»

Lo psichiatra Paolo Crepet e le difficoltà di amare oggi nell’epoca dei social supermarket dei sentimenti. Con riflessioni su fedeltà e tradimento, sul bisogno di vendetta “quando un amore finisce”, e sulla forza straordinaria del perdono.

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giliola chisté
10 febbraio 2020

Per Paolo Crepet, c'è un "analfabetismo emotivo" che ha effetti negativi anche a livello collettivo.

In occasione di San Valentino, qual è l’esortazione che rivolgerebbe ai giovani innamorati?

La mia esortazione è la rivolta a tutte le coppie, giovani e di lungo corso, perché l’amore non dipende dal tempo che si sta assieme, ma dal modo. Oggi, la cosa fondamentale, in assoluto, è liberarsi dalla tecnologia, che dal punto di vista delle relazioni umane è un di-sa-stro! Siamo in un mondo di zombi che comunicano con messaggini, faccine, pollicini. Dobbiamo tornare a parlarci, a guardandoci negli occhi. E se non ci preoccupiamo di questa incapacità di comunicare – che io chiamo “analfabetismo emotivo” – i guai sono grossi, a livello individuale, ma soprattutto per la comunità. Perché poi diventa più facile respingere i gommoni di emigrati.

Nel suo libro “Perché finisce un amore” (Solferino 2019), lei punta il dito proprio sull’analfabetismo sentimentale, causa degli “amori malati”, che sfociano nell’odio e nella vendetta. A chi toccherebbe il lavoro di educazione affettiva?

Negli anni Sessanta, c’era sulla RAI il maestro Manzi che ha insegnato a mezza Italia a leggere e a scrivere. Ecco, oggi ci vorrebbe la stessa cosa per insegnare come vivere e comunicare i sentimenti, gli affetti. Io temo che abbiamo perso le parole e persino la voglia di raccontarci. Non abbiamo più argomenti, siamo laconici, non sappiamo più bene di cosa parlare. Me ne accorsi tanti anni fa, nell’epoca predigitale. Feci un esperimento in una scuola media superiore e chiesi ai ragazzi di cronometrare quanto durava la cena a casa. Venne fuori una media di 11 minuti. Spaventoso. Oggi, il tempo è rimasto forse uguale, ma la qualità è di gran lunga peggiorata, perché si sta a tavola con il proprio smartphone accesso. Che cosa fare? Tocca ad ognuno di noi provare a parlare di affetti e di emozioni. Non c’è una categoria professionale vocata ad impartire lezioni di educazione sentimentale.

È giusto distinguere l’innamoramento dall’amore? Il primo dominato dall’eros, dall’infatuazione, mentre l’amore “sano” sarebbe la fase matura della relazione?

Sono due fasi diverse, ma di solito, la prima è propedeutica dell’altra. L’innamoramento è certamente eros, ma è anche il tempo che si dovrebbe dedicare per conoscere sé stessi e l’altro. Sappiamo che ci sono delle persone che percorrono periodi di innamoramento finito il quale ignorano chi sia l’altro, se non per le cose più banali. L’amore è invece l’epoca della manutenzione dell’innamoramento. Come quando ci compriamo una bici che abbiamo sempre desiderato. Dopo alcuni anni inevitabilmente si logora, ma, appunto, l’amore- manutenzione per quella bici può fa sì che non si logori.

«L’amore è la manutenzione dell’innamoramento».

Paolo Crepet

In “Perché finisce un amore” lei dice che il problema vero nel rapporto di coppia è che non conosciamo l’altro. Forse, però, per conoscere l’altro bisogna prima conoscere sé stessi…

Certo, questo è l’auspicio. Ma quanto tempo ognuno di noi dedica per conoscere sé stesso? Non è tanto poi importante se siamo più o meno inclini all’introspezione. È che manca il tempo, con le nostre agende fitte di impegni e appuntamenti. Manca il tempo per curare le relazioni, figuriamoci per riflettere su sé stessi. Ce lo stiamo negando; anch’io, che non sono un santone che vive sull’Himalaya, mi pongo questo problema e sono in buona parte preoccupato.

