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INTERVISTA

«Lo Stato deve intervenire»

A colloquio con Amalia Mirante, docente di economia politica alla SUPSIe all’USI: il debito pubblico del Canton Ticino che cresce, le imprese in crisi e il lavoro che scarseggia. «Ci vuole un’idea di cosa vogliamo fare di questo Cantone».

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SANDRO MAHLER
01 febbraio 2021
Amalia Mirante: «Lo Stato non deve mettersi a         fare l'economia, ma avere un'idea di cosa vuole sul territorio».

Amalia Mirante: «Lo Stato non deve mettersi a fare l'economia, ma avere un'idea di cosa vuole sul territorio».

Partiamo dalla situazione economica del Canton Ticino: un debito pubblico con 250 milioni in rosso, le imprese in affanno e il lavoro che scarseggia, anche a causa del Covid…

La pandemia ha messo in evidenza le debolezze e le fragilità. Poter disporre di manodopera qualificata a costo più basso ci ha spinti a sfruttare il vantaggio competitivo del prezzo, ma non si è puntato su un’economia intensiva di capitale e sul progresso tecnologico. Ora c’è un’economia ferma, nonostante le Università e i Centri di ricerca: l’economia non ha seguìto, mentre di solito anticipa. Ci si attende assai più dall’intervento dello Stato. Pensiamo ai posti di lavoro persi delle ex regie federali. O alla perdita di centri decisionali nel ramo bancario. Abbiamo ottime possibilità formative investendo nel capitale umano, ma poi i ragazzi non trovano un mondo del lavoro che consenta loro di avere posti in funzione delle competenze acquisite. Tanti vanno via. Passano il Gottardo e trovano un “nuovo mondo”, sono assunti e valorizzati. Questo spaventa.

Che fare?

La prima cosa è riconoscere il problema e lo Stato deve intervenire. Non significa fare pianificazione economica. Ma avere un’idea di cosa vogliamo fare di questo Cantone. Non per diventare la Silicon Valley della Svizzera. Il settore della moda è stato presente con aziende a livello internazionale, ma non si è portato un binario agli stabilimenti né si è pensato a percorsi formativi, collaborazioni internazionali. Il Ticino fa parte della Svizzera. Abbiamo molti settori cui offrire una mano per i processi di automazione e digitalizzazione. Quante aziende vorrebbero e non hanno i mezzi?

C’era stato ai tempi il “Libro Bianco” di Marina Masoni.

Bene, facciamo un “Libro Fucsia”. Magari all’epoca non ne condividevo un punto, però c’era una prospettiva. Adesso se chiediamo a chiunque quali siano le linee guida non lo sanno. Lo Stato non deve mettersi a fare l’economia, ma avere un’idea di cosa vuole sul territorio. Viaggiamo invece sul terrore dei preventivi e del debito pubblico. Non siamo, con tutto il rispetto, dei contabili. Poi la perequazione può anche esser messa in discussione con le chiavi di riparto, senza chiedere l’elemosina, perché il Ticino paga un prezzo più alto nel rispetto degli accordi bilaterali. Non possiamo esser la Cenerentola della Svizzera, perché non c’è il principe.

Torniamo al debito pubblico: molti professori e pochi maestri?

Io ho avuto un grande maestro nella vita, il Prof. Mauro Baranzini. Ci ricorda spesso che nel 1850 il debito era al 300% del PIL. Eppure il Canton Ticino è qui. Il problema è cosa fare delle risorse. Manca la capacità di prender decisioni coraggiose come con la SUPSI e l’USI: non basta avere bravi amministratori. Ci possono essere progetti speciali legati al post Covid e si potrebbe sottoscriverne i titoli a tassi bassi, pure per le Casse pensioni, per finanziare investimenti coraggiosi e avere aziende competitive. Prima bisogna riconoscere il problema e poi tracciare una nuova frontiera.

Economia significa risparmio e, nell’etimologia, norme per la casa: femminile o maschile?

