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RITRATTI
VALERIA CAMIA

Un giornale per l'italianità

Da un anno, la giovane piacentina è stata nominata direttrice dello storico settimanale per l’immigrazione italiana in Svizzera il “Corriere degli italiani”.

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SANDRO MAHLER
03 agosto 2020
Valeria Camia: «In Svizzera, e non solo in quella italiana, si respira tanta italianità e questo è di buon auspicio  per il futuro del giornale».

Valeria Camia: «In Svizzera, e non solo in quella italiana, si respira tanta italianità e questo è di buon auspicio per il futuro del giornale».

Mamma, insegnante e giornalista: sono questi i tre poli attorno ai quali ruota la vita di Valeria Camia. Piacentina, 36 anni, sposata con l’inglese Peter (specialista in tecnologie innovative) e madre di Dario (7 anni) e Lapo (5), vive da tre anni a Massagno.

Dopo essersi laureata in scienze filosofiche all’università di Pavia e in filosofia e relazioni internazionali all’ateneo di Reading, in Inghilterra, Valeria giunge in Svizzera nel 2008: «Ottenni una borsa di studio e un assegno di ricerca del Fondo nazionale svizzero e nel 2013 conseguii il dottorato di ricerca in scienze politiche comparate all’università di San Gallo, dove rimasi poi come docente, prima di trasferirmi a quella di Zurigo per occuparmi di un progetto di ricerca interdisciplinare sulla costruzione politica dell’identità europea».

Facilitare l’integrazione

La nascita del primo, poi del secondo figlio scombussola un po’ i progetti della nostra interlocutrice: «Per me, dovendomi occupare dei miei due bambini, l’impegno accademico era diventato impossibile, quindi sono rimasta a casa per un po’ di tempo. Quando volli riprendere il lavoro, vidi che in Ticino cercavano una persona che si occupasse di integrazione dei migranti, un tema che mi ha sempre appassionato, ragione per cui sono giunta a Sud delle Alpi nel 2017».

E così, ecco Valeria impegnata in un percorso formativo intitolato “Un passo verso la città”: «È un’iniziativa della fondazione “mc-mc”, appoggiata dal delegato cantonale all’integrazione degli stranieri. È rivolta a donne immigrate – prevalentemente dal mondo arabo – e consiste non solo nell’insegnare loro l’italiano, ma anche nell’aiutarle a relazionarsi in ambito sociale e civile, in poche parole a integrarsi nel nuovo tessuto in cui vivono. E integrazione non vuol dire mettere da parte il proprio vissuto precedente, il proprio stile di vita. Significa invece portare il mio background all’interno della comunità che mi accoglie, rispettando chiaramente le regole della società in cui mi trovo. Tutto passa dalla comunicazione e questo ci fa tornare all’importanza della lingua come fattore di integrazione».

Il passaggio dalla Svizzera tedesca a quella italiana è stato anche oggetto di un libro, intitolato “Nel Paese di Heidi. In viaggio da Zurigo al Ticino”: «Si tratta di una serie di racconti presi dal blog che tenevo allora. Tutto è partito dalla costatazione di quanto la lingua, come già detto, sia un mezzo potentissimo, ma anche una barriera invalicabile quando non si conosce quella parlata nel luogo dove si vive. Da qui le mie riflessioni su cosa significa e quanto sia importante l’integrazione, avendo vissuto sulla mia pelle questa situazione. Così ho raccontato una serie di avventure e disavventure successe a me e ai miei figli proprio a causa della barriera linguistica».

Ma quali differenze ha trovato tra Zurigo e il Ticino, un posto tutto nuovo per lei? «Per me qui accade tutto in modo più immediato, più spontaneo, dato che si parla quella che è la mia lingua madre. L’attenzione e il rispetto per la comunità li ho trovati in entrambi i cantoni, mentre c’è sicuramente più ordine, un maggior rigore nella Svizzera tedesca. I ticinesi sono più esuberanti, perché latini!».

Giornalismo come missione

Proprio un anno fa, Valeria Camia è stata nominata direttrice del “Corriere degli italiani”, storico settimanale per l’immigrazione italiana in Svizzera, e responsabile del relativo sito online “Corriere dell’italianità”: «Il giornalismo mi ha sempre interessato parecchio, tanto che quando studiavo in Inghilterra ho lavorato per un certo periodo come stagista alla BBC. Vedo nel giornalismo, oltre che un mezzo fondamentale di comunicazione, anche una missione sociale. Da un anno collaboravo già con quella testata, per cui, quando mi è stato proposto di assumerne la direzione, ho accettato con entusiasmo».

Il “Corriere degli italiani” è stato a lungo uno dei giornali di riferimento della comunità degli immigrati italiani nel nostro Paese, quelli della prima generazione, degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Ora che siamo giunti alla seconda e alla terza generazione, gli interessi e i bisogni sono mutati. «Ed è proprio per questo che stiamo cercando di dare un taglio diverso alla pubblicazione. L’idea è di rivolgerci non solo agli italiani, ma anche agli italofoni, all’italianità in generale, che comprende non solo chi è di passaporto italiano, ma anche tutti coloro che amano la lingua (purtroppo talvolta bistrattata) e la cultura del Bel Paese, ciò che apre un più ampio raggio di azione. A mio avviso in Svizzera – e non solo in quella italiana – si respira tanta italianità e questo è di buon auspicio per il futuro del giornale».