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Rivoluzione verde, non si torna indietro

Per combattere i cambiamenti climatici si punta sulla mobilità elettrica e le energie rinnovabili. La comunità internazionale e le multinazionali si sono attivate per accelerare la transizione. Intervista a Barbara Antonioli, docente alla facoltà di economia dell’Usi a Lugano.

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SANDRO MAHLER
14 dicembre 2020
Barbara Antonioli accanto a una stazione di ricarica elettrica a Lugano, nei pressi dell'Usi: «L'obiettivo è la riduzione della CO2 e dei combustibili fossili».

Barbara Antonioli accanto a una stazione di ricarica elettrica a Lugano, nei pressi dell'Usi: «L'obiettivo è la riduzione della CO2 e dei combustibili fossili».

C’è chi afferma che stiamo passando da una dipendenza dal petrolio a una dipendenza dalla Cina, che fornisce i metalli rari utili alla produzione di auto elettriche, turbine eoliche e pannelli fotovoltaici.

Questo timore non è infondato: la Cina produce oltre il 50% di metalli rari e ha quasi il monopolio delle terre rare. Tuttavia l’Europa non sta a guardare: ha stanziato 2 miliardi di euro per quattro progetti volti all’estrazione e alla lavorazione sostenibile di queste materie prime. Per quanto riguarda il litio nel settore delle batterie, si prevede che entro il 2025 si coprirà già l’80% del nostro fabbisogno, riducendo così la dipendenza dal Cile.

Gli ambientalisti ricordano che per produrre litio in Cile vengono usate sostanze chimiche e molta acqua a danno delle popolazioni indigene.

Sì, la preoccupazione è reale. Ci si approfitta spesso dei paesi in cui le tutele ambientali sono deboli. È chiaro che la transizione energetica per una società “CO2 neutrale” deve portare benefici a tutti. Nell’Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da 193 Paesi Onu, vi è l’obiettivo di garantire modelli di produzione e consumo sostenibili e promuovere l’uso sostenibile dell’ecosistema. Inoltre, si dovrà tenere conto delle disuguaglianze climatiche: secondo le stime di Oxfam, infatti, il 10% più ricco del pianeta è responsabile del 50% delle emissioni di CO2 (dipendenti dai consumi), ossia ha un impatto 60 volte maggiore rispetto al 10% più povero.

In un mondo basato sul principio della concorrenza, è difficile immaginare un cambiamento di mentalità

Il tema energetico è di enorme importanza a livello geopolitico: è dalla capacità di fornirsi di energia sufficiente e a prezzi convenienti che un Paese riesce ad essere competitivo a livello industriale. L’impegno internazionale è di fare in modo che tutti i Paesi, ricchi e poveri, riescano a trovare delle strategie comuni. Un processo lento e difficile, ma che bisogna portare al successo.

Ci sarà il tempo di farlo? In Germania, per esempio, la percentuale di energia sostenibile prodotta è del 15% e, di questo passo, si stima che si arriverà al 100% tra almeno un secolo.

Il progresso tecnologico è molto rapido. E quindi c’è speranza. A livello europeo, Svizzera compresa, le politiche ambientali sono avviate e irreversibili. Lo si nota dal fatto che gli attori sul mercato hanno capito che l’investimento ambientale porta a un valore economico aggiunto, che si traduce in vantaggio competitivo.

Per produrre energia verde ci sono anche i parchi eolici *. Nei paesi dove questo processo è iniziato 20 anni fa, ci si ritrova ora confrontati con problemi di smaltimento di enormi pale, abbandonate sui campi**. 

In effetti, allora si sottovalutò lo smaltimento, ma il progresso tecnologico e la visione di economia circolare ci stanno aiutando. In Germania, il Fraunhofer Institute for Wood Research sta sperimentando una tecnica per recuperare il legno di balsa nelle pale eoliche e trasformarlo in pannelli isolanti per l’edilizia, mentre a Roma i ricercatori dell’Enea hanno messo a punto un impianto per il recupero di materiali preziosi da vecchi computer e cellulari. Oggi, per recuperare manganese, nichel, ecc. sono richiesti processi molto complessi e costosi. Ciò significa che gli Stati dovrebbero poter intervenire con sussidi per fare in modo che diventi conveniente il recupero di questo materiale.

Per un’auto elettrica ci vogliono fino a 80 kg di rame, il quadruplo di un’auto a motore tradizionale. Da qui al 2030 si stima che ne useremo una quantità pari a quella che l’umanità ha utilizzato fino ad oggi. ***

Effettivamente, tutti i dati forniti dai produttori internazionali di rame confermano un aumento di richiesta consistente. Per controbilanciare questa crescita, in Europa si punta al recupero del rame vecchio, che oggi raggiunge un tasso di quasi il 50% e nei prossimi anni dovrebbe arrivare al 60%. Il business del recupero del rame assumerà quindi più importanza e valore.

