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INTERVISTA

«Un parco per la popolazione»

Nato tre anni dopo la bocciatura del Parc Adula, il Parco Val Calanca è il primo progetto di parco naturale regionale della Svizzera italiana. Piccolo, con il lago Calvaresc a forma di cuore come logo. Ce lo presenta la sua vicedirettrice Giulia Pedrazzi.

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MELANIE TÜRKYILMAZ
15 luglio 2021
Giulia Pedrazzi:  «Il prossimo passo importante è la votazione popolare nel 2023, per approvare la "charta", l'accordo programmatico sulla gestione  del territorio».

Giulia Pedrazzi: «Il prossimo passo importante è la votazione popolare nel 2023, per approvare la "charta", l'accordo programmatico sulla gestione del territorio».

Cosa fa una storica come lei in un parco naturale regionale come quello della val Calanca?

Ho studiato storia, ma anche geografia come materia secondaria. Nelle mie precedenti esperienze lavorative, ho sempre tenuto conto anche della componente territoriale e spaziale e non solo di quella temporale. In questo progetto, riesco a conciliare bene le mie competenze e i miei interessi in questi due ambiti. Da storica, mi piace entrare ed uscire dagli archivi per trovare conferma sul terreno di quello che scopro nei documenti e viceversa. Qui ho anche la possibilità di lavorare in programmi interdisciplinari con esperti dai profili diversi.

Nel progetto di parco, c’è anche la componente popolazione…

Sì, ed è una risorsa fondamentale. Il Parco Val Calanca è sostanzialmente uno strumento per la regione e per la popolazione. È un’iniziativa voluta e promossa dai Comuni di Buseno, Calanca e Rossa, che hanno intrapreso questo cammino dopo la bocciatura nel 2016 del Parc Adula, il progetto di parco nazionale respinto in votazione popolare, che però in val Calanca era stato approvato. Quell’entusiasmo è rimasto e anche ora il coinvolgimento della popolazione è indispensabile per far nascere e crescere quelle idee di sviluppo legate al territorio o per valorizzare ciò che è già presente.

In concreto, come può la popolazione partecipare alla realizzazione del parco?

Prima della fase di istituzione, che è quella in cui ci troviamo ora, è stato elaborato uno studio di fattibilità, presentato all’Ufficio federale dell’ambiente che, con il Cantone, è anche uno dei finanziatori. Per allestire questo documento, la cittadinanza è stata invitata a momenti informativi, dove ha potuto esprimere opinioni, bisogni e volontà. Questi spunti sono confluiti nei documenti ufficiali che ci guidano ora nella realizzazione di progetti pilota. Il contatto con la popolazione è regolare e avviene man mano che le misure vengono attuate. E c’è anche una strettissima collaborazione con gli enti locali.

Dunque, un dialogo, un confronto continuo…

E anche utilissimo, perché noi che lavoriamo al progetto non viviamo in valle e spesso abbiamo bisogno di informazioni e riscontri da parte dei residenti. Uno degli obiettivi a cui sto lavorando consiste nel formare delle guide del parco, che sappiano “raccontare” il territorio, veicolare le sue caratteristiche e la sua essenza ai visitatori e alle scuole. E mi piacerebbe che queste guide fossero del luogo, in modo da tessere al meglio la tela del parco.

«Si tratta di uno strumento di sviluppo e gestione territoriale»

 

È anche utile che sguardo esterno si incroci con quello interno?

Sì, perché gli abitanti ci mettono la passione, la conoscenza e le emozioni legate al posto in cui vivono. Chi arriva da fuori porta l’esperienza e le competenze al servizio del progetto, uno sguardo diverso ma attento. Il parco è una sorta di laboratorio, dove si raccolgono gli spunti della popolazione e dei molti enti attivi in valle. Questi, dopo un processo di maturazione condivisa, vengono elaborati e fatti uscire sotto forma di iniziative da attuare, fruibili sia dai residenti sia dai visitatori.

Bella questa definizione di “parco regionale”: è quella ufficiale?

