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«La Magna Carta non si tocca»

Federalismo in crisi a causa della pandemia? Critiche alla doppia maggioranza di popolo e Cantoni dopo la votazione nazionale sulla responsabilità delle imprese. Ne parliamo con Marco Chiesa, Consigliere agli Stati e presidente dell’UDC Svizzera.

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ALAIN INTRAINA
11 gennaio 2021
Marco Chiesa: «Il Canton Ticino ha lo stesso valore  del Canton Zurigo. Questo è il nostro federalismo».

Marco Chiesa: «Il Canton Ticino ha lo stesso valore del Canton Zurigo. Questo è il nostro federalismo».

La pandemia sta mettendo a dura prova il sistema federalistico. Si parla di “cacofonia” fra Cantoni e Confederazione. Il modello federale è adeguato per far fronte a una crisi profonda come l’attuale?

Ritengo il nostro federalismo assolutamente adeguato a rispondere a questa sfida. In questi mesi abbiamo potuto apprezzare la prontezza dei Cantoni. Ricordo il recente lockdown della Romandia di novembre o le decisioni prese dal Canton Ticino in marzo, all’inizio della pandemia, quando sono state applicate norme più restrittive rispetto al resto del Paese. Siamo stati i primi a capire le implicazioni per la nostra popolazione, causate dalla proliferazione del virus in Lombardia. Il nostro Cantone con le sue misure è stato un pioniere.

Eppure certe scelte sembrano contraddittorie. I Cantoni, ad esempio, hanno la facoltà di decidere sull’apertura-chiusura degli impianti sciistici, ma sull’apertura-chiusura dei ristoranti sulle piste decide Berna.

Queste contraddizioni hanno origine nella decisione del Consiglio federale di introdurre il fattore di riproduzione R, cioè la curva dei contagi come criterio a cui devono attenersi i Cantoni per poter allentare le misure centraliste. Detto ciò, le recenti drastiche correzioni verso il basso dei dati epidemiologici di inizio dicembre, serviti da base per le imposizioni bernesi, sono indubbiamente imbarazzanti per il ministro della sanità Alain Berset. Che i Cantoni agiscano in modo puntuale, dunque, non mi disturba, sebbene comprenda che il pegno da pagare per questa autonomia possa essere una certa confusione per chi si muove sul nostro territorio.

Un’altra frattura nel federalismo si è aperta con la recente votazione sull’iniziativa federale sulla responsabilità delle imprese. La maggioranza del popolo ha detto sì mentre la maggioranza dei Cantoni - soprattutto i piccoli – l’ha respinta; di conseguenza l’iniziativa è stata bocciata. Alcuni politici ed esperti hanno chiesto l’abolizione del sistema della doppia maggioranza di popolo e cantoni. È d’accordo?

Assolutamente no. È una proposta profondamente anti-svizzera, sostenuta da ambienti rosso-verdi, che non tiene minimamente conto dell’essenza e dello spirito del nostro Paese. Noi siamo una Confederazione. Un insieme di Cantoni sovrani, tutti con una propria Costituzione, che in autonomia e libertà hanno scelto di stare insieme. Per questo si parla di “Willensnation”. Le due Camere federali a Berna sono l’emblema di questa volontà. Da un lato il Consiglio nazionale rappresenta proporzionalmente la popolazione svizzera, dall’altro la Camera degli Stati è il simbolo della sovranità dei Cantoni. Spero non si arrivi pure a chiedere l’abolizione di queste nostre istituzioni.

«Tutti i Cantoni hanno la stessa dignità e lo stesso peso politico»

 

Non si corre il rischio che i piccoli Cantoni costituiscano una minoranza che blocca tutto?

Mi permetto di capovolgere la domanda. Sarebbe giusto che le città, penso a Berna, Zurigo, Ginevra e Losanna, possano decidere di modificare la Costituzione svizzera con la sola forza numerica della loro popolazione? La mia risposta è chiaramente no. Tutti i Cantoni hanno la stessa dignità e lo stesso peso nel nostro Paese, perché in tal modo siamo in grado di controbilanciare gli interessi dei centri urbani, preservando il nostro spirito originale. Non dimentichiamo che la Svizzera nasce dalla forza e dalla lungimiranza di tre piccoli Cantoni.

