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CINEMA
ROBERTO BENIGNI

«Pinocchio fa parte di tutti noi»

A colloquio con Roberto Benigni sul film “Pinocchio” diretto da Matteo Garrone. Il suo ruolo di Geppetto, gli insegnamenti e i simboli misteriosi della storia di Collodi.

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MAD
06 gennaio 2020

Roberto Benigni, nato nel 1952, ha diretto e interpretato Pinocchio nel film omonimo del 2002.

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Cooperazione mette in palio 3X2 biglietti per il film “Pinocchio” in cartellone al Cinestar Lugano. Condizioni di partecipazione: vedi impressum. Termine d’invio: 13 gennaio 2020, ore 16:00.Ulteriori informazioni qui: https://www.cooperazione.ch/concorsi-e-passatempi/2020/pinocchio-249955/

Roberto Benigni, dopo aver vestito i panni di Pinocchio nel suo film del 2002, quali sono state le sensazioni nell’interpretare Geppetto in questa nuova pellicola?

È stato un po’ come la chiusura di un cerchio, il compimento di un percorso straordinario, perché la storia di Carlo Collodi è, prima di tutto, la storia di un amore immenso che lega un padre nei confronti di un figlio. Per di più, la figura di Geppetto è il padre per eccellenza, il padre più famoso del mondo assieme a San Giuseppe. Tutti e due sono infatti falegnami, tutti e due hanno due figli “adottivi” che si sono trovati lì all’improvviso. Figli che scappano di casa, muoiono, risorgono…

Ma nel film di Garrone, per la prima volta si è dovuto anche trasformare fisicamente: con la barba, invecchiato…

Quando Matteo Garrone si è presentato la prima volta mi ha mostrato una mia foto modificata che mi rappresentava già così. Io gli ho risposto: «ma chi t’ha dato la foto di mio nonno?», perché in quella immagine c’erano tutte le mie radici. Per questo, ancor prima che mi proponesse la parte, avevo già detto di sì. Adesso la gente mi ferma per strada e mi dice con ironia: «Benigni, hai fatto Pinocchio e ora Geppetto, ti manca solo la fata Turchina». Ma io sarei disposto a interpretare anche la balena…

Perché in fondo la storia di Pinocchio l’accompagna da tutta una vita…

Sì, fin da piccolo, venivo chiamato così. Anche Federico Fellini mi ha soprannominato “Pinocchietto” e nei suoi taccuini mi ha sempre disegnato come il burattino. E ora di questo burattino sono diventato il padre!

Tanto più che la favola qui viene ambientata in un passato segnato dalla povertà…

“Povertà” è la parola che più si ripete nel libro originale di Collodi. Sono andato a rileggerlo e i termini che ricorrono più spesso sono povero, casa, fame. Per questo, quella di Geppetto è una povertà vera, quella dove basta un niente e la vita ti può sembrare un dono prodigioso. Qualcosa che non può non richiamare l’esempio di Chaplin. Lui sì che è il padre di tutte le povertà. Ma povertà fantastiche perché capaci di trasformarsi nella più grande ricchezza. Un incanto in grado di catturare tutti i bambini che vanno dai 4 agli 80 anni.

Ma per piacere a tutti, a distanza di tanti anni, qual è il segreto che conserva Pinocchio...

È universale, appartiene a tutti, quando respiriamo per la strada o ordiniamo un caffè, Pinocchio è lì e fa parte di tutti noi. È come il sole, ci affascina come il mare, qualcosa in cui ci tuffiamo dentro e non capiamo più nulla, perché ci avvolge e ci prende tutta la nostra anima. Perché Pinocchio va oltre i significati semplici della storia, visto che tocca le nostre profondità.

«Fellini mi aveva soprannominato “Pinocchietto”».

Roberto Benigni

Anche perché non si tratta soltanto di un libro educativo rivolto ai bambini…

Pinocchio non è soltanto una fiaba. Gli insegnamenti ci sono, ma sono immersi in tutti quei simboli misteriosi di cui è capace solo la grande letteratura. Ti insegna che se dici le bugie ti si allunga il naso, e lo fa con una trovata strabiliante diventata famosa in tutto il mondo, molto più forte di qualsiasi Uomo Ragno o Batman. Ma ti dice anche attraverso una fatina che bisogna credere ai miracoli e che i miracoli occorre coglierli subito, altrimenti non tornano più.

È questa la grande capacità dei testi classici…

È la sua grandezza, quella di andare oltre il suo autore. È come l’Iliade, la Divina Commedia, Amleto. E rappresenta tutti noi, perché tutti noi nasciamo puri, ma Pinocchio, come Don Chisciotte, lo rimane, perché non pensa che nel mondo ci possa essere il male. È da lì che partono la grande avventura e la libertà. Ed è per questo che ognuno si rifà dentro di sé la storia di Pinocchio che più ama. E ogni volta è nuova.