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RITRATTI
SONIA ROMELLI

La forza di un sorriso

La forza di Sonia Romelli contagia tutti quelli che incontra. A sette anni dall’incidente che le ha portato via la passione più grande, ci ha raccontato la sua storia.

TESTO
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alessandra meniconzi
02 marzo 2020

Sonia Romelli: «L'incidente per me è stato una scuola di vita. Quando sei sano hai il mondo ai tuoi piedi, quando sei bloccato su una sedia a rotelle inizi a riflettere».

«La vita è un dono meraviglioso, non puoi sprecarlo piangendoti addosso. Ho dovuto rinunciare alla mia passione più grande ma non ho reagito chiudendomi in casa. Quel vuoto lo colmo camminando». Chi abita nel Luganese almeno una volta l’ha incontrata lungo la strada. La parlata dolce, lo spirito luminoso e gli occhi di chi nonostante le difficoltà non ha perso il sorriso.

Ciò che però colpisce di più di Sonia Romelli è la sua incredibile forza di volontà che la spinge ogni giorno ad affrontare la vita camminando insieme al suo inseparabile Wally, il deambulatore che da sette anni l’accompagna. «È importante mantenere un sorriso da regalare alle persone che incontri – ci racconta Sonia –. Oggi non sorride più nessuno e manca chi ti sappia ascoltare. La gente mi racconta i suoi problemi e i suoi guai. Durante le mie camminate ho soprattutto imparato ad ascoltare».

L’amore per i cavalli

«Quella per i cavalli è una passione che ho sempre avuto nel sangue. Fin da bambina è stato il mio sogno, ma in casa di soldi non ce n’erano. Per questo motivo sgattaiolavo dalla mia camera per passare il tempo nelle scuderie vicine. Cinquant’anni fa la pianura del Vedeggio era molto diversa, ridondava di mucche, cavalli e prati. Poi è arrivato l’aeroporto e molte cose sono cambiate».

Sonia Romelli ha 62 anni ed è cresciuta a Bioggio in quella che una volta si chiamava Osteria Dolfini, oggi Birrificio, che apparteneva alla sua famiglia. «Crescendo ho dovuto mettere da parte quella che sentivo la mia strada e trovare una professione, così sono diventata laboratorista». Dopo diversi anni trascorsi lavorando prima in ospedale poi per un veterinario e una parentesi come saetta verde, il servizio di corriere in bicicletta, Sonia quella strada l’ha ripresa. «Un giorno ho trovato un annuncio sul giornale, cercavano uno stalliere. Mi ci sono tuffata. La mia vita ha passato diverse fasi, in casa mi chiamavano chiodino d’acciaio, poi quando mi sono sposata sono diventata un grillo e quando è finito il periodo del grillo mi sono trasformata in una lumaca».

L’acqua che scorre non marcisce mai

«Nella scuderia in cui lavoravo c’era una cavallina molto vivace, mi piaceva molto perché anche se portava le briglie, appena montavi in sella partiva come un fulmine. Un giorno scendendo dal maneggio sul pezzetto di strada asfaltata che conduce alla stalla è scivolata portandomi con sé». Quel giorno di sette anni fa la vita di Sonia è cambiata. Frattura cranica, ematoma cerebrale.

«Mi sono ritrovata su una sedia a rotelle, la mia memoria non funzionava più, tutto si era cancellato. Il cervello è un organo meraviglioso, ancora oggi mi stupisco quando improvvisamente ricordo nomi che avevo dimenticato. L’idea di non potermi più muovere però non mi andava giù: il movimento è sempre stato parte della mia vita. Così quando nessuno mi vedeva nei corridoi dell’ospedale, mi aggrappavo al corrimano cercando di tirarmi su». Il brutto incidente non ha certo fermato Sonia. «Mia nonna mi ha sempre insegnato che l’acqua che scorre non marcisce mai, così da quel giorno non ho più smesso di camminare. I medici erano molto preoccupati, perciò mi regalarono un deambulatore, che è preziosissimo. Si chiama Wally; con lui parlo molto e mi accompagna dappertutto».

Sonia è piena di storie. Mentre passeggiamo per le strade che conosce a memoria ci racconta di un viaggio che l’ha cambiata molto. «Anni fa sono stata a Calcutta in uno dei centri fondati da Madre Teresa per fare del volontariato. È stata un’esperienza meravigliosa, in quel luogo tutti avevano sempre il sorriso. La sera prima che ripartissimo Madre Teresa ci fece chiamare per salutarci, ricordo ancora cosa ci disse: “che Calcutta sia casa tua”. Quella frase mi rimase in testa a lungo, perché aveva ragione. Oggi passiamo il nostro tempo avvolti in una bolla, chiusi in macchina in colonna, curvi sul nostro cellulare, rincorrendo cose inutili e non siamo più capaci di sorridere al nostro vicino. Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso, diceva sempre. E di questo mi sono accorta girando con il mio deambulatore. Appena accenni un sorriso, le persone si aprono. Hanno un incredibile bisogno di essere ascoltate. Ognuno ha i suoi problemi e ognuno si crea il suo sistema per risolverli, quelli che ci riescono sono persone davvero particolari. L’incidente per me è stato una scuola di vita. Quando sei sano hai il mondo ai tuoi piedi, non c’è niente che ti fermi, ma quando sei bloccato su una sedia a rotelle inizi a riflettere».