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«Emozioni e generosità»

Il prossimo 8 maggio parte la 104esima edizione del Giro d’Italia. E passerà anche dalla Svizzera italiana. I ricordi e gli aneddoti legati al Giro e al Belpaese di Mauro Gianetti, ex ciclista professionista e manager ticinese.

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MELANIE TÜRKYILMAZ
19 aprile 2021
Mauro Gianetti: «Il luogo dell'Italia che preferisco come ciclista è la Marmolada, la regina delle Dolomiti».

Mauro Gianetti: «Il luogo dell'Italia che preferisco come ciclista è la Marmolada, la regina delle Dolomiti».

«Passione. Profumi. Sapori. Paesaggi straordinari. Nessuna altra corsa a tappe ti dà le emozioni che ti regala il Giro d’Italia». Ne è convinto il ticinese Mauro Gianetti, classe 1964, ex ciclista professionista, oggi manager del Team UAE Emirates. La corsa alla maglia rosa si svolgerà in 21 puntate tra l’8 e il 30 maggio. Sarà l’edizione numero 104 e passerà anche dalla Svizzera italiana.

Lei ha partecipato sei volte al Giro d’Italia da atleta. Tante da dirigente. Il suo ricordo più particolare?

Il mio primo Giro, nel 1987, che si interruppe in cima allo Spluga, dopo la salita da Chiavenna. Non stavo bene. Qualche giorno prima ero caduto, rimediando una forte commozione cerebrale. Fu un dispiacere enorme abbandonare.

«Nessuna corsa a tappe dà più emozioni del Giro d'Italia»

 

C’è un posto a cui si è affezionato?

In Italia la natura è davvero eterogenea. Adoro i percorsi lungo il mare della Sardegna. Il luogo che però preferisco è la Marmolada, la regina delle Dolomiti, con una salita dura e ripida, che non finisce mai. Ma quando arrivi in cima è una gioia.

Due ciclisti che porta nel cuore?

Al primo posto metterei Marco Pantani, che ha smosso emozioni pazzesche. Non solo tra gli appassionati di ciclismo. Poi citerei Vincenzo Nibali, col suo modo di correre aggressivo.

I media italiani continuano a evidenziare il fatto che Lara Gut parli un italiano fluente. Fa sorridere. È successo anche con lei?

È un po’ il destino di noi ticinesi… Sì, è successo anche a me e accade ancora oggi. A volte non si sa che la Svizzera è un Paese plurilingue. Alcuni italiani pensano che da noi si parli lo svizzero. A me questo eterno luogo comune suscita simpatia. Non mi sono mai offeso. La trovo un’opportunità per fare conoscere la mia Nazione e il mio Ticino.

Che rapporto ha con gli italiani?

Se c’è una cosa che mi piace degli italiani è la generosità. Penso a quando non c’erano i navigatori e gli smartphone. Mi capitava di perdermi, di non trovare la strada per l’hotel. La gente non solo me la indicava, ma mi accompagnava pure. E per strada mi raccontava di tutto e di più. Magari mi invitava pure a cena. In altri paesi questa apertura non la trovi.

A proposito di cena… Parliamo di cucina?

Non saprei da dove iniziare. I carciofi mangiati in Sicilia e gli spaghetti alla bottarga in Sardegna sono indescrivibili.

Quest’anno il Giro d’Italia passa anche da “casa nostra”.

Non è la prima volta. Effettivamente la 20esima tappa prevede di passare da Locarno per poi andare a scalare il San Bernardino e lo Splügen. Si parte da Verbania e l’arrivo è sull’Alpe Motta, sempre in territorio italiano. È un’occasione enorme per mostrare le nostre bellezze al mondo. In un periodo in cui i viaggi sono praticamente fermi, il ciclismo ha un grande ruolo sociale. E ci dà un importante messaggio di speranza, ci indica che la vita in fondo continua.

In che senso? Possiamo approfondire questo aspetto?

A causa della pandemia abbiamo quasi l'impressione che il resto del mondo non esista più. Il ciclismo ci riporta in casa quei luoghi che vorremmo visitare. E ci rendiamo conto che è tutto al suo posto.

