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INTERVISTA

«Mi emoziono con una canzone»

Angelo Renzetti lascia (forse) la testa del Lugano calcio dopo undici anni di presidenza. La passione, l’ansia, l’insonnia e un futuro ancora da scrivere. Anche considerando le incognite brasiliane.

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SANDRO MAHLER
21 giugno 2021
Angelo Renzetti:  «Mi pesa il fatto  di non essere riuscito a portare personaggi di peso locali in società».

Angelo Renzetti: «Mi pesa il fatto di non essere riuscito a portare personaggi di peso locali in società».

Questa intervista inizia dalla fine. Da un bacio che Angelo Renzetti dà sulla fronte della sua segretaria. «Non scandalizzatevi, sono vaccinato e ho anche già fatto il Covid», ironizza l’ormai ex presidente del Lugano calcio. L’ufficio, presso il suo studio di architettura a Pazzallo, è completamente in disordine. Due ore di chiacchierata tra presente e passato, e le foto ricordo sugli scaffali sono tutte fuori posto. «Solo la mia super assistente me le può rimettere in ordine. Senza di lei non so come farei». 

Undici anni di presidenza. E ora (forse) cede la poltrona al brasiliano Thyago Rodrigo De Souza. Come si sente?

Parecchio affaticato, non lo nego. Spero di avere fatto la scelta giusta. D’altra parte era da tempo che il mio corpo mi faceva capire che era ora di lasciare.

Con quali segnali?

Fino a qualche anno fa non avevo mai preso una pastiglia. Adesso mi alzo e ne devo prendere cinque. Mi è salita la glicemia, e anche il cuore è in fibrillazione dopo il Covid. A ottobre l’ho preso e sono stato in ospedale 17 giorni. Lì ho avuto occasione di riflettere. Lo ammetto, quando mi hanno portato via in ambulanza ho avuto paura.

La situazione pandemica l’ha segnata anche dal profilo sportivo?

Giocare senza pubblico è brutto. Gli sponsor ci sono stati vicini, ma è chiaro che si va in perdita. Abbiamo maturato 4,8 milioni di debiti con la Confederazione per via degli “aiuti Covid”. È stato tutto stressante. In queste condizioni non puoi neanche fare mercato. L’unica consolazione è che tutti i club erano più o meno sulla stessa barca. Personalmente ho vissuto in ansia per mesi.  

Quante ore dorme la notte?

Poche. In più soffro di apnee notturne.

In passato piangeva o tuonava davanti alle telecamere. Negli ultimi anni abbiamo visto un Renzetti più pacato…

Forse grazie ai consigli di Eugenio Jelmini, collaboratore del Lugano con un passato in televisione. Lui è una persona con cui mi sono spesso confidato. Mi ha dato spesso dei suggerimenti, ma altrettanto spesso ho fatto di testa mia. Io sono fatto così, nel bene e nel male.

Lei resta comunque un emotivo…

Mi emoziono anche sentendo una canzone. Di recente ho mandato a mia moglie la traccia di “A te” di Jovanotti ed ero commosso. Sono una persona empatica. Ed è un po’ un’arma a doppio taglio.

Si è sposato tre volte. Dal primo matrimonio è nato Luca, il suo unico figlio. Che rapporto ha con lui?

Speciale, negli ultimi anni abbiamo recuperato anche quello che non c’è stato durante la sua adolescenza. Mio figlio si occupa dello studio di architettura, io gli dò una mano, dovrei essere in pensione già da un paio d’anni. Luca è attivo anche nel calcio, in seno al Locarno, e in politica. Mi vorrebbe sempre proteggere. E mi cerca di frenare quando faccio le cose d’impeto.

«Non sono un dittatore. Anzi, faccio parlare la gente»

 

Riemerge questa sua impulsività…

Garantire 80 stipendi al mese nelle condizioni in cui abbiamo navigato in questi undici anni non è una cosa semplice. Nessuno può capire davvero cosa si prova.

Guardandosi indietro, sente di avere rimpianti?

Mi pesa il fatto di non essere riuscito a portare personaggi di peso locali in società. Per me è una sconfitta.

