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INTERVISTA

«Il primato del polifonico Dante»

A colloquio con il poeta Gilberto Isella, in occasione del settecentenario della morte di Dante Alighieri: perché studiare la Divina Commedia, la lingua del “Sommo Poeta” e i detti popolari, il rapporto Dante-Petrarca e l’ideologia risorgimentale del “Padre della patria”.

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ALAIN INTRAINA
08 febbraio 2021
Gilberto Isella: «Dante mi ha posto davanti ai grandi enigmi cosmici, e non solo».

Gilberto Isella: «Dante mi ha posto davanti ai grandi enigmi cosmici, e non solo».

Quando e come è nata la sua passione per Dante? Al liceo? Merito del professore di lettere?

L’amore per Dante è nato nella mia infanzia sfogliando la Commedia illustrata da Gustave Doré, il librone rosso che la nonna teneva sopra un leggìo nella sala da pranzo. Ero affascinato dalle immagini, in particolare quelle spaventose dell’Inferno. Curiosando tra le terzine percepivo la presenza di una lingua strana, piena di mistero. Ci capivo ben poco, ovviamente, più che altro mi colpivano i ritmi e le sonorità. Poi sono venuti i professori, ma il solco era già tracciato.

Qual è il canto, la terzina che l’hanno “folgorata”?

Tra le innumerevoli terzine propongo questa, che allude all'esilio dello scrittore: “Era già l’ora che volge il disio/ ai navicanti e ’ntenerisce il core/ lo dì ch’an detto ai dolci amici addio” (Purg. VIII).

Da docente al Liceo di Lugano, come divulgava la Divina Commedia tra i suoi studenti?

Ho tentato di fare del mio meglio. Non nascondevo, agli studenti, le difficoltà insite nell’opera dantesca. Ma li assicuravo che, una volta superati gli scogli dell’apprendimento, avrebbero gustato pietanze saporite e salutari per la loro formazione culturale. Stavo attento a fare scelte adeguate, in linea con le attese giovanili, e a mantenere l’erudizione sotto controllo.

La lingua di Dante - il volgare fiorentino di sette secoli fa - è ostica, quasi incomprensibile per i giovani di oggi. Perché bisogna ancora studiare la Divina Commedia?

L’approccio alla lingua di Dante richiede, certo, un buon uso del vocabolario. Non dimentichiamo però che su quel volgare trecentesco s’incardina, senza registrare svolte epocali traumatiche, l’italiano moderno. Tra la lingua della Commedia e la nostra non vedo distanze insormontabili. Dante, sia detto per inciso, deplorerebbe il crescente impoverirsi dell’idioma d’oggi. Inoltre, chiediamoci: perché il poema dantesco coinvolge ancora tanta gente, mentre l’opera, poniamo, di un Vincenzo Monti, altrettanto impegnativa dal profilo espressivo, interessa praticamente solo gli specialisti? Il fatto è che in Dante è impossibile separare il tessuto linguistico dalla forza dei contenuti, uno per tutti la passione “ulissica” per la conoscenza. I classici (da Sofocle a Kafka) esprimono valori universali, e Dante è uno di loro.

«Tra la lingua di Dante e la nostra non vedo distanze insormontabili»

 

Lei si è occupato di Dante come critico letterario ed è uno dei poeti svizzeri italiani più prestigiosi. Qual è il suo “debito” verso il “Sommo Poeta”?

Dante mi ha fatto capire l'importanza, se sei scrittore, di variare senza reticenze l’espressione, accogliendo nel testo neologismi e perfino bizzarrie ("Papé Satan Aleppe"). La circolarità dei registri alto e basso è una caratteristica della Commedia, e per giunta trasversale alle cantiche; troviamo infatti toni bassi anche nel Paradiso. Oltre a incoraggiarmi a sfruttare al massimo le risorse della lingua per poter “pensare in versi”, Dante mi ha posto davanti ai grandi enigmi cosmici, e non solo. Questo poema, occorre ripeterlo, ci proietta fuori dal mondo e al contempo ci tiene avvinti ai drammi del mondo reale. Di qui la sua presa sul lettore.

Ci sono versi della Commedia entrati nel linguaggio parlato, popolare. Per esempio: “Fatti non foste a viver come bruti”, “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, “La bocca mi baciò tutto tremante”, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”… Qual è la sua preferita?

Questi versi convincerebbero anche gli scettici che Dante Alighieri è per molti aspetti un nostro contemporaneo. La sussistenza di questi modi di dire, sentenziosi o intrisi di lirismo, dimostra che la parola e l’immaginario danteschi ci riguardano da vicino: un fenomeno di continuità linguistica, come osservavo sopra, ma soprattutto di persistenza di determinati archetipi nella cultura occidentale. Impossibile scegliere, nel nostro caso.

