Caparezza, un'exuvia a tutto rap | Cooperazione
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MUSICA
INTERVISTA

Caparezza, un'exuvia a tutto rap

È uscito Exuvia, un concept-album eclettico e coinvolgente, che celebra il rito di passaggio fra rap, rock ed elettronica. Un lavoro denso di citazioni, simbolismi e giochi di parole, in cui l’artista italiano racconta se stesso e il mondo attorno a noi.

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ALBERT D'ANDREA, MAD
17 maggio 2021
Caparezza, nome d’arte di Michele Salvemini, è nato a Molfetta (Puglia) 47 anni fa.

Caparezza, nome d’arte di Michele Salvemini, è nato a Molfetta (Puglia) 47 anni fa.

È uno dei migliori rapper italiani. Michele Salvemini, alias Caparezza, è tornato con Exuvia (Universal). Un disco, il suo ottavo, dallo stile eclettico, fra rap, rock ed elettronica. Con testi che mescolano giochi di parole, simbolismi e riferimenti colti. Un album complesso e coinvolgente al tempo stesso.

IL RITRATTO

Caparezza e il nuovo album "Exuvia"

Caparezza (“testa riccia”), nome d’arte di Michele Salvemini, è nato nel 1973 a Molfetta (Puglia). Dopo lo sfortunato debutto pop con lo pseudonimo di Mikimix, cambia genere e si afferma come Caparezza grazie al rap tagliente e ai testi ricercati di dischi come “Habemus Capa”, “Il sogno eretico” e “Museica”. Ottiene grande successo con i singoli “Fuori dal tunnel” e “Vieni a ballare in Puglia”, i cui testi polemici vengono però fraintesi in una chiave più giocosa. Il 7 maggio è uscito il suo nuovo cd “Exuvia”.

Caparezza, innanzi tutto che cosa significa exuvia?

È semplicemente la muta dell’insetto, un calco perfetto, ciò che rimane del suo corpo dopo aver sviluppato un cambiamento. Un po’ come vedo i miei video, le mie canzoni e i miei testi del passato. Penso sempre: non mi appartengano più! Come un’exuvia appunto.

Il suo è un concept-album, cioè un disco a tema, che racconta una storia: quale?

È la celebrazione del rito di passaggio. Ho immaginato un viaggio espiatorio in una foresta, che avrà presto un’estensione web. Una specie di labirinto virtuale in cui tutti potranno perdersi come ho fatto io, vivere le meraviglie della luce e le angosce delle tenebre, che poi è il percorso della vita.

È ciò che canta in “El Sendero”, uno dei pezzi più belli.

È un invito a camminare lungo il sentiero del dolore e dell’allegria, a uscire dalla propria bolla e prendersi le responsabilità e le lezioni di vita, a volte anche pesanti. Detesto la figura di Peter Pan, l’eterno giovane spensierato: bisogna mettere le esperienze nel bagaglio e proseguire il viaggio.

E com’è stato il viaggio verso questo nuovo cd?

Un percorso molto lungo ed estenuante. È un disco diverso dagli altri perché io sono molto diverso e non volevo restare nella mia comfort zone. È stato il disco più difficile, anche perché gli anni passano e tanti argomenti li ho già sviscerati. E per me è fondamentale fare album che abbiano un senso, magari non bellissimi, ma autentici. Così ho parlato di me. Perché è un periodo in cui mi sto prendendo cura di me stesso.

In “Campione dei Novanta”, lei racconta i suoi (non entusiasmanti) inizi pop-rap come Mikimix.

Per molto tempo me ne sono vergognato. E quando parti col piede sbagliato è difficile rimettersi in carreggiata. Dopo vent’anni, credo di avere il diritto di riappacificarmi con un passato che oggi mi fa una grande tenerezza.

L’album parla anche di presente. E di futuro.

Sto cercando di capire il nostro tempo, un tempo di spaesamento generale. Certe sicurezze si sono sgretolate e molte cose che vedo non mi piacciono. A partire da una politica che oggi si fa con i tweet e con la pancia. Insomma, devo fare pace anche col presente. E, forse, col futuro.

Intanto il nuovo singolo “La scelta” funziona bene sulle radio.

Metto a confronto Beethoven e Mark Hollis, il leader dei Talk Talk, scomparso un paio d’anni fa. Il primo ha composto fino alla morte e rappresenta la consacrazione all’arte, l’altro invece ha lasciato i lustrini dello spettacolo per dedicarsi alla vita. Ora tocca a me fare la scelta giusta.

Nei testi ci sono tante citazioni colte: Fellini, Perrault, Kubrick, Dante. Non ha paura di spaventare l’ascoltatore medio?

Spero di no. Mi definiscono un “rapper acculturato”, ma non mi sento così. Sono cose che ho appreso nel tempo, a volte senza neanche cercarle. Sono tutti riferimenti che servono a spiegare i miei stati d’animo.

Al contrario di tanti suoi colleghi, lei non disdegna di spiegare le sue canzoni…

È vero, mi piace. Anche perché in passato certi miei brani, come “Fuori dal tunnel” e “Vieni a ballare in Puglia”, sono stati completamente fraintesi. Un buon modo per il sistema di disinnescare messaggi scomodi.