Sì, è quella ufficiale. Detto in altri termini, si tratta di uno strumento di sviluppo e gestione territoriale per promuovere in modo sostenibile le regioni periferiche. È per certi versi simile ai “masterplan” previsti in diverse valli del Ticino, ma qui la visione, l’analisi e l’intervento è a 360 gradi: comprende natura, agricoltura, economia, turismo, educazione e cultura, tutte componenti utili a rivitalizzare un territorio con misure sostenibili nel rispetto del patrimonio naturalistico e antropico tradizionale. La definizione che di solito uso con i bambini, vede il parco come un ricettario, in cui le diverse idee sono raccolte sotto forma di ricette da preparare con le materie prime che si trovano sul territorio: acqua, vegetali, animali, montagne, villaggi e persone.

Qual è la differenza tra parco regionale e parco nazionale?

La differenza sostanziale è che il parco nazionale, sul modello di quello esistente in Engadina, prevede una zona centrale con una protezione assoluta, dove l’attività umana non è contemplata e la natura lasciata completamente a sé stessa. I parchi regionali non prevedono questa forte limitazione, si caratterizzano per i loro particolari valori naturalistici e paesaggistici e la sfida è quella di bilanciare le diverse esigenze tra tutela e sviluppo del territorio.

“Piccolo, ma con un cuore grande” è il vostro motto: avere dimensioni ridotte è un vantaggio?

A dire il vero, il fatto di essere piccoli è visto come un punto negativo dall’Ufficio federale dell’ambiente. Dunque, noi dovremo impegnarci per un’estensione del perimetro, ancora fattibile in questa fase, per comprendere se possibile altri Comuni limitrofi. Questa discussione è condotta su un piano politico. Per ora sappiamo che il municipio di Santa Maria in Calanca si è detto favorevole e quindi è in corso uno studio per verificare la sua idoneità, poi la decisione dovrà essere avallata dalla popolazione.

Cosa avete in cantiere per attirare nuovi frequentatori della valle e anche nuovi residenti?

Non abbiamo ancora un programma definito. A breve, compileremo un inventario degli edifici non utilizzati e dismessi, dove ipotizzare spazi di co-working, luoghi di scambio per i residenti, alloggi per i soggiorni delle scolaresche o ulteriori strutture ricettive. Entro fine anno, dobbiamo allestire un “concetto visitatori”, anche per prevenire i problemi che hanno altre valli nell’afflusso dei turisti, e soffermarci sul tema cruciale dell’accessibilità al parco e della mobilità al suo interno, valutando se è necessario potenziare i mezzi pubblici o se servono soluzioni di trasporto alternative.

La fase dell’istituzione del parco come si conclude?

Il prossimo passo importante è la votazione popolare a inizio 2023, quando la cittadinanza sarà chiamata ad approvare quella che noi chiamiamo “charta”, un accordo programmatico sulla gestione del territorio ricompreso nel perimetro del parco per i prossimi dieci anni. Questo documento dovrà far tesoro dell’esperienza maturata in questa prima fase grazie ai cosiddetti progetti pilota.

Che cosa sta imparando da questa esperienza?

È un cantiere a cielo aperto, a geometria variabile, dove le idee devono essere continuamente adattate. È un lavoro impegnativo e stimolante, dove c’è una “pressione creativa” per garantire la qualità richiesta dall’Ufficio federale dell’ambiente e anche per rispondere alle grandi aspettative della popolazione, molto curiosa di vedere cosa accadrà.

Giulia Pedrazzi: «Questo parco è uno strumento per promuovere in modo sostenibile le regioni periferiche».


Il ritratto

Giulia Pedrazzi, laureata in storia e geografia all’Uni Zurigo, è vicedirettrice e responsabile dei settori cultura ed educazione ambientale in seno all’ufficio amministrativo dell’associazione Parco Val Calanca, con sede ad Arvigo, costituita nel 2019 dai Comuni di Buseno, Calanca e Rossa.

www.parcovalcalanca.swiss