Lo scrittore argentino Borges giudicò la “Commedia” il più bel libro della letteratura mondiale. È d’accordo?

Non leggere la Commedia, scrive Borges, significa «privarci del dono più grande che la letteratura può offrirci». Un giudizio appassionato e lapidario, che solleva l'annosa questione del Canone, l’elenco degli scrittori imprescindibili. Harold Bloom collocava Dante ai vertici, un po’ sotto Shakespeare comunque. È fuori discussione la preminenza di Dante nel pantheon italiano, ma in merito alla letteratura mondiale dovrebbe pronunciarsi un comparatista super partes, e questa persona, che io sappia, non esiste.

Dante diventa il padre della lingua italiana e il padre della patria nell’Ottocento, quando intellettuali e politici risorgimentali – Mazzini in particolare – cercavano un mito identitario per il nuovo Stato italiano. Un patriottismo ideologico, usato a destra e a sinistra, diffuso ancora oggi. Qual è la sua opinione?

Dante, sostenitore dell’Impero cristiano, non vagheggiava per l’Italia l’indipendenza politica. Con la celebre invettiva “Ahi serva Italia, di dolore ostello” (Purg. VI), intendeva condannare le lotte efferate per la conquista del potere che in quel periodo affliggevano i Comuni italiani. Sarebbe toccato all’Imperatore ristabilire l’ordine. L’Italia andava sì unificata, ma sul terreno linguistico e culturale. Nel “De vulgari eloquentia”, il poeta teorizza proprio la necessità di creare un “volgare illustre”, ossia una lingua unitaria, al di là dei particolarismi dialettali e dello stesso toscano. La storia, come sappiamo, ha soddisfatto i suoi propositi.

Fino all’Ottocento, però, le due figure torreggianti della letteratura erano Petrarca, per la poesia, e Boccaccio, per la prosa. Tra Cinquecento e Settecento si contano solo 3 edizioni della “Commedia” contro le 84 del “Canzoniere” di Petrarca. È stato quindi quest’ultimo a dominare per secoli la scena letteraria. Lei rimetterebbe Petrarca al primo posto?

Questo duello, se così si vuole chiamarlo, ci rimanda al Cinquecento e ai puristi, che privilegiavano una lingua cristallina e monodica, quella di stampo petrarchesco appunto. La quale, salvo eccezioni, ha prevalso nella lirica italiana fino a Leopardi. L’influenza di Petrarca è stata capillare, ma non tale da oscurare, ritengo, il primato del polifonico Dante.

Accanto al mito del “Sommo Poeta” c’è anche Dante in carne e ossa, con le sue passioni e contraddizioni. Lo storico Alessandro Barbero sottolinea criticamente come l’uomo Dante fosse convinto di essere perfetto, quasi un profeta che denunciava i mali del mondo, che ha proclamato di essere al di sopra delle parti, ma è stato uomo di partito e di regime…

Dante, come ogni essere umano, racchiudeva in sé virtù e difetti. Pagò i suoi errori politici “partigiani” con l’esilio da Firenze. Quanto alla difesa della propria libertà di pensiero e movimento, si rileggano i versi profetici di Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso: “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale”. Quanto basta. 


 

Il ritratto

Gilberto Isella (Lugano 1943), è stato insegnante di italiano presso il Liceo Cantonale di Lugano. Poeta e critico letterario, ha scritto una trentina di libri, tra raccolte poetiche, plaquettes con artisti e opere in prosa. La prima pubblicazione, “Le vigilie incustodite”, risale al 1989; l’ultima, “Catene smarrite”, è del 2020. Con la raccolta “Arepo” (2018) è stato finalista al Premio Camaiore e al Premio Bonanni Città dell’Aquila. Elementi costanti, nel lavoro di Isella, sono la sperimentazione linguistica e la ricerca di nuove prospettive nell’indagine del reale.

Eventi

700° Dante

Tra le iniziative per celebrare il 700° della morte del “Sommo Poeta”, una trentina di istituzioni fiorentine hanno programmato un ricco calendario di eventi: www.700dantefirenze.it

Da segnalare anche il progetto “5 minuti con Dante” dell’Università di Bergamo: brevi conferenze video con oltre 50 studiosi italiani e stranieri: www.youtube.com/c/UniBgperDante2021

In Ticino, il Liceo Cantonale di Bellinzona ha in agenda alcune conferenze, tra cui, il 15.3.21: “Novità sul canto di Francesca”, con Alberto Casadei (Uni Pisa), e il 15.4.21: “Un centro di gravità permanente: Inferno XXXIV e la struttura dell'universo”, con Anna Pegoretti (Uni Roma Tre).