Per l’estrazione del rame è necessaria una maggiore produzione di energia elettrica. Per questo in Cile un’azienda francese sta costruendo la sua settima centrale a carbone…

Proprio la Francia che ha annunciato l’abbandono del carbone nei propri confini dal 2022 e la riduzione della produzione di elettricità da fonte nucleare dal 70% al 50% entro il 2035. Non dimentichiamo che la Cina, a causa degli alti tassi di crescita economica, utilizza la metà del carbone a livello mondiale, ma, allo stesso tempo, è il primo investitore, produttore e consumatore di energie rinnovabili. Un terzo dei pannelli solari e delle pale eoliche presenti nel mondo si trova lì. In Cina ci sono quasi il 50% dei veicoli privati elettrici, il 98% degli autobus elettrici e il 99% delle due ruote elettriche esistenti al mondo. È leader mondiale nella produzione delle batterie che danno energia ai veicoli elettrici e trasformano l’energia rinnovabile distribuita sulle reti elettriche. Si stima che entro il 2025, i suoi impianti di batterie saranno quasi il doppio di quelli del resto del mondo messi insieme.

Un motore di 8 cilindri conta circa 1200 componenti, un motore elettrico circa 25. Si stima che, con la diffusione dell’auto elettrica, un terzo dei posti di lavoro nell’automotive sarebbe in esubero. ****

Un’indagine statunitense parla addirittura di ripercussioni per il 60% dei posti di lavoro. Ed è per questo che è quanto mai necessaria una politica di riqualificazione della manodopera per tamponare il fenomeno. Di avviso diverso la Commissione europea; in un suo studio del 2018, vede anche un miglioramento del mercato del lavoro grazie alla nuova filiera elettrica.

C’è chi dice che l’auto elettrica non salverà il pianeta, ma è una gigantesca operazione di marketing.

L’auto elettrica non è la panacea di tutti i mali. Ma non dobbiamo dimenticarci dell’obiettivo: la riduzione della CO2 e dei combustibili fossili. In Europa il 70% di CO2 è generato dal traffico stradale. In Svizzera i costi ambientali e della salute riconducibili al trasporto su gomma di merci ammonta- no a circa 1,7 miliardi di franchi. Tecnologia e sviluppo sostenibile dovranno andare a braccetto per avere il successo sperato. Il percorso intrapreso è ormai irreversibile. La grande sfida è di far sì che l’offerta complessiva dei trasporti pubblici per ridurre la mobilità individuale sia efficiente anche per chi vive fuori dai centri urbani e ha bassi redditi. In queste politiche bisogna stare molto attenti alla questione dell’equità ed evitare che le politiche ambientali vadano a colpire maggiormente i più bisognosi.

A livello mondiale, per produrre 60 t di idrogeno vengono emesse 600 milioni di t di CO2, ossia l’1% di CO2 prodotto dall’uomo. Per produrre idrogeno verde ci vogliono vaste quantità di territorio per far spazio a impianti fotovoltaici ed eolici.

Un recente studio della Commissione Europea evidenzia come destinando il 3% del territorio a impianti fotovoltaici e il 15% a impianti eolici sarebbe possibile soddisfare integralmente la domanda di energia dell’Unione Europea con fonti rinnovabili. Ci sono quindi importanti margini di miglioramento. All’estero la disponibilità di territorio è ancora maggiore e le opposizioni minori. Enel Greenpower ha costruito enormi impianti fotovoltaici in Africa e in Sudamerica; negli Emirati Arabi hanno costruito un campo fotovoltaico che, grazie all’irra- diamento solare, produce energia a prez- zi competitivi rispetto a quelle fossili. La Shell sta costruendo in Germania il più grande centro al mondo di elettrolisi per la produzione di idrogeno verde.

* Per produrre una turbina eolica ci vogliono 20 tonnellate di alluminio, fino a 500 tonnellate di acciaio e 1 tonnellata di metalli rari.

** In Germania, paese che ha intrapreso già da oltre 20 anni la via dell’eolico, ogni anno restano abbandonate sui campi dalle 20mila alle 30mila tonnellate di vecchie pale eoliche ormai non più utilizzabili.

*** Si stima che dagli albori della cività a oggi l’uomo abbia prodotto da 800 milioni a un 1 miliardo di tonnellate di rame.

**** L’industria dell’automobile mondiale ha un fatturato di 2000 miliardi di euro all’anno e in Europa conta 13 milioni di posti di lavoro.

 

Barbara Antonioli ricorda che «le politiche ambientali sono avviate e irreversibili».


Il Ritratto

Barbara Antonioli è docente e ricercatrice alla Facoltà di scienze economiche dell’Usi e consulente per utilities e start-up nel settore delle rinnovabili.