Ma nella nostra cultura ipersessualizzata, con i social supermarket dei sentimenti, invocare il principio dell’amore sembra un’utopia, un ideale per anime belle. Già nel 1956, in “L’arte d’amare”, Erich Fromm preconizzava l’incompatibilità dell’amore con la società moderna…

Intanto, è sbagliato pensare che nel passato c’è stata chissà quale capacità amatoria. Fino a un paio di generazioni fa, chi parlava d’amore erano i poeti e i pochissimi che li leggevano; l’1% della popolazione. Per tutti, la priorità era sopravvivere alla miseria, alle malattie e alle guerre. Non abbiamo quindi abbandonato una sedicente età dell’oro dove l’amore trionfava. Anzi, il problema nasce proprio lì, dal fatto che per secoli non si parlava d’amore. È solo con il benessere economico che la società ha sviluppato il tema del parlare d’amore. Mai come adesso abbiamo la possibilità di farlo e di accorgerci di noi, perché abbiamo più tempo, più strumenti.

Il tradimento è la causa principale della rottura del legame. In “Perché finisce un amore” lei sottolinea come oggi l’infedeltà non sia più una prerogativa maschile. Le giovani donne «hanno la stessa libertà, le stesse capacità seduttive, la totale mancanza di sensi di colpa» dei coetanei maschi…

Quella del maschio predatore sessuale è in parte uno stereotipo, perché per ogni cacciatore c’è una preda. Oggi, i ruoli si sono parificati, e ne sono contento, perché se vogliamo l’uguaglianza, dobbiamo accettare che valga su tutto, e non solo che il padre cambi i pannolini o stiri. Adesso c’è anche la femmina predatrice. Negli ambienti più socializzati, le donne, non solo quelle giovani, sono più libere di esprimere le loro preferenze sessuali. Infine, il tradimento non è solo questione di genere, ma trascende anche i ceti sociali.

Dal tradimento alla fedeltà. Qual è la sua opinione su questo desiderio di sicurezza?

La fedeltà dipende dal grado di maturità della persona, non dall’età. Non è vero che più si cresce e più si diventa consapevoli, maturi. Questo vale per la frutta, per i vegetali. Anche perché sia l’uomo sia la donna hanno dei periodi di crisi che non possono prevedere. Crisi di identità, per esempio, che portano a dubitare di sé stessi, ad essere più fragili, a vacillare di fronte alle tante cose che possono accadere nella vita. È facile dire: “le nostre nonne erano fedeli al loro unico uomo”. Grazie, non uscivano mai di casa. Perché la fedeltà è anche una questione di opportunità, di ambiente di lavoro. Per esempio, è noto che i luoghi dove si consumano i più grandi tradimenti sono gli ospedali, in cui uomini e donne lavorano insieme, soprattutto nei turni di notte.

Dal tradimento al perdono. La filosofa Martha C. Nussbaum (“Rabbia e perdono”, il Mulino 2017), elogia il ruolo di questa virtù, perché serve a vincere l’istinto della vendetta e a salvare la relazione. Qual è il suo giudizio?

Il perdono è una dote molto individuale. C’è una ferita narcisistica da sanare, a volte profonda a volte lieve. Si perdona in base al proprio sentire e alla propria fragilità di quel momento, ma anche a dipendenza di quanto sia importante il traditore. Ci sono persone molto mature che riescono a perdonare, a guardare avanti. È la forza straordinaria dell’amore. Infine, ognuno ha la possibilità di imparare a perdonare, attraverso un lavoro su sé stessi.


Paolo Crepet: «Manca il tempo per curare le relazioni, figuriamoci per riflettere su sé stessi»

Il ritratto

Paolo Crepet (Torino, 1951) è psichiatra, sociologo e saggista. Tra i suoi libri dedicati all’amore ricordiamo: “Sull’Amore “(Einaudi 2006), “Baciami senza rete” (Mondadori 2016), “Passione” (Mondadori 2018) e “Perché finisce un amore” (con Alessandra Arachi, ed. Solferino 2019).

Per saperne di più: www.paolocrepet.it