Guardare una gara di ciclismo in TV non è come guardare una partita di calcio…

Nel calcio al momento gli stadi sono vuoti. E questo ci fa ricordare in maniera pesante l’anormalità della situazione. Invece, ai bordi delle strade qualche persona c’è, seppure in numero ridotto e con le mascherine. È stato importantissimo, dopo il lockdown della scorsa primavera, fare ripartire il carrozzone del ciclismo, dal Tour de France in poi. So che a livello televisivo sono stati raggiunti dati di audience mai registrati prima. E incollati allo schermo non c’erano solo amanti delle due ruote. C’era anche gente che aveva voglia di rivedere il resto del pianeta.

Come sta vivendo personalmente la situazione pandemica?

Io ho avuto la fortuna di essere tra i primi a potermi vaccinare già a dicembre, grazie alla collaborazione del Governo degli Emirati Arabi. Indipendentemente da questo, continuo a vivere nella bolla in cui si muovono gli sportivi, contraddistinta da tamponi a ripetizione e contatti limitati al team. La vita di un atleta è già parecchio stressante, piena di sacrifici. Il Covid ha portato ulteriore stress psicologico.

Torniamo al Giro. Il Sud Italia è escluso quest’anno. Triste, no?

Il Giro del 2020 si è svolto eccezionalmente in ottobre, con mille accorgimenti. Anche nel 2021 bisogna arrangiarsi, perché la pandemia non è finita. Non credo si volesse discriminare il Sud. Bisogna considerare che anche tutta l’organizzazione si muove nella famosa bolla. Per tre settimane. Si cercano dunque le soluzioni logistiche più ottimali allo stato attuale.

Al di là del Covid, ci può parlare della sua vita da manager?

Vivo in viaggio, tra gli Emirati Arabi, i vari luoghi di gara in giro per il mondo e Riazzino. Abbiamo 270 giorni di competizione ogni anno ed è necessario avere un occhio di riguardo per tutte le gare. Anche perché la nostra scuderia conta 30 atleti e bisogna far sì che tutti abbiano spazio lungo l’arco della stagione.

Questo è un momento d’oro per il ciclismo, anche dal profilo tecnico. Concorda?

Sì. Raramente in passato si sono visti corridori di un simile livello gareggiare in contemporanea. Da Roglic a Evenepoel, da Van der Poel a Pogacar, siamo di fronte a una generazione straordinaria.

Ci faccia un pronostico: chi si porterà a casa la maglia rosa?

Per quest’anno vedo bene il colombiano Bernal, già vincitore del Tour de France. Ma i fuoriclasse sono così tanti che potrei essere smentito. Di certo mi attendo un Giro di alta qualità.

Come spiega questa ventata di freschezza?

I vari team giocano d’anticipo e sono sempre più bravi a individuare i talenti. Gli atleti che arrivano al top sono sempre più giovani. Lo spettacolo ne beneficia riguardo a freschezza e spregiudicatezza. Non penso sia un caso che negli ultimi anni in tutto il mondo siano aumentate le vendite di biciclette.

Ritiene che la passione per la bici possa essere contagiosa?

In un certo senso sì. Ed è una sensazione stupenda. Col passare degli anni ci si è resi conto che il ciclismo è uno sport facile, che può essere praticato quotidianamente e che ci aiuta ad avere cura del nostro corpo. La pandemia, inoltre, ci ha fatto riflettere parecchio su quanto sia importante avere uno stile di vita sano. Oggi la bicicletta è vista come opportunità di benessere personale.

Mauro Gianetti: «Oggi la bicicletta è vista anche come opportunità di benessere personale».


Il ritratto

Mauro Gianetti nasce nel 1964 a Lugano. Per anni è stato ciclista professionista. Indimenticabile il suo argento con la casacca svizzera ai mondiali “di casa” nel 1996. Si ritira dalle corse nel 2002. Da allora intraprenderà un’importante carriera da manager. Dal 2017 è CEO e direttore generale del Team UAE Emirates. Vive a Riazzino e ha due figli.