Ma nelle iniziative popolari il voto di un cittadino urano “pesa” quasi 40 volte il voto di un cittadino zurighese. Non si dovrebbe ribilanciare il sistema?

No, non ritengo necessaria alcuna riforma. Il Canton Ticino ha lo stesso valore del Canton Zurigo, il Canton Uri del Canton Vaud. Sono tutti Stati sovrani e devono essere trattati con la medesima dignità. Questo è il nostro federalismo, questa è la nostra democrazia diretta. Due valori non negoziabili e che intendo difendere nella mia attività politica.

Nel caso della votazione referendaria di settembre abbiamo visto però che la maggioranza della popolazione urbana ha bocciato la legge sulla caccia, approvata dalla maggioranza dei Cantoni toccati dalla legge.

In questo caso si tratta di leggi e non di modifiche della nostra Magna Carta. È verosimile che in questi contesti legislativi la visione urbana della società si imporrà sempre più. Invece, per un cambiamento della Costituzione svizzera e dei principi del nostro Paese non possiamo e dobbiamo recedere. La doppia maggioranza del Popolo e dei Cantoni è essenziale, si tratta di una vera e propria clausola di salvaguardia.

Un anno fa, in seguito alle elezioni federali, è passato dalla camera bassa alla camera alta. Sente ora di aver più peso politico, visto che è uno dei 46 Consiglieri agli Stati, mentre prima era uno su 200 Consiglieri nazionali?

Questo cambiamento mi ha politicamente influenzato e personalmente onorato. Al Consiglio degli Stati rappresento il Canton Ticino, più del mio partito. Al Consiglio nazionale le posizioni politiche sono invece molto più marcate e la linea del partito ha un peso molto maggiore. Al Consiglio degli Stati l’interesse del Cantone e la fiducia di tutti gli elettori, non solo quelli dell’UDC, è preponderante rispetto alle decisioni del singolo gruppo parlamentare.

In agosto è stato eletto presidente dell’UDC nazionale, il più grande partito svizzero. Come riesce a conciliare il ruolo di Consigliere agli Stati con quello di presidente di partito?

Evidentemente non è sempre scontato conciliare la funzione di presidente di partito, che deve tenere in considerazione tutte le esigenze nazionali, e quella di rappresentante di un Cantone. Questo vale non solo per me, ma anche per gli altri deputati che si trovano in una situazione analoga, come ad esempio il Consigliere agli Stati friburghese Christian Levrat, che fino a poco tempo fa presiedeva il PS. Il lato positivo di questa dicotomia è che nelle vesti di presidente si possono influenzare le decisioni di un partito. E io penso al mio Ticino.

Lei rappresenta non solo il Canton Ticino, ma pure la minoranza italofona. Cosa significa per lei essere alla testa di un partito prettamente svizzero tedesco?

Nella direzione ho la fortuna di annoverare personalità molto forti e competenti con solide esperienze professionali, personali e politiche. Il mio ruolo è quello del “federatore” in mezzo a queste persone che rappresentano vari campi; dall’agricoltura alla finanza, dalla piccola e media impresa alla grande industria di esportazione. Non è facile, ma è un compito affascinante. La dialettica interna non mi spaventa, anzi testimonia quanto il partito abbia voglia di impegnarsi e che le sue istanze sono vive e propositive.

Per Marco Chiesa, la doppia maggioranza di Popolo e Cantoni nelle iniziative popolari è una clausola di salvaguardia.


Il ritratto

Marco Chiesa, classe 1974, è stato eletto nel 2007 nel Gran Consiglio, nel 2015 entra nel Consiglio nazionale e nel 2019 e nel Consiglio degli Stati. Fra il 2005-2020 è stato direttore del Centro sociosanitario Opera Mater Christi di Grono (GR.) Vive con sua moglie Monja e i figli Mathias e Micol a Lugano-Ruvigliana.