Qualcuno potrebbe dire che è colpa del suo carattere accentratore. O no?

Sono solo luoghi comuni. Chiedete ai miei collaboratori dello studio d’architettura, oppure allo staff o ai giocatori del Lugano. Non sono un dittatore. Anzi, faccio parlare la gente. Mi confronto. Il fatto che sia schietto non significa che sia un prepotente.

Ce l’ha con qualcuno in particolare?

Le situazioni che si creano sono sempre figlie del tessuto sociale in cui ci si trova. C’è disinteresse verso il club da parte delle persone che contano. Il vero problema forse è che la “Lugano bene” non si è mai ripresa da quanto accaduto con la gestione Jermini, col conseguente fallimento del club. Nessuno vuole più assumersi rischi. 

Questione stadio. Si andrà al voto. Che effetto le fa?

Tutto sommato il referendum è un atto democratico. È come ci si è arrivati a farmi male. Sono stato anche attaccato per presunti interessi personali. Mi dà fastidio, io non gioco mai sporco. Il Cantone poi ha perso un’occasione: doveva farsi sentire di più. Senza uno stadio adatto non ci sarà più una squadra ticinese che potrà giocare in Super League. 

Cosa accomuna il Renzetti imprenditore al Renzetti presidente?

La voglia di mettersi in gioco. A livello professionale è stato un po’ come nel calcio. Sono partito dal basso, con un diploma da disegnatore edile. Poi mi sono messo in proprio e poco a poco sono cresciuto. Le soddisfazioni me le sono sudate, non me le ha regalate nessuno. 

Lei è stato anche un portiere di calcio. Che ricordi ha del suo passato?

Ero un leader e avevo grinta da vendere. Solo che ero impaziente. Ho giocato in Prima Lega col Locarno e in B col Bellinzona. Ma non sono mai riuscito a spiccare il volo definitivamente. Nemmeno dopo un ottimo provino col Monza, a causa di questioni burocratiche. Diciamo che da presidente ho avuto le mie rivincite e sono riuscito a chiudere in parte una ferita aperta.

La promozione in Super League, le salvezze, l’Europa, una finale di Coppa svizzera persa. E un mito come Zeman portato a Cornaredo. Ha ancora contatti col boemo?

Ogni tanto, magari per scambiarci gli auguri. Ricordo che quando mangiavamo insieme diceva una parola ogni dieci minuti. Aveva un fascino tutto suo. Arrivavano persone da Salerno solo per vedere il calcio spettacolare di Zeman. E allo stadio avevamo una media di 600 spet-tatori a partita in più.

A proposito, andrà ancora allo stadio a vedere il nuovo Lugano?

Solo se la squadra andrà bene. In caso di cattivi risultati soffrirei troppo.

La cordata brasiliana non ha convinto fin dall’inizio.

Lo sanno tutti che io avrei preferito vendere il 100% del Lugano al gruppo Heusler, una garanzia per il calcio svizzero. Leonid Novoselsky, che detiene il 40% delle azioni del club, però, ha voluto far valere i suoi diritti. E quindi si è puntato su chi avrebbe accettato un 60%. Viste le scadenze in ballo, è normale che io sia preoccupato.  So comunque di avere fat-to tutto ciò che era nelle mie possibilità.

Come occuperà il vuoto che il calcio le lascerà?

Andrò più spesso a Pescara, dove ho una casa. E poi forse riprenderò a giocare a tennis, come facevo da giovane.

*L’intervista è stata realizzata la settimana scorsa.

Angelo Renzetti: «A ottobre ho preso il Covid e sono stato in ospedale 17 giorni. Lì ho avuto occasione di riflettere».


Il ritratto

Angelo Renzetti nasce nel 1954 a Pescara e arriva in Svizzera nel 1960 con i genitori. Dopo la formazione come disegnatore edile, crea un impero nel ramo immobiliare. Nel 2010 diventa presidente del Lugano calcio che porta alla promozione in Super League nel 2015. Sotto la sua gestione i bianconeri hanno ottenuto notevoli risultati a livello sportivo e dal profilo societario.