Riguarda la buona conduzione della casa. Ma era sempre l’uomo a preoccuparsi, almeno in apparenza, del bilancio. Ci sono state donne che hanno dato contributi importanti, come Harriet Taylor Mill, Joan Robinson e, oggi, Janet Yellen. Poche donne hanno trovato spazio nella storia dell’economia, come purtroppo è avvenuto in altre discipline. Oggi per fortuna le studentesse scelgono sempre più materie vicino all’economia, e la politica dell’anno è la Merkel.

«Sono un'economista ottimista: critica, ma che cerca soluzioni»

 

Crede nelle differenze di genere?

Sì, proprio la diversità consente di arrivare a una soluzione migliore. Anche le grandi aziende se ne accorgono: avere persone a livello decisionale maschili e femminili consente di trovare scelte che conducono l’azienda al successo. Confronto e complementarietà sono la carta vincente.

La prassi indiana dice che la mucca è di chi ne beve il latte. Come cittadini dovremmo “nutrirci” di più di economia?

L’economia è uno degli strumenti più preziosi per capire le società. La si conosce poco, e come le scelte in suo nome siano gravide di effetti. Il sistema economico è stato creato dall’uomo per facilitargli la vita nella soddisfazione dei bisogni. È una scienza e comprende il lato psicologico, l’etica, il fatto che le decisioni non possano prescindere dal frangente storico e ambito sociale, fino a prevedere l’evoluzione futura per intervenire in modo razionale. È la regina delle scienze sociali. Se non ti occupi di economia, l’economia si occupa di te. Lo dico spesso ai miei studenti e studentesse: si ha l’abitudine di saltare nei giornali le pagine di economia. Eppure, le notizie che sembrano così lontane sono invece prossime a noi. Per questo tutti dovrebbero conoscerne le basi.

Imparandola a scuola o strada facendo?

Non penso si possa aggiungere anche l’economia nelle scuole medie. Ben venga però un avvicinamento a tematiche legate ai giovani, per esempio per prevenire i problemi dell’indebitamento. La gestione del denaro è un tema importante. Meglio diffonderne la consapevolezza, senza spaventare. Troppe persone dicono: “non guardo l’economia perché troppo difficile e non capisco”. In parte è colpa degli economisti cui piace usare un linguaggio elitario; certe parole rendono l’economia più scienza di quanto sia. Per spiegare il prodotto interno lordo (PIL) non sono necessarie conoscenze tecniche. La maggior parte dei concetti dovrebbe essere qualcosa di cui si parla come sui fatti di cronaca.

In questa linea si inserisce il blog lanciato qualche settimana fa.

All’inizio ero molto concentrata sul tecnicismo, poi ci si rende conto che per rendere i concetti comprensibili bisogna usare esempi semplici. Ho fatto piccoli video informativi, con l’uso della lavagna – uno degli strumenti didattici migliori al mondo – per esempio sulle previsioni, parlando di consumi e investimenti. Così si affrontano argomenti importanti nel quotidiano. Se il PIL quest’anno va indietro, è un problema di tutti: produzione, posti di lavoro, gettito dello Stato. Nel blog ci sono articoli di attualità e sto costruendo un vocabolario di economia con esempi. Non un libro di testo per l’università, un libro di vita.

Infine, nell’arredamento del suo ufficio non domina il color grigio, ma il rosa o fucsia. Perché?

Appartengo alla categoria degli economisti ottimisti: critici, ma alla ricerca di soluzioni. Se parliamo per esempio sulla tassa del CO2, analizzando i fattori storici, culturali e sociali, cerco di mettere in evidenza come la soluzione oggi proposta in Svizzera non sarà magari così efficace come altre.

Amalia Mirante: «Nel 1850 il debito del Canton Ticino era al 300% del PIL».


Il ritratto

Amalia Mirante, docente di economia politica alla SUPSI e all'USI, ha conseguito a Lovanio un diploma in etica economica e sociale. Essere donna è affascinante, sta scritto nel suo ufficio a Manno. Dice di sé: «Sono e rimango figlia di operai. Non mi spaventa lavorare inginocchiandomi per pulire un pavimento. Mi spaventa di non avere un pavimento da pulire». Pubblica un blog: www.economiaconamalia.com