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Intervista
RenÉ chopard

«Banche, è necessaria una riconversione»

A colloquio con René Chopard, in occasione dei 100 anni dell’Associazione bancaria ticinese: le sfide per la nostra piazza finanziaria dopo la fine del segreto bancario, il rapporto difficile con la clientela italiana, le nuove competenze per chi lavora in banca.

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hsaskia cereghetti
17 febbraio 2020
René Chopard:  «Le banche devono formare delle "équipes" multidisciplinari».

René Chopard: «Le banche devono formare delle "équipes" multidisciplinari».

René Chopard, l’Associazione bancaria ticinese compie 100 anni, ma negli ultimi dieci il sistema ha subito un’involuzione preoccupante, anche a livello occupazionale, con un quarto dei posti di lavoro perso. Questo sembra aver risparmiato le attività bancarie tradizionali, ma non quelle di “private banking” transfrontaliere…

Purtroppo vi sono altre cifre da rilevare: una contrazione del 40% degli istituti (26 acquisti e 14 chiusure) e un calo del gettito fiscale cantonale delle banche dai 40,6 milioni del 2008 ai 34,5 milioni del 2018. Sottolineo però che nel contempo è cresciuta l’importanza delle attività parabancarie: durante lo stesso periodo il numero di fiduciarie iscritte all’albo cantonale è aumentato di 231 unità.

Qual è oggi il rapporto con la realtà economica italiana, quella che più interessa la nostra piazza?

È necessario prima contestualizzare. Da alcuni anni in Ticino, e in tutta la Svizzera, siamo confrontati con un cambiamento paradigmatico che riguarda la fiscalizzazione di tutti i patrimoni in gestione: da “mondo offshore” meramente finanziario si è passati ad un contesto in cui vi è un intreccio più importante fra i capitali finanziari, le regolamentazioni, la fiscalità e l’economia reale. Ciò va messo in relazione con la “scomparsa” del segreto bancario, dovuta essenzialmente alle pressioni subite dal nostro Paese. La fiscalizzazione ha generato cambiamenti importanti nell’attività di gestione patrimoniale. Con l’Italia tutto è iniziato a cambiare con i famosi “scudi fiscali”, attuati per far emergere i capitali non dichiarati.

Da lì la “road map” firmata dalle autorità svizzere e italiane.

Esatto. Semplificando, su quella base le banche svizzere si impegnavano a far pressione sulla clientela italiana affinché dichiarasse i propri capitali, e come contropartita l’Italia avrebbe permesso alla Svizzera di gestire quegli stessi capitali grazie a un accesso diretto al mercato. Tuttavia…

Tuttavia?

La fiscalizzazione dei capitali si è realizzata, mentre l’accesso al mercato non si è verificato. Ciò determina una difficoltà nella gestione dei patrimoni e nella raggiungibilità diretta di clientela italiana, in Italia, da parte del sistema svizzero. Insomma, prima esisteva una frontiera- filtro riguardante le informazioni; oggi ce n’è una per le attività, in particolare riguardo al “private banking”. E questo ha in effetti rivalutato le attività “nostra- ne” come quelle creditizie.

«Oggi il bancario dev’essere economista e un po’ giurista»

 

Delocalizzare dal Ticino all’Italia è dunque una, se non la soluzione.

Se non vi saranno cambiamenti a livello regolamentare, a corto termine delocalizzare in Italia per svolgere attività finanziarie “classiche” di gestione patrimoniale sembra l’unica via, diciamo, evidente. Le grandi banche l’hanno già fatto da tempo, ma per i piccoli e i medi istituti subentra un serio problema di costi. Per altro, c’è una questione ancora più importante.

René Chopard: «L'informatica sta alla banca come la macchina a vapore è stata all'artigianato».

Quale?

Visto il contesto normativo italiano, le banche svizzere “in trasferta” rischiano di “italianizzarsi”, perdendo così in gran parte la matrice elvetica che è la loro forza. Premesso che a lungo termine questa barriera fra noi e il Nord Italia è secondo me destinata a cadere, un’altra possibilità a medio termine è investigare nuovi modelli di “business” in cui l’attività finanziaria si intreccia con l’economia reale del Paese di provenienza della clientela. Serve quindi adattarsi, integrando le necessità del cliente con quelle delle loro aziende, proponendo, per esempio, servizi accessori agli investimenti, consulenza in ambito successorio e via dicendo.

Una riconversione?

Sì, per salvaguardare il mercato attuale e trovare nuovi sbocchi, non solo rispetto al contesto italiano. Il che determina la necessità di nuove competenze e relativi investimenti nella formazione.

Lei ha detto: “oggi la conoscenza del quadro normativo e delle varabili fiscali dei Paesi di provenienza dei clienti (...) diventa fondamentale”. Che significa?

Che bisogna agire a livello individuale, formando profili diversi, che abbiano la capacità di integrare nella gestione del patrimonio dei clienti la variabile fiscale, tenendo conto del quadro normativo. Inoltre, che abbraccino competenze economiche, sociali e culturali dei Paesi di provenienza dei clienti.

A livello aziendale, che cosa porta questo “cahier des charges”?

Porta a doversi concentrare e specializzare su determinati mercati, ma anche a dover formare delle équipes multidisciplinari che rispondano al meglio ad esigenze a grande variabilità. A un livello ancora superiore, vista la complessità della realtà cui siamo confrontati, la tendenza è unire specifiche competenze di banche, fiduciari, studi legali, eccetera, affinché interagiscano su determinati mercati, formando quelli che possiamo definire dei conglomerati finanziari. Il sistema risponde quindi su larga scala, come è chiamato a fare l’individuo.

A livello formativo, quali sono i nuovi compiti del bancario?

Nel passato per lavorare in banca bisognava essere soprattutto economisti, e in seguito piuttosto matematici, nell’era dei prodotti finanziari “esotici”. Oggi il bancario deve essere anche un po’ giurista. E domani andare ancora oltre. In questo senso, a Villa Negroni si è voluto passare da un approccio legato alle discipline a uno interdisciplinare, che privilegia i profili professionali che integrano conoscenze e competenze disparate. Inoltre, un elemento essenziale è insegnare che non si vende unicamente un servizio, ma anche una relazione, che tocca non solo l’aspetto economico, ma tutto un contesto culturale e sociale che si ritrova anche nelle diverse culture aziendali.

Capitolo tecnologia e digitalizzazione: in che modo il sistema può rispondere alle sue conseguenze più negative?

Paradossalmente la tecnologia valorizza il ruolo dell’uomo, che grazie a questa può concentrarsi su aspetti qualitativi. Uno di essi, assolutamente centrale, è la fiducia, che nessuna macchina potrà mai garantire. Questo al netto di tutto il discorso sulla formazione e sulla riqualifica, che risultano fondamentali durante questa rivoluzione nei servizi, analoga a quella industriale. Insomma, l’informatica sta alla banca come la macchina a vapore è stata all’artigianato.


Il ritratto

René Chopard, classe 1957, è cresciuto a Bellinzona, dove risiede. È sposato e ha due figlie. Dopo aver ottenuto la licenza e svolto il dottorato in scienze economiche e sociali all’università di Friborgo, ha insegnato all’Università di Losanna, al Politecnico federale ed è stato professore alle università di Lugano e di Varese. Per quasi trent’anni ha diretto il Centro di studi bancari di Villa Negroni a Vezia. È autore o curatore di una trentina di volumi. Segnaliamo: “La banca ticinese e l’impresa del nord Italia”, con Gioacchino Garofoli (ed. Franco Angeli, 2014).