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«Architettura come capacità di critica»

L’Accademia di architettura a Mendrisio compie 25 anni. A colloquio con il suo direttore Riccardo Blumer: l’approccio umanistico e la differenza con il Poli di Zurigo; il confronto con la SUPSI; il dibattito sulle brutture architettoniche in Ticino.

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SANDRO MAHLER
27 giugno 2021
Riccardo Blumer: «In Ticino forse non tutti hanno capito l'importanza della presenza dell'università».

Riccardo Blumer: «In Ticino forse non tutti hanno capito l'importanza della presenza dell'università».

Nel 1996 nasce l’Università della Svizzera Italiana e con essa l’Accademia di architettura. Mario Botta, fra i fondatori, disse allora che si voleva creare un approccio più umanistico allo studio dell’architettura. Un obiettivo sempre valido?

Direi di sì. È una caratteristica nella quale ci riconosciamo ancora tanto. Ne abbiamo discusso proprio di recente con tutti i professori.

Che cosa è emerso?

È un concetto difficile, complesso, che si nutre di altri valori molto cari all’Accademia, come ad esempio la capacità critica, che porta alla libertà di pensiero. Per avere questa libertà l’individuo deve possedere conoscenza. Lo studio umanistico, che include filosofia, arte, storia e estetica, fornisce le conoscenze per vedere il mondo in modo critico. Credo che sia la cosa più bella di questa scuola. Noi ci alleniamo in questo senso.

Cosa differenzia gli studi di architettura a Mendrisio da quelli del Poli di Zurigo o di Losanna?

I politecnici seguono un pensiero più tecnico-scientifico che crede nel progresso grazie ad un approccio tecnico. Noi crediamo in un approccio più critico-umanistico col mondo, dove le tecniche sono fondamentali, ma non sufficienti, sono considerate uno strumento. Posso fare un paragone. Con l’Intelligenza Artificiale sviluppiamo sempre più novità tecniche. Ma questo sviluppo richiede che si pongano sempre più domande su dove ci porta questa tecnologia e cosa facciamo con essa.

Nel 1996, nel corso del suo discorso inaugurale, l’onorevole Giuseppe Buffi sostenne che l’USI avrebbe permesso al Ticino di diventare migliore. Secondo lei ciò si è avverato?

Non tocca a me giudicare, posso però affermare che la generazione che ha dato l’inizio al progetto universitario, ha cambiato il Ticino. Basti pensare che nel 1970 lo stabile Turconi a Mendrisio era ancora un ospedale con i corridoi senza finestre. Queste persone hanno dato una spinta verso la modernità.

Da allora l’Accademia ha visto ampliare i suoi spazi, sono stati costruiti nuovi edifici, il numero di studenti è aumentato, è nato un Teatro di Architettura. Come è cambiata la facoltà dal suo punto di vista?

Lo schema dello studio è sempre rimasto uguale, sei anni di studio che comprendono un anno di pratica. La formazione dura un anno in più che negli altri atenei. Aurelio Galfetti, primo direttore, aveva addirittura pensato a una durata di 8 anni. Per quanto mi riguarda, penso che sei anni siano giusti. È il tempo che ci vuole per una formazione e uno studio approfonditi. Ma con il senso confermato che occorre farlo senza fretta.

L’Accademia si trova a Mendrisio, non a Lugano, sede centrale dell’USI. È un vantaggio o uno svantaggio?

Non mi disturba. L’USI dispone di un campus diffuso in Ticino e, come si dice oggi, penetra il territorio. Abbiamo quattro facoltà a Lugano e a Bellinzona si trovano l’Istituto di ricerca in biomedicina e l’Istituto oncologico di ricerca, entrambi affiliati alla Facoltà di scienze biomediche. Forse, in futuro, ci saranno antenne a Locarno e Airolo e spero anche a Chiasso. Avere un campus solo per architetti è comunque un vantaggio, perché aiuta a creare una identità. Qui gli studenti difendono i loro lavori e vedono cosa fanno gli altri, fa parte della didattica. Questo viene molto apprezzato.

«In Ticino non tutti hanno capito l'importanza dell'USI»

 

Il rettore dell’USI, Boas Erez, qualche mese fa si è lamentato per una “mancanza d’amore” da parte dei ticinesi verso l’università. È d’accordo?

Sono d’accordo sul fatto che il rapporto fra università e territorio può e deve essere intensificato. C’è anche attesa in tal senso da parte dell’opinione pubblica. Proprio per questo stiamo promuovendo un professore, architetto, che avrà la funzione di curare questi rapporti. Ma è vero, in Ticino forse non tutti hanno capito l’importanza della presenza del- l’università.

Ogni tanto si sente sollevare la critica che l’Accademia sarebbe una facoltà italiana su suolo svizzero. Quasi due terzi degli 800 studenti sono italiani. È un problema?

Penso che dietro questa considerazione si nascondano delle paure, in particolare la domanda se sia giusto tenere in piedi una struttura pubblica svizzera per gli italiani. Ma dove lavorano i nostri studenti italiani dopo la laurea? Il 60 per cento in Svizzera. Possiamo quindi dire che formiamo architetti di qualità per la Svizzera e non mi sembra negativo.

Capovolgiamo la domanda. La quota dei non-italiani arriva a 30%: 15% stranieri, 10% ticinesi, 10% romandi e svizzeri tedeschi. Siete poco attrattivi per gli studenti d’oltre San Gottardo?

La nostra piccola Accademia si confronta con due politecnici quotati a livello mondiale. È un confronto potente. Inoltre, forse non siamo ancora considerati abbastanza dalla Svizzera tedesca per tante ragioni. Siamo molto giovani rispetto a pregiudizi culturali e storici.

Vicino all’Accademia c’è il nuovo campus della SUPSI, dove vengono formati pure architetti a livello di bachelor. Non è un doppione?

Sono due cose diverse. La SUPSI prepara architetti che già dopo il bachelor possono entrare nel mondo del lavoro. Noi siamo più lenti, lavoriamo molto più sui progetti, sui significati. I laureati della SUPSI, per completarsi, secondo accordi precisi, possono continuare gli studi facendo un master da noi.

Durante l’apertura del nuovo campus della SUPSI si parlava di sinergie con l’Accademia, di cosa si tratta?

Faccio due esempi. La SUPSI dispone di un grande laboratorio digitale. Nell’ambito del restauro noi lavoriamo molto teoricamente, mentre alla SUPSI si occupano di tecniche concrete. In futuro svilupperemo quindi sinergie, ma siamo comunque ancora all’inizio, la SUPSI è appena arrivata a Mendrisio.

A lei piace il nuovo edificio del campus SUPSI?

L’esterno mi lascia un po' perplesso, ma trovo l’interno veramente bello e interessante.

Questa domanda ci porta al giudizio ricorrente sulla bellezza/bruttezza dell’architettura in Ticino. I critici dicono: come si può costruire così male, visto che abbiamo un’Accademia di architettura? Si sente responsabile per le bruttezze architettoniche in questo Cantone?

Assolutamente no. Il dibattito si fa su una minima quantità delle costruzioni nuove. La gente attraverso il giudizio riconosce un’appartenenza pubblica dell’edificio. E fa bene a discuterne. Tro- vo invece molto più pericoloso il fatto che la grande maggioranza degli edifici non susciti discussioni. Parlo del proliferare di case, edifici e capannoni che modificano il paesaggio. È un tema che ci mette in crisi, sul quale lavoriamo, ma che è molto difficile da risolvere perché bisogna vincere l’indifferenza.


Il ritratto

Riccardo Blumer, classe 1959, originario di Bergamo, si è laureato in Architettura nel 1982 presso il Politecnico di Milano. Nel 1989 inizia la propria attività pro- fessionale occupandosi di architettura e design. Nel 1998 ha vinto il premio Compasso d’Oro per la sedia “Laleggera”. Dal 2017 è direttore dell’Accademia di architettura di Mendrisio.