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THOMAS BüHLER

Una finestra che si chiude

Dopo più di 20 anni di lavoro per AlpTransit, Thomas Bühler si appresta a chiudere un capitolo. Ma quanto fatto resterà per decenni sotto gli occhi di tutti. Anche i suoi.

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VIOLA MOGHINI-BARBERIS
06 dicembre 2020
L'ingegnere Thomas Bühler davanti al viadotto d'accesso al portale nord della galleria di base del Monte Ceneri.

L'ingegnere Thomas Bühler davanti al viadotto d'accesso al portale nord della galleria di base del Monte Ceneri.

«Le emozioni che ho provato, quando sono passato per la prima volta dalla nuova galleria del Ceneri e sul viadotto di Camorino, non riesco nemmeno a descriverle. Sarei sceso dal treno e sarei tornato indietro per passarci di nuovo. Ma mi aspettavano al lavoro», racconta Thomas Bühler, direttore Tunnel e tracciato di AlpTransit San Gottardo SA.

E pensare che tutto, per l’ingegnere ticinese, è iniziato con una telefonata inattesa, arrivata nel lontano 1997 mentre stava caricando i bagagli in auto. «Mi ero da poco laureato in ingegneria civile al Politecnico di Zurigo. Stavo per partire per Basilea, dove avrei dovuto discutere un’offerta di lavoro. In quel momento è arrivata mia mamma con il telefono in mano, dicendomi che mi cercava uno studio d’ingegneria di Lugano. Alla fine degli anni ’90, in Ticino, si cominciava a preparare i cantieri di AlpTransit. Quello studio si sarebbe occupato del progetto della galleria di base del Monte Ceneri. E così, dopo un colloquio di lavoro con loro, è cominciata la mia avventura fra Ceneri e Gottardo».

Da allora Bühler ha ricoperto diversi ruoli, passando presto dalla parte del committente, la AlpTransit San Gottardo SA. «Ho avuto la fortuna di cambiare funzione ogni 4-5 anni, lavorando in comparti differenti, in varie zone geografiche, su progetti giunti a diversi stadi di sviluppo. Ogni volta cambiavo prospettiva». Ciò che lo ha aiutato a capire il punto di vista delle persone con cui si trovava a che fare di volta in volta.

In effetti sono tante le persone incrociate da Thomas Bühler in più di 20 anni di lavoro. E ognuna richiede un modo di porsi e di comunicare specifico. «Non è lo stesso discutere con un sindaco, un impresario, un ente federale o un privato cittadino. Alcuni ti invitano in casa propria, altri si presentano con l’avvocato. Ma mi è anche capitato di discutere per un anno di una faccenda complicata per poi sistemarla davanti a un caffè».

I momenti non facili da affrontare chiaramente non sono mancati. Vuoi perché impegnativi dal profilo tecni- co, vuoi perché carichi di emozioni. «Quando devi comunicare a qualcuno che gli verrà demolita la casa, poiché da lì passerà il tracciato ferroviario, per esempio. Puoi tanto avere dalla tua il fatto che il progetto è stato approvato in quel modo, ma di fronte hai una persona con le sue emozioni. Un discorso simile può essere fatto per gli incidenti sul cantiere. Non si è mai pronti fino in fondo. Non c’è una scuola per queste cose».

Il fattore umano

D’altra parte, nemmeno progettare e realizzare la costruzione di una galleria si riduce a dei freddi numeri. «Sono convinto che, prima della tecnica, arrivi sempre l’uomo. Con le sue idee, la sua esperienza, le sue invenzioni e illuminazioni. La tecnologia è solo lo strumento per far sì che le idee diventino realtà. Detto questo, per realizzare progetti come AlpTransit, sono necessarie entrambe le cose. La tecnologia di 140 anni fa non sarebbe stata sufficiente per costruire delle gallerie del genere».

Ciò che è certo è che i nuovi manufatti ci accompagneranno per molto tempo, come del resto è accaduto con la vecchia linea del Gottardo. E da allora, non c’è solo la tecnologia che si è evoluta. «Ho letto che il contratto stipulato da Favre per la costruzione della prima galleria ferroviaria del Gottardo consisteva in un paio di pagine. Oggi, anche per la cosa più semplice, per archiviare un contratto servono interi scaffali. È evoluto tutto: la tecnologia, ma anche l’aspetto giuridico, formale, contrattuale. Così come le nostre capacità di progettualità e di pensiero. Riusciamo a produrre idee per le quali fino a qualche anno fa non ci sarebbero state le premesse».

E questa è una ricchezza che resterà. «Molte imprese, ci spiega Bühler, sono soddisfatte non solo per aver partecipato a un progetto così importante, ma anche per aver imparato molto da quest’esperienza, in termini di sistemi di qualità o processi. E questo per me è bellissimo. Vuol dire non solo che queste aziende hanno progettato e costruito per AlpTransit, ma che AlpTransit ha lasciato loro qualcosa. D’altra parte, se in 20 anni non avessimo imparato niente di nuovo, sarebbe un vero peccato. Avremmo perso l’opportunità di aggiungere know-how sul territorio».

Da questa prospettiva, diventa chiara anche la riflessione con cui si chiude il nostro incontro con Thomas Bühler: «Il giorno in cui usciremo dall’ufficio con le scatole in mano, non si chiuderà una porta. Si chiuderà una finestra. Attraverso di essa continueremo a vedere ciò che abbiamo fatto in questi anni». Un panorama di cui approfitteremo tutti quanti per i decenni a venire.