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RITRATTI
VALENTINA VINCI

Storia di un bimbo che non è mai nato

Valentina Vinci, sceneggiatrice e attrice, trionfa col cortometraggio “Shadow” a un festival internazionale di Hollywood. Radiografia di una ragazza geniale, quanto fragile.

FOTO
sandro mahler
13 aprile 2020

“Shadow”. Dall’inglese, ombra. È il titolo del cortometraggio con cui Valentina Vinci, ha trionfato recentemente all’Hollywood International Moving Pictures Film Festival di Los Angeles. Ma è anche il simbolo di una piccola grande ossessione della 31enne: quella per un fratello mai nato. «Qualche tempo fa ho scoperto che mia madre ha vissuto un aborto. Ed è come se improvvisamente il mosaico della mia esistenza avesse trovato il tassello che mancava».

Cantante, attrice, sceneggiatrice, produttrice, confeziona le sue pellicole, autoprodotte, dall’A alla Zeta.

«“Shadow” era il mio quarto lavoro. E corrisponde al quarto premio ricevuto negli Stati Uniti. Il primo, nel 2016, parlava di bullismo. Io stessa sono stata vittima di bullismo nella mia adolescenza. In tutti i miei film metto qualcosa di mio. Ed è chiaro che prima o poi l’assenza del fratello si sarebbe fatta sentire. Mi è sempre mancato. Essere figlia unica non è stato un bene per me. Sentivo un vuoto dentro, a tratti incolmabile». Mentre ce lo racconta, accarezza Clark, il simpatico cane di famiglia. «Sono molto sentimentale. A volte ho come l’impressione di provenire dal XIX secolo. Per intenderci, se penso a un treno, mi viene in mente una locomotiva a vapore».

Oltre le paure

Nata nel Lazio, Valentina è una figlia d’arte. Mamma Annamaria, sicula, canta in 16 lingue. E papà Enzo l’ha sempre accompagnata. «Dopo avere girato in lungo e in largo, siamo arrivati in Svizzera quando avevo 15 anni. A Lugano ho frequentato il liceo linguistico e ho coltivato la mia passione per la letteratura. Già da piccola scrivevo tantissimo, i miei temi erano di otto pagine. La maestra implorava mia mamma affinché contenesse il mio estro. Qualche anno fa ho pure pubblicato un libro di favole per ragazzi. È stato però nel 2010, durante alcuni corsi di recitazione, che ho capito come il cinema potesse rappresentare una valvola di sfogo per le mie sensazioni». E così Valentina inizia a crederci. Segue corsi di cinema, ma punta anche sulle sue capacità da autodidatta. «Il mio primo cortometraggio l’avevo inviato un po’ a tutti i festival. Mi dicevano di non illudermi. E io tenevo i piedi ben saldi per terra. Infatti quando mi arrivò l’email da Los Angeles pensai a una bufala. Ma come? Proprio io, tra oltre 4.000 partecipanti? E poi il mio arrivo a Hollywood. La vedevo come una Lugano ingigantita, e mi sentivo a casa, serena».

Papà Enzo nel frattempo fa partire una canzone che Valentina ha scritto, composto e cantato per l’associazione Autismo Svizzera Italiana. «Ho sempre avuto voglia di fare qualcosa di buono nel sociale». Ci rendiamo conto di quanto sia delicata la voce di questa ragazza. «Quando mi arriva un’idea, la butto giù subito, registrando la mia voce col telefono. Poi faccio fare la base e gli arrangiamenti. È così che nascono anche le colonne sonore dei miei film». La 31enne ora sogna il grande salto: la realizzazione di un lungometraggio. «Ho tanta voglia di esprimere non solo il mio lato drammatico, ma anche la mia ironia. Sono consapevole che servono fondi importanti. E questo mi angoscia, mi fa avere dei crolli emotivi. Superare queste paure è la mia sfida più grande. È la sfida di ogni artista, forse».