Un vulcano in stalla | Cooperazione
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RITRATTI
GIADA GIANELLA

Un vulcano in stalla

Giada Gianella, classe 1987, ha fatto una scelta di vita radicale. Stop al suo lavoro nel ramo assicurativo a Lugano. Oggi fa la contadina in Mesolcina.

FOTO
HSASKIA CEREGHETTI
17 agosto 2020

Unghie glitterate, quattro piercing, nove tatuaggi, occhiali, capelli e viso ben curati. Raccontata così, Giada Gianella, classe 1987, potrebbe sembrare tutto tranne che una contadina.

Invece, questa vulcanica 33enne dallo scorso gennaio ha preso in mano l’azienda agricola di famiglia a Leggia, in Mesolcina. «La svolta è arrivata nel 2015, dopo 13 anni di lavoro in ufficio, nel ramo assicurativo. Mi piaceva, per carità, ma sentivo che avevo bisogno d’altro».

Una famiglia unita

Prima terminava di lavorare alle 17 e si faceva gli aperitivi sul lungolago di Lugano. Adesso Giada non ha praticamente più orari. «Questo è un mestiere che ti prende 7 giorni su 7, l’ultima vacanza l’ho fatta tre anni fa. Ho una settantina di capi, tra mucche e vitelli, produco carne di vitellone. E riesco a stare a galla vendendola solo a privati».

Giada è nata e cresciuta in Mesolcina. Ed è particolarmente attaccata alla sua famiglia. «Sul mio braccio sinistro, assieme a una stella alpina, mi sono tatuata le iniziali dei nomi di papà Antonio, mamma Stefania, di mia sorella Daiana e di mio fratello Michael. La nostra è una famiglia unitissima, abitiamo tutti a Leggia e ogni domenica sera ci ritroviamo per una cena in cui ci raccontiamo quanto accaduto in settimana. È come un rituale».

Soprattutto in estate, non è raro imbattersi nella 33enne col decespugliatore in pugno. Quello che, usando un elvetismo, viene chiamato zechiboy. «Uso anche la falciatrice. Mentre le mucche sono all’alpe Vignon e all’alpe di Muccia, nella zona di San Bernardino, mi occupo della pulizia di terreni che vanno da Lostallo a Grono. Prima di tutto in modo da avere il fieno per nutrire le mucche in inverno. E poi anche perché mi hanno insegnato il valore dell’ordine e della pulizia nell’agricoltura».

Giada, che riveste il ruolo di segretaria della Società agricola del Moesano, ha anche una cinquantina di capre, di cui 17 tibetane. «Mi aiutano a tenere pulite le selve castanili».

Crederci sempre

La 33enne ci mostra un’altra scritta impressa sul suo corpo. In fondo alla schiena. “Crederci sempre, arrendersi mai”. «Quando mi sono messa in testa di fare questo lavoro, sapevo a cosa andavo incontro. Ci sono anche delle gelosie, delle ripicche. Il mondo dell’agricoltura ne è pieno. Mi è toccato pure mettere le telecamere di videosorveglianza, tanto per fare un esempio. Finché lavoravo coi miei genitori era un conto. Io studiavo alla scuola agraria di Mezzana, e intanto davo una mano in fattoria, anche dal profilo burocratico. Adesso è diverso. La responsabilità è mia. Ci metto la faccia».

Una ragazza solare, con un carattere forte, che si definisce poco fortunata in amore. «Vado sempre a infilarmi in storie sbagliate – ironizza –. Io sogno di avere una famiglia, dei bambini. Anche per questo cerco di “curarmi”, non è perché faccio la contadina che mi devo lasciare andare dal punto di vista estetico. So che non è evidente trovare un uomo che sposi i miei ritmi. A volte ci si alza nel cuore della notte per andare a fare partorire una mucca, io non ho né sabati, né domeniche, qui si lavora sempre. Al massimo ci si concede una birretta come aperitivo». A dire il vero un periodo di semi distacco dal lavoro, Giada ce l’ha eccome. Ed è lei stessa a rivelarcelo. «È quello del carnevale, suono il trombone in una guggen di Biasca. Ecco, in quei due mesi mi dò alla pazza gioia, sempre con la testa sulle spalle però. A volte faccio festa tutta la notte e alle 6 di mattina sono già in stalla, senza avere chiuso occhio».

Una donna “social”

Facebook, Intagram, WhatsApp… Giada usa le nuove tecnologie a 360 gradi. «È così che faccio conoscere la mia attività. Lo smartphone è uno strumento fondamentale per il mio business». Un continuo balzo tra presente e passato. All’entrata della sua azienda ci sono ancora gli attrezzi usati dalla nonna, appesi alla parete. Dalla falce alla forca per il fieno. «Già mia nonna era contadina. I miei genitori hanno iniziato questo percorso nel 1980. Ancora oggi so che posso contare su di loro. Sempre. Abbiamo una chat di famiglia, quando ho bisogno, corrono sempre tutti a darmi una mano. Mia sorella e mia mamma hanno anche abbellito la fattoria con fiori e cuoricini. C’è qualcosa di romantico in tutto quello che faccio. Sembra paradossale, ma alle mie mucche mi affeziono tantissimo. Pur sapendo che molte andranno al macello. Devo continuamente separare la parte razionale